La finanza ha conquistato la politica, ma l'arroganza non paga

di Enrico Ascari (*) - 12/08/2017

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Il percorso dei mercati finanziari non è mai sembrato così lineare. Un tratto d’asfalto liscio, percorso con il limitatore di velocità, che converge verso un orizzonte chiuso da inavvicinabili catene montuose avvolte da un perenne crepuscolo. Di converso l’esito dei percorsi della politica non è mai stato così imprevedibile, incerto per certi versi perfino grottesco. E’ l’ultimo enigma costruito dai cosiddetti “esperti”, che poi fingono di sorprendersi. Insomma dopo un anno, il 2016, dominato da un perverso e indecifrabile rapporto di dipendenza dei mercati dalla politica, ne segue un altro, nel quale il cosiddetto rischio “geopolitico” sembra diventato irrilevante, al pari di tutti gli altri, peraltro. Come gli investitori possano trascurare conseguenze e rischi del grottesco dipanarsi delle vicende politiche americane, dopo aver incredibilmente dato un’apertura di credito illimitata a Donald Trump, rimane un enigma.

Politica e finanza, binomio pericoloso per tutti, sprovveduti risparmiatori e padrini dei mercati. Il vecchio Warren Buffett ha come sempre la massima giusta: “non fatevi fregare dalle vostre idee politiche quando decidete come investire” (Assemblea degli azionisti di Berkshire, 27 febbraio 2017). Meno diretto, Luigi Zingales, forse il più affermato “giovane” economista italiano, sostiene che il legame tra politica è finanza è meritevole di una ben maggiore attenzione da parte della ricerca accademica.

Le dinamiche politiche influenzano gli esiti – non neutrali -  della finanza secondo modalità complesse. C’è una bella differenza, per esempio, tra politiche “pro-mercato” e un’agenda “pro-business”, spesso volontariamente confuse di fronte all’opinione pubblica o tra modalità diverse di gestione delle crisi bancarie. Anche le conseguenze di lungo termine per l’elettorato sono eclatanti ma poco trasparenti.

Che dire poi dell’azione di istituzioni delle quali troppo a lungo è stata acriticamente difesa una “sacrale” indipendenza? Le conseguenze delle politiche delle banche centrali sono tutto tranne che politicamente “neutrali” in termini di distribuzione del reddito e della ricchezza, malgrado gli apprezzabili intendimenti.[1]

D’altra parte è vero anche il contrario: la politica da troppo tempo, e sempre di più, è condizionata dai padroni dei mercati finanziari e non si fa il minimo scrupolo a usare, ma più spesso farsi catturare, dagli interessi della finanza. Washington e Londra sono particolarmente prone ai voleri di Wall Street e della City e, da ultimo, anche l’“anticonvenzionale” Donald Trump è circondato da diversi ex di Goldman Sachs e sfacciati venditori di saponette finanziarie.  

C’è stato un tempo nel quale tutto sembrava relativamente semplice: i mercati premiavano le politiche pro mercato e bocciavano quelle “redistributive” o “stato-centriche”. I “bond vigilantes” costringevano il democratico Bill Clinton ad abbandonare le velleità di deficit spending e, periodicamente, costringevano i Paesi “devianti”, Italia in primis, a chinare la testa di fronte all’impennata degli spread e all’inabissarsi dei tassi di cambio (ante Euro). Districarsi oggi tra gli opposti ma convergenti populismi di destra (la colpa è dei migranti) e sinistra (è la globalizzazione, stupido!), che assediano l’imbelle razionalismo di elite basite, arroccate in difesa, non è facile. E i mercati, dopo qualche incertezza e abbaglio iniziale, anche perché sempre sotto l’anestetico delle Banche Centrali, hanno scelto di fregarsene, alla faccia degli esperti e dei gufi.

Mercati a volatilità zero. Da tempo l’esuberante vitalità dei mercati azionari si è trasformata in monotono tran tran rialzista al quale si affianca il rifiuto dei tassi d’interesse di abbandonare i minimi storici. La placida superficie dei dorati oceani della liquidità è increspata solo dagli alisei delle rotazioni settoriali e da qualche brezza valutaria. Invero il 2017 ha visto, per la prima volta da tempo, un allineamento astrale particolarmente favorevole: crescita economica, soprattutto in Europa, finalmente visibile, una specie di sequel in tono minore della “Goldilocks economy[2] degli anni ’90 negli Usa, dollaro che scivola e aiuta la finanza degli emergenti, inflazione sempre latitante, il che mantiene le banche centrali prudenti. Inoltre se guardiamo alla stella polare delle borse globali, Wall Street, scopriamo che quest’anno i numeri delle corporations sono effettivamente migliori delle aspettative, soprattutto per quanto riguarda la crescita del fatturato. Secondo Thomson Reuters, l’ultimo tasso di crescita annuale degli utili delle società che compongono l’indice S&P 500 è pari al 9,2% ma il dato che sorprende è quello di crescita delle vendite, che viaggia al 4,5% annuo, un numero che non si vedeva da una vita.

