Lo strano (per gli stranieri) e fragile (per noi) ottimismo sugli asset finanziari italiani

di Enrico Ascari - 16/05/2018

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Parafrasando Churchill, il disinteresse dei mercati finanziari per le italiche vicende è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma. Lo stallo politico prima, l’annuncio di un governo giallo-verde poi, non hanno lasciato traccia sui prezzi delle attività finanziarie tricolori.  Il temuto spread (il differenziale di rendimento tra obbligazioni governative italiane e germaniche), proxy del rischio paese, è rimasto congelato intorno all’1,3 per cento, con oscillazioni impalpabili. Nel 2011 viaggiava in media ben oltre i 500 punti base. Era il tempo dei “golpe”[1] teleguidati dall’accoppiata Merkel-Sarkozy, dell’inevitabile (e meritato), “commissariamento”, l’ora più buia prima del “Whatever it takes” di Draghi, che, dicono, ha evitato il default dell’Italia e la fine dell’Euro.

Il BTP scadenza decennale ha un rendimento ancora inferiore al 2%, più di un punto in meno rispetto all’equivalente obbligazione statunitense. Che dire poi della borsa milanese? Da inizio anno è la migliore in Europa, con una performance che supera il 10%. E’ un mistero.

Dicono che il rischio politico sia scomparso dai radar degli investitori, sepolto da una grandinata di numeri finalmente convincenti (occupazione, crescita, profitti). Warren Buffett, il saggio di Omaha, conferma: gli investimenti non si scelgono di pancia o guidati dalle convinzioni politiche. I danni reali (Brexit), quelli potenziali (Trump) e quelli immaginabili a Roma e dintorni, causati da un governo a zig zag tra il pop e il naif (caritatevoli eufemismi), prima o poi rischiano di materializzarsi. Il Financial Times prende nota della “discesa” dei barbari a Roma con “una scrollata di spalle”. Non interessa a nessuno.

Dove sono finiti i bond vigilantes, dell’epoca di Clinton, gli occhiuti controllori della castità finanziaria e della sobrietà fiscale di Washington? Capaci di scatenare la tempesta perfetta nel Mediterraneo (ricordate i PIGS?) e, ancora oggi, di mettere in ginocchio l’Argentina e la lira turca.

Dicono che c’è Draghi, con la sua rete di salvataggio. Ogni mese compra anche i BTP. Il 15% del debito pubblico italiano è nei forzieri della BCE, venduto prevalentemente da operatori esteri. Ma è pur sempre debito gigantesco e fragile, il terzo al mondo per dimensioni assolute. Il QE sta per finire, tra 18 mesi il Governatore lascerà il passo a un tedesco. I mercati, che sono “macchine che scontano il futuro”, dovrebbero anticipare questi eventi e iniziare a penalizzare i paesi europei politicamente e economicamente più fragili, a maggior ragione se in preda a una epidemia di faciloneria qualunquista.   

D’altra parte dicono che le brutte notizie sono già nei prezzi, che i mercati hanno già “scontato il peggio”, che la “strana coppia” dei populisti diversi Salvini – Di Maio farà la stessa fine di Tsipras e Varoufakis in Grecia: dai minacciati sfracelli all’assertivo ossequio del cerimoniale di Bruxelles, per finire con il bacio dell’anello alla cancelliera tedesca. Cosa scontino i mercati è un enigma.

Dicono che l’Italia conti ormai zero nella finanza internazionale, sparita dai portafogli dei grandi fondi internazionali e che quindi l’andamento di Piazza Affari sia irrilevante e meno legato di un tempo a quello delle piazze principali. La Borsa,  che capitalizza circa 680 miliardi di euro, più o meno come la sola Apple e non più del 40 per cento di un PIL stagnante da un ventennio, ha un peso da prefisso telefonico negli indici globali. L’Italia è però il secondo paese manifatturiero in Europa, il sesto al mondo e, malgrado tutto, continua ad attrarre capitali, sia opportunistici che pazienti.

Diciamo che gli “esperti” di mezzo mondo, chiamiamoli pure “gufi”, hanno spesso fatto una pessima figura con il Belpaese, troppo spesso considerato solo come un incidente in attesa di accadere, sempre incubo, mai opportunità per l’Europa.  Commettono spesso l’errore di prenderci troppo sul serio, sottovalutando l’italica predilezione, confermata anche in queste ore, per la commedia che trascolora in farsa.

Comunque sia, senza esagerare, sembra arrivato il tempo della prudenza.

Se il governo grillo-leghista sarà varato, come minimo, centinaia di poltrone verranno occupate e un bel po' di quattrini dovranno essere trovati.  Da chi e come? Qui siamo all’ovvio, altro che rebus. Pensate sia possibile una occupazione “manu militari” a danno zero per le società quotate in Borsa? A partire dalle ultime quattro o cinque multinazionali rimaste al paese, in pancia al Tesoro e alla Cassa Depositi e Prestiti, passando per le multiutilities ex municipalizzate. Poi, per una coalizione paupero-localista, sarà irresistibile la tentazione di “redistribuire”. Difficile capire a vantaggio di chi, la platea è troppo ampia. Facile immaginare le prime vittime, a partire da quelle più ovvie: i concessionari autostradali, i fornitori di servizi energetici regolamentati e, perché no, le banche, appena uscite dalla sala di rianimazione. Diciamo l’80% del listino principale. Vale la pena tener duro?

(*) Managing Partner di Quantyx Advisors

 

 

[1] Nell’anno saltarono i governi di Spagna, Grecia e Italia. E’ ormai noto e confermato dal Ministro del Tesoro americano dell’epoca Timoty Geithner

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