Tassare i robot?/Parte II

di Enrico Ascari (*) - 22/06/2017

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I problemi non possono essere risolti nello stesso contesto in cui sono nati” (cit. Albert Einstein).

L’innovazione tecnologica, malgrado qualche dubbio, rimane il motore, forse meno potente che in passato, della crescita. Genera precarietà ma le responsabilità del “declino” del ruolo lavorativo degli esseri umani vanno cercate soprattutto altrove. In prima fila, al banco degli accusati, c’è il processo degenerativo della cosiddetta economia di mercato. Una deriva oligopolistica dettata dalle grandi corporations globali, tra le quali primeggiano i padroni della “tecnologia della conoscenza”. Il mito romantico[1] di Steve Jobs e del garage a Cupertino è ormai tramontato, sia pure non del tutto. Altri sono oggi i muscoli necessari per finanziare la ricerca di base e mutare le idee in tecnologie trasformative. Lo sviluppo della tecnologia, di conseguenza, non è “neutrale”. Tutt’altro. Ben venga quindi il dibattito accademico e divulgativo sul rapporto tra sviluppo tecnologico, schiacciamento salariale, dislocazione del lavoro e crescita del benessere. Un dibattito che calato alle latitudini nostrane appare lunare se si considerano le peculiarità del declino del nostro paese nell’ultimo trentennio.

Fenomeni globali ma specificità locali

Da tempo i fenomeni connessi alla globalizzazione e le correlate ricadute a livello locale sono fuori dal controllo e dalla portata delle azioni di qualsiasi governo nazionale, perfino di quelli americano e cinese. Le classi dirigenti che si affannano a frenare o bloccare le “oscure” forze nemiche sbagliano o sono in malafede;  si occupino piuttosto di accettare le sfide globali rafforzando istituzioni e anticorpi interni per massimizzare i vantaggi e limitarne i danni. Ad esempio, la discussione in Italia sulla tassazione dei robot o l’arbitraggio fiscale delle multinazionali, rischia di rimanere fatuo e aristocratico virtuosismo del bla bla. Non sono obiettivi alla portata dei governi nazionali. Ci provasse l’Europa, ammesso che possa riuscirci, cominciando dalla soppressione dei paradisi fiscali ufficiali EU.  

Cenni sull’economia italiana

L’ultima Relazione di Banca d’Italia, nelle Considerazioni Finali, offre un’asettica sintesi degli “economics” del paese, in vista del traguardo dei dieci anni dalla grande crisi finanziaria. Un distillato dell’ovvio da usare per indagare sul legame tra innovazione e produttività in Italia. “Dal 2007 al 2013 il PIL è diminuito del 9 per cento; la produzione industriale di quasi un quarto; gli investimenti del 30 per cento; i consumi dell’8. Ancora oggi nel nostro paese il prodotto è inferiore di oltre il 7 per cento al livello di inizio 2008; nel resto dell’area lo supera del 5” [2]. Numeri indiscutibilmente agghiaccianti, peggiori di quelli generati della depressione degli anni 30. Visti dalla rinata “city” milanese sembrano incredibili.

La doppia recessione degli ultimi anni ha amplificato quelli che il Governatore Ignazio Visco considera i problemi principali del Paese: il debito pubblico e i crediti “deteriorati” delle banche. Ai quali andrebbe aggiunto anche il livello di pressione fiscale. Obiettivamente insostenibile.

Fattori da considerarsi parziali cause e sicuri effetti collaterali - le circolarità, quando “viziose”, sono sempre in azione - del problema dei problemi: la “crescita come impossibilità”, che deriva in ultima analisi dalla stagnazione della produttività.

Numeri e analisi abbondano. Basti dire che, fatto 100 il 2000, in Italia nel 2016 la produttività totale dei fattori è scesa a 94,5, in Spagna è salita a 102,1, in Germania a 109,2. Tra le innumerevoli determinanti della (mancata) crescita, spicca l’arretratezza tecnologica[3]. Sarebbe di 25 miliardi di euro all’anno il deficit di mancati investimenti in innovazione tecnologica rispetto alla media europea[4].

Le quattro grandi divergenze

L’arretratezza tecnologica è il filo conduttore che collega e contamina le parallele e contigue quattro grandi divergenze del Paese: i fattori strutturali la cui combinazione impedisce la crescita della produttività e colloca stabilmente l’Italia, considerando le metriche della crescita, nel retrobottega dell’OCSE.

