Sui mercati finanziari il rischio politico torna protagonista

di Enrico Ascari (*) - 28/05/2018

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Il ritorno sulla scena del rischio politico, accompagnato dal raffreddamento del ciclo economico in Eurasia, riporta in auge il dollaro, le obbligazioni governative dei paesi “core” e Wall Street. Tutto il resto è “noia”, nel senso che gli atti di eroismo (acquisti di crediti e/o mercati alla periferia dell’impero, in caduta libera o rallentata) sono prematuri. Ogni riferimento al caso “italiano” è assolutamente voluto.

Il 2018 si conferma come un anno di netta discontinuità rispetto al noioso tran tran a volatilità “soppressa” che ha caratterizzato i mercati finanziari nel precedente biennio. Siamo entrati in un periodo caratterizzato da diverse modalità di miscelazione dei flussi finanziari internazionali e dal ritorno della volatilità (leggi “rischio”) su livelli finalmente meritevoli di maggior rispetto. 

Cadono i punti di riferimento.

Le politiche non convenzionali delle banche centrali e il collegato, esplicito, sostegno ai mercati, stanno venendo meno o lo faranno a breve. Lo sappiamo da tempo ma troppo spesso tendiamo a dimenticarcelo.

L’attivismo apparentemente caotico dell’amministrazione Trump, malgrado abbia ottenuto qualche insperato successo, continua ad alimentare incertezza, con sicure conseguenze negative più per l’Europa e grappoli di paesi emergenti, che per la Cina o la Russia.

La dinamica delle materie prime è curiosa. Da una parte l’andamento del rame - in calo del 6% da inizio anno - conferma il rallentamento della domanda asiatica e del commercio internazionale (con export in Cina, Corea e Germania in calo ad aprile). Dall’altra, quello del petrolio, quasi triplicato dai minimi del 2016 e in rialzo di oltre il 15 per cento da inizio anno, sembra riflettere più fattori legati all’offerta (crisi in Venezuela politica Usa e dei sauditi sullo scacchiere medio-orientale) e le solite tendenze speculative che si autoalimentano. Il rialzo del petrolio sposta di nuovo ricchezza verso i paesi produttori e i grandi asset manager che ne gestiscono i patrimoni.

Un danno per tutti gli altri.

 

 
Probabilmente un prezzo oltre gli 80 dollari non è sostenuto dai fondamentali ma ciò non esclude che possa raggiungere di nuovo la tripla cifra, pur considerando il ritracciamento degli ultimi giorni. Sarebbe una pessima notizia per Europa e Italia (vedi grafico), entrambe con la congiuntura già in rallentamento e una potenziale crisi politica alle porte.  

Il dollaro, nelle ultime settimane, ha ripreso forza, affiancando al rialzo i prezzi petroliferi, altro evento piuttosto infrequente e anomalo. La precedente debolezza della divisa statunitense pareva illogica alla luce dell’andamento dei differenziali dei tassi reali e nominali sempre più a favore del dollaro.

Grappoli di paesi emergenti si trovano in serie difficoltà a causa dei contemporanei rialzi dei tassi americani, del dollaro e del petrolio. Sono sotto stress le economie caratterizzate da una struttura sfavorevole di bilancia commerciale, con alto indebitamento pubblico e/o privato in dollari. Per citare l’abusato Warren Buffet,quando la marea si ritira che si vede chi nuota nudo”. Argentina e Turchia sono stati costretti a gettare la spugna, con rialzi dei tassi oltre il 30% per bloccare il crollo delle rispettive valute. Che dire poi del Venezuela? Per la cattiva politica a tutte le latitudini il default finanziario o morale è sempre “colpa” da attribuire alle forze maligne della finanza internazionale.

Infine, Roma e le periferie europee tornano al centro del mirino e, di fatto, si riapre la crisi in Europa con uno scontro a questo punto difficilmente evitabile tra forze che hanno vinto una competizione elettorale in un paese sovrano e il potere sovranazionale UE, che rimane entità diversa da uno stato federale.

Tirando le somme.

Tempi certamente più turbolenti attendono i mercati internazionali, malgrado il centro dell’impero - l’economia e le aziende statunitensi -godano di ottima salute. Focolai di contagio si stanno sviluppando nelle periferie, con un crescente potenziale di contagio.