L’ecosistema dei mercati mantiene una solidità apparentemente inattaccabile in un contesto di surriscaldamento globale che fa invidia a quello climatico. Ormai da anni quasi tutte le metriche valutative segnalano rosso. Tutti lo sanno, ma la liquidità deve essere in qualche modo investita.

I mercati finanziari in definitiva sembrano aver sposato in pieno le teorie dei "neo ottimisti"[3]: scontano le “magnifiche e progressivi sorti” non tanto dell’umanità, ma più prosaicamente delle economie (o meglio delle corporations che le popolano). Ma non sono solo le spettacolari metriche di valutazione raggiunte che dovrebbero preoccupare i gestori istituzionali, anche l’ormai sepolto tormentone degli scenari geopolitici globali dovrebbe far alzare più di un sopracciglio. Soprattutto per quello che sta accadendo sullo “scacchiere” di Washington e dintorni. Ma, evidentemente, anche questo bicchiere, fino a prova contraria è mezzo pieno.

Dove siamo con il populismo? Dilettanti allo sbaraglio. Mettiamo in fila Brexit, l’elezione di Trump, il referendum in Italia, le presidenziali in Austria, le politiche in Olanda, le regionali in Germania. E ancora, le presidenziali e le successive politiche in Francia, con Macron dalle stelle alle stalle (dei sondaggi di gradimento) in 30 giorni. Che dire del flop dei tanto temuti movimenti populisti europei, dal Fronte Popolare della Le Pen, all’UKP in UK, a Alternative für Deutschland in Germania? Apparentemente spariti come neve al sole, in attesa di conoscere la sorte dei presunti populisti italiani, alle prese con “comunarie” e festival della polenta. E le sinistre “radicali”? Quella di Corbin e Sanders, vecchi alfieri del “tassa e spendi” che almeno hanno il pregio di aver mangiato pane e cicoria per 30 anni, facendo coerente opposizione al dominio dei lib-lab all’interno dei loro partiti, o quella al borotalco delle nostre latitudini, sempre alla ricerca del Sacro Graal per il suicidio perfetto? Frulliamo il tutto e cosa otteniamo?  Poco o niente.

Non c’è un filo rosso che collega i puntini. Il 2016, con il senno del poi, si è dimostrato testimone dell’esito casuale più che il punto di partenza di un trend. Un anno dopo, probabilmente, l’elettorato inglese esprimerebbe un diverso voto su Brexit; d’altra parte ipotizziamo che la vittoria di Trump sia stato un accidente della storia, agevolato dall’estrema debolezza e arroganza del candidato democratico, la Hillary Clinton del “basket of deplorables”. Ecco, se un filo conduttore può essere rintracciato nel dipanarsi delle vicende politiche degli ultimi mesi è che l’arroganza non paga più. La Clinton ha dettato la linea (anche se il vincitore come ego è imbattibile), ma Cameron prima e l’algida May poi, sono riusciti a fare di peggio. Per non parlare di Matteo Renzi che è riuscito a sciogliere nell’acido il faticoso lavoro di tre anni trasformando in bocciatura personale il referendum istituzionale. E testardamente ancora insiste per anticipare il probabile bagno di sangue della chiamata alle urne.

Nell’incertezza assoluta, dove l’enorme vuoto politico può essere riempito in poche settimane (vedi Macron in Francia), ma la credibilità rischia di evaporare altrettanto in fretta, c’è un aspetto favorevole che in effetti i mercati hanno evidentemente percepito. Gli elettori, frustrati, furenti o semplicemente scoraggiati hanno ancora qualcosa da perdere e non sono ciechi e sordi: quando vedono i populisti passare dalle parole ai fatti, un po' di strizza se la prendono. Migliora quindi al margine il quadro politico in Europa, in attesa di vedere cosa accadrà a Roma dall’autunno in poi, mentre oltre Atlantico si tengono Trump, con le conseguenze del caso. Speriamo che il risveglio non sia troppo brusco.

(*) Nato a Medolla (24/9/1956), laureato all'Università Bocconi (1982) in Economia Politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, BNL Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni SGR (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP AM nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.

 



[1] Eppure, con troppa disinvoltura si parla della quasi inevitabilità di incarichi politici di primissimo livello per l’attuale Presidente della BCE e il bello è che sono sponsorizzati dai “riformisti” di tradizione lib-lab, se non socialdemocratica.

[2] Il termine, metaforicamente identifica l’economia “perfetta” (per Wall Street, ovviamente), cioè che viaggia a una velocità tale da evitare sia un’accelerazione inflazionistica, sia la recessione. Il termine fu molto usato negli anni ’90 per caratterizzare un periodo particolarmente favorevole dell’economia americana.

[3] Si tratta di un gruppo di pensatori sempre più influenti i quali sostengono, in opposizione al sentire comune, che la razza umana, nel suo complesso e non solo nei paesi in via di sviluppo, ha raggiunto il massimo del benessere e continuerà a progredire, considerando una serie di parametri non esclusivamente economici.

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