BTP? Anche a francesi e tedeschi converrebbe comprarli

di Marco Liera (*) - 13/11/2011

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Al di là di un sano patriottismo, è razionale che gli italiani investano di più in BTp? Dopo gli inviti sui giornali rilanciati da imprenditori, politici e banchieri, cerchiamo di risolvere la questione ponendoci l’obiettivo di minimizzare il rischio di perdita di benessere dei cittadini di un qualsiasi Paese.

Fino a un po’ di anni fa c’era meno interdipendenza sui mercati finanziari. Le minacce al benessere di chi risiedeva e lavorava in un Paese erano in gran parte legate a fattori interni di quello stesso Paese. Sicchè, per compensare (hedging) il rischio-Paese che condizionava i redditi futuri dei cittadini, era opportuno diversificare all’estero almeno gli investimenti personali. Addirittura i più aggressivi avrebbero avuto interesse a vendere allo scoperto (shorting) gli attivi finanziari domestici. Comportamenti come questi sono però in aperto contrasto con quelli che sono verificati empiricamente in quasi tutto il mondo, che vedono invece gli investitori di un Paese preferire di gran lunga le attività domestiche (fenomeno descritto come home country bias).

La crescente interdipendenza finanziaria ha aumentato il rischio sistemico. Uno starnuto in Siberia fa cadere un albero in Amazzonia. I capitali e le informazioni si spostano da un angolo all’alto del pianeta nello spazio di millisecondi. Praticamente ogni Paese occidentale ha aumentato il suo debito pubblico e privato, che è stato sempre più sottoscritto da investitori residenti in Paesi diversi da quelli in cui è stato originato (magari nella sempre più vana attesa di cogliere i benefici dalla diversificazione internazionale di cui sopra). Lo stesso euro ha aumentato l’interdipendenza, e quindi il rischio sistemico. Un default dell’Italia nel 1992 sarebbe stato un evento tragico per gli italiani e i risparmi investiti in attività italiane, ma assai meno per il benessere dei francesi e dei tedeschi, perché la solvibilità di Francia e Germania non sarebbe stata messa in discussione.

Il risultato della crescente interdipendenza è stato che mentre fino a una ventina di anni fa un cittadino tedesco poteva ragionevolmente disinteressarsi della solvibilità di Italia e Grecia, oggi non può più permetterselo. E che l’hedging che si realizza diversificando all’estero i propri investimenti è diventato meno efficace.

Meglio quindi investire nei titoli del proprio Paese, come i BTp per gli italiani (chiedendo al tempo stesso con forza che la politica faccia la sua parte)? Sì, ma non perché sono i “nostri” titoli del debito pubblico, ma perché, in quanto ritenuti rischiosi, se non vengono acquistati possono creare una spirale viziosa, in cui la paura del default avvicina l’effettivo fallimento. Poiché la fuga di massa dal rischio aumenta il rischio sistemico, per ridurre quest’ultimo occorre sperare in diffusi comportamenti contrarian, in base ai quali i risparmiatori di un qualsiasi Paese acquistano i titoli di Stato più rischiosi tra quelli dei Paesi con i quali c’è una maggiore interdipendenza. Un po’ come funziona nel “dilemma del prigioniero”, in cui a entrambi gli accusati in cella conviene confessare, pur ignorando cosa faccia l’altro. In altre parole: va benissimo che gli italiani comprino i rischiosi BTp perché questo comportamento riduce l’eventualità di default dell’Italia, ma anche ai risparmiatori francesi e tedeschi converrebbe farlo. Perché il loro benessere ora dipende anche dal mantenimento della solvibilità del nostro Paese. E forse gli italiani, i tedeschi e i francesi dovrebbero comprare anche bond greci. Direttamente, o finanziando il fondo salva-stati (che guarda caso sta scontando una crescente rischiosità). E’ vero che la Grecia è già sostanzialmente in bancarotta perché i suoi abitanti hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, ma è pur vero che se la Repubblica Ellenica non dichiara un default – per quanto “ordinato” possa essere - stiamo tutti un po’ meglio. O meno peggio.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 13 novembre 2011

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