L’evoluzione della situazione politica in Italia è potenzialmente portatrice di germi distruttivi per la stessa stabilità dell’Euro. Sono passati solo pochi anni dall’ultima crisi. E’ un rischio di portata straordinaria per i risparmiatori, consumatori e futuri pensionati italiani i quali, purtroppo, non possono vendere il rischio paese.

E’ viceversa una attrattiva scommessa per gli squali della finanza internazionale che sono arrivati all’evento del tutto impreparati, ma sostanzialmente “scarichi” di “carta” italiana. Fatto che non deve illudere nessuno, perché gli attivi finanziari tricolori, dagli indici di borsa, ai titoli di stato, possono tranquillamente essere venduti allo scoperto senza limitazioni particolari, se non un deposito frazionale di liquidità.

Italexit, per quanto evento obiettivamente quasi impossibile, favorisce deflussi dalle attività denominate in Euro, attira vendite allo scoperto sui crediti dei paesi “devianti”, alimenta un possibile effetto contagio già avviato (i vecchi PIGS tornano alla ribalta), amplifica i rischi dello scacchiere internazionale.  L’andazzo proseguirà fino a quando la portata delle perdite di valore non sarà sufficiente ad attrarre nuovamente gli investitori più opportunisti, sempre a caccia di affari a prezzo di saldo.     

Post scriptum: il Mediterraneo torna al centro del mirino

Fino alla prima settimana di maggio il mercato azionario italiano, con una performance superiore alla doppia cifra, era stato il migliore in Europa da inizio anno. Lo spread rimaneva impallato a quota 120, comunque superato al ribasso perfino da quello del Portogallo. L’indifferenza dei mercati, dopo il fallimento del referendum, è stata in qualche modo giustificata e alimentata dall’approccio felpato del Governo Gentiloni. Ciò non di meno, era evidente fin da allora che il fallimento dell’unico progetto in campo di riforma del paese, nell’ottica degli investitori, avrebbe dovuto favorire un aumento per il premio al rischio paese che non si è materializzato. Lo spartito non è cambiato neppure dopo l’esito delle recenti elezioni di marzo e il configurarsi di un possibile governo di matrice populista, guidato da un’accoppiata di leader dei quali erano da tempo noti i fremiti anti Euro e la predilezione per il deficit spending. La misteriosa mancata reazione dei gestori internazionali era da considerarsi come un vero e proprio enigma e una delle innumerevoli smentite dell’ipotesi di “efficienza” dei mercati. Quanto i “geni della finanza” abbiano dormito è dimostrato anche dal survey di cui si evidenzia l’esito in figura, dal quale si evince che ancora qualche settimana fa gli esperti dei trading desk, consideravano il rischio politico in Europa tra i fattori più trascurabili nell’ambito di quelli prevedibili.

Solo martedì otto maggio si è sentita la prima leggera scossa tellurica, con lo spread in salita a 130 punti, la borsa debole (-1,6%, con le banche in ritirata) e il BTP decennale all’1,83%. La prima seria frustata è arrivata solo il 16 maggio, dopo la lettura notturna del “contratto” di governo: lo spread è schizzato a 150, il rendimento del BTP al 2,12%, la borsa ha perso oltre il 2,5%.

Da allora si sono aperti i rubinetti e il dibattito tra pessimisti (tanti) e moderatamente ottimisti (pochi) ha occupato il centro della scena sulla stampa finanziaria internazionale.

Venerdì 26 maggio lo spread ha toccato quota 212, il BTP a due anni era salito allo 0,67%, il livello più alto degli ultimi tre anni, quello decennale ha sfiorato il 2,5%. Le case di rating oggi sono pronte a declassare il debito del paese a BBB-, l’ultimo gradino prima del precipizio del “junk”.

Il trend non è dissimile da quello iniziale della prima estate del 2011. Anche allora arrivarono, prima, i declassamenti del debito, poi, tutto il resto: spread a quota 600 punti, tassi a breve termine all’8%, licenziamento del Governo Berlusconi, successivo sostanziale “commissariamento” del paese.

Allora la crisi italiana mise in discussione la sopravvivenza dell’Euro, questione superata solo con il “whatever it takes” di Draghi nel luglio successivo.

Dicono che la storia non si ripeta, ma a volte si somigli.   Anche questa volta Roma non uscirà dall’euro, questo è certo. E’ il “come non lo farà”, che preoccupa.  

(*) Managing Partner di Quantyx Advisors

 

 

 

 

 

 

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