Idea per le banche smart: un certificato di deposito reale

di Marco Liera (*) - 23/10/2011

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Le banche fanno sempre più fatica a finanziarsi sul mercato interbancario, e sono costrette a spingere l’acceleratore sulla raccolta diretta. Le offerte di tassi sempre più allettanti sui conti di deposito si moltiplicano, ma nuovi scenari si affacciano anche per effetto della riforma della tassazione delle rendite finanziarie che entrerà in vigore il 1° gennaio 2012 e per i lavori in corso nel cantiere sempre aperto delle normative sul risparmio.

Dall’anno prossimo come è noto l’aliquota di tassazione sugli interessi dei depositi bancari scenderà dal 27 al 20%, mentre quella sui redditi di strumenti finanziari aumenterà dal 12,5 al 20%, con la vistosa e ingombrante eccezione di titoli di Stato, buoni postali e investimenti equiparati (titoli di Stato esteri di paesi white list, sovranazionali). Per le banche sarà indifferente da un punto di vista fiscale fare raccolta con depositi anziché con obbligazioni (mentre fino a oggi sono state più convenienti queste ultime). Dal punto di vista regolamentare invece è dal 2005 (legge sul Risparmio) che le obbligazioni bancarie sono state attratte nella più rigida disciplina di trasparenza e compliance prevista per gli altri strumenti finanziari collocati con prospetto informativo, come i fondi comuni e le azioni. Questo espone le banche a maggiori oneri burocratici e rischi di contenzioso, al punto che la Consob negli anni ha dedicato vari studi e indagini all’argomento.

In assenza di vantaggi fiscali, le banche in cerca di risparmi delle famiglie avranno tutta la convenienza ad abbandonare le problematiche obbligazioni e ad optare per i semplici depositi, che tra l’altro sono garantiti dal fondo interbancario (a differenza dalle obbligazioni) fino a 100mila euro. In particolare, potrebbero essere riscoperti i certificati di deposito (Cd), molto in voga negli anni 80 e primi anni 90. Dal punto di vista del risparmiatore medio, i Cd hanno il pregio di non essere esposti alle oscillazioni dei mercati, in quanto non quotati. La liquidazione dell’investimento prima della scadenza (la durata può variare dai 18 ai 60 mesi) avviene tramite il rimborso del certificato.

I Cd potrebbero essere la vera risposta delle banche alla raccolta postale. Pur sfavoriti dall’aliquota più penalizzante (20% anziché 12,5%), sono prodotti la cui logica di funzionamento ricalca quella dei tanto amati buoni postali. Che oggi sono disponibili in due formati: a tasso nominale e a tasso reale, ossia con un rendimento calcolato su un capitale che si rivaluta automaticamente per effetto dell’inflazione italiana. Dal punto di vista della pianificazione finanziaria dei clienti, un certificato di deposito a tasso reale sarebbe il prodotto più intelligente da introdurre in banca (si veda il libro del professor Zvi Bodie della Boston University “Worry Free Investing”). Infatti è il tipo di investimento più adatto a proteggere il benessere del risparmiatore. Pur offrendo un rendimento reale molto probabilmente inferiore a quello di un Btpei, si adatta alla clientela (la gran parte) che non sopporta le oscillazioni dei prezzi dei titoli di Stato.

Tecnicamente, occorre vedere che impatto potrebbe avere un Cd reale al costo del funding delle banche. Attualmente, con l’inflazione al 3% e un tasso reale all’1%, un Cd reale avrebbe per una banca un costo in linea a quello dei migliori conti di deposito. Il problema è che con un Cd reale la banca si prende il rischio non indifferente di coprire il cliente dall’inflazione inattesa. Per coprirsi a sua volta, potrebbe assicurarsi con una controparte che investe in un portafoglio di titoli di Stato inflation-linked.

Oltre a questa verifica, occorre anche vedere se la disciplina del risparmio considererà anche in futuro i Cd dei depositi, come tali non soggetti a obbligo di prospetto, piuttosto che degli strumenti finanziari. I dubbi interpretativi non mancano, come è emerso martedì 18 ottobre a un convegno organizzato da Unione Fiduciaria. Ma a quel punto, se così fosse, sarebbe difficile giustificare anche l’esenzione dei buoni postali dall’obbligo di prospetto.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 23 ottobre 2011

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