L’isteresi del Paese, confrontata con il forte rallentamento del resto del mondo sviluppato, è determinata dal sommarsi di queste quattro specificità, di natura prevalentemente “locale”, alle quali si aggiunge la zavorra del debito pubblico.

Si tratta della divergenza tra Centro-Nord Italia e Mezzogiorno, con la linea della palma, purtroppo, in inesorabile salita. Si aggiunge la polarizzazione tra pubbliche amministrazioni e servizi protetti e il mondo delle imprese soggette a concorrenza internazionale. Vi è poi, la dicotomia tra grande e piccola impresa, risolta infine con la sparizione della prima. Da ultimo si aggiunge il fattore “capitale umano”, inteso in senso lato, considerando congiuntamente l’elemento demografico, quello educativo, quello della debolezza delle elite di comando. Nessuno dei grandi paesi avanzati cumula simultaneamente questi quattro fattori di arretratezza.

Si intuisce d’acchito che l’Italia, il “gattopardo di marmo”, non ha bisogno di dotti dibattiti accademici sui pro e contro dell’innovazione tecnologica. Ha un’insaziata sete d’ innovazione, culturale e tecnologica.

La linea della palma

Il confronto internazionale sarebbe meno penalizzante se l’Italia non fosse la somma di due diversi mondi, impossibili da avvicinare. Il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ci ricorda che “rispetto al 2007 il PIL in termini reali risultava nel 2015 più basso di circa 12 e 7 punti percentuali rispettivamente nel Mezzogiorno e al Centro Nord. Tra il 2007 e il 2015 il PIL pro capite è diminuito in termini reali di circa il 13 per cento nel Mezzogiorno (circa l’11 al Centro Nord). Nel 2015 il prodotto pro capite meridionale era pari a circa il 66 per cento di quello italiano”. Numeri impressionanti che riflettono solo in parte la progressiva “sud-americanizzazione” del Mezzogiorno d’Italia, tali da spiegare, da soli, buona parte del distacco ulteriore accumulato dal Paese rispetto ai partners europei negli ultimi anni. Nel Sud è in corso un avvitamento (tra l’altro) effetto e parziale causa dell’arretratezza tecnologica: si spopola, perde i giovani più qualificati[5], il “contesto” diventa sempre più avverso all’innovazione, la densità dei fattori strutturali d’arretratezza è massima.

Pubblica amministrazione e servizi protetti

I dati confermano che la stagnazione della produttività dipende dalla dinamica relativa dei servizi, mentre quella manifatturiera, sia pure a fatica, migliora. L’eccessiva regolamentazione di alcuni mercati e le inefficienze della giustizia civile e della Pubblica Amministrazione (P.A.)[6] gravano sul sistema produttivo. Diversi studi e l’evidenza fattuale confermano, viceversa, che i livelli di competizione ed apertura dei mercati dei prodotti e del lavoro in Italia non sono peggiori rispetto alla Germania.

La distanza tra i settori esposti alla concorrenza internazionale e quelli protetti continua ad allungarsi. Il “digital divide” si amplifica, sulla base di un implicito trade-off tra minore informatizzazione e maggiore occupazione sottopagata e sotto-qualificata. Perseguire l’opposta strategia permetterebbe un migliore utilizzo dei fattori produttivi, più efficienza, nuova occupazione in altri settori in sviluppo. Oltre a maggiori stipendi per personale più qualificato. Le responsabilità sono diffuse. Osserva  Ferruccio de Bortoli[7] che “un governo meno sensibile alle ragioni del consenso non avrebbe dato — con l’ultimo contratto siglato a poche ore dal referendum del 4 dicembre — 85 euro di aumento ai dipendenti pubblici, senza una contropartita sulla produttività”.

Nell’ambito della P.A. brilla di luce propria lo scarso dinamismo del sistema giudiziario. Citato da tutti gli studi comparativi internazionali. Appare spesso autoreferenziale, refrattario a ogni tentativo di modernizzazione. Ormai diffusa è la convinzione che “chi tocca i fili muore”. Non mancano numerosi indizi. In organico mancherebbero quasi 1000 magistrati e circa 10mila addetti amministrativi in un mondo che è ancora oggi il regno del “faldone”. I governi hanno bloccato per anni il turn-over ma il vero punto dirimente è quello dell’informatizzazione. Mancata, perché non voluta.

Perfino Banca d’Italia (ibid.) è costretta ad ammettere che “…tra il 2014 e il 2016 la produttività dei tribunali…è diminuita su tutto il territorio nazionale… con un divario a sfavore del Sud e delle Isole…i divari territoriali non dipendono da carenze dell’organico dei giudici e del personale amministrativo…i tribunali del Mezzogiorno registrano una produttività inferiore del 15 per cento a quella del Centro Nord e una durata dei procedimenti più elevata di quasi il 40 per cento…la durata effettiva dei procedimenti conclusi nel Sud e nelle Isole era superiore di oltre il 50 per cento a quella del Centro Nord”. L’inefficienza della P.A. amplifica il divario Nord-Sud.

Italia paese de-multinazionalizzato

Sapete qual è il numero di lavoratori medio delle “imprese” censite in Italia, secondo le statistiche? Quattro. Ma di quali aziende stiamo parlando? Altra domanda: sapete quante imprese italiane sono nella classifica della rivista “Fortune” delle prime cento al mondo, ordinate per fatturato? Quattro (di cui due a controllo pubblico!)[8]. Chiamatele coincidenze.

L’Italia è un paese orgogliosamente “de-multinazionalizzato” in un mondo spadroneggiato dalle corporations. E’ destinata a prendersi solo il peggio della globalizzazione, lasciando agli altri le risorse umane e tecnologiche per i grandi investimenti in ricerca e sviluppo. In compenso non lesiniamo l’accanimento terapeutico per “salvare” Alitalia (un esempio tra i tanti) e banche che avrebbero dovute essere sepolte da tempo. Nella Penisola la trasformazione dei modelli sociali economici e produttivi portata dalla digitalizzazione, agevolata dalla media-grande impresa, deve ancora avviarsi non solo nella pubblica amministrazione ma anche nelle microimprese del terziario e del manifatturiero.

Investimenti immateriali, spesa in R&S[9], deposito di brevetti sono sempre nettamente sotto le medie europee. I motivi sembrano soprattutto tre: poche grandi imprese, investimenti pubblici assenti, elite di governo d’impresa troppo stagionate (assenza di cultura digitale).

C’è da dire che su questo fronte il programma “Industria 4.0” proposto dal Ministero dello Sviluppo Economico, va nella giusta direzione.

Secondo Banca d’Italia (ibid.) “il ritardo di efficienza dell’Italia è interamente imputabile alle numerose aziende piccole e piccolissime. Quelle con meno di dieci addetti, che pesano per oltre il 95 per cento sul numero totale delle imprese e per il 27 e il 44 per cento sul totale del valore aggiunto e dell’occupazione, rispettivamente, mostrano livelli di produttività del lavoro bassi e spesso dinamiche peggiori rispetto non solo alle imprese più grandi, ma anche a quelle di analoga dimensione di Francia e Germania”.

Sopra i 50 addetti i livelli di produttività sono simili a quelli tedeschi e crescono in linea. Sono le aziende di dimensioni minori che investono il minimo nell’illusione di sopravvivere. Sono spesso a conduzione familiare, caratterizzate da un futuro molto precario, con alto tasso di mortalità. Gli incentivi a non espandersi sono numerosi (sia sul fronte del mercato del lavoro, sia su quello della fiscalità, sia per i vantaggi della conduzione familiare che favorisce l’evasione fiscale). La scelta di sfuggire al Fisco si traduce in minori investimenti nell’innovazione. «La selezione di mercato ne risulta indebolita e la crescita è molto bassa. Senza evasione fiscale, la quota di mercato delle imprese più innovative sarebbe stata, nel periodo 1995-2006, più alta di otto punti percentuali e la dimensione media aziendale maggiore del 25%»[10].

Gerontocrazia al potere

Banca d’Italia (ibid.) ci ricorda che “alla fine del 2016 meno del 60 per cento delle persone tra i 20 e i 67 anni aveva un impiego; era occupata appena una donna su due. Tra i giovani con meno di 30 anni, circa un quarto, un terzo nel Mezzogiorno, non aveva un lavoro né era impegnato in un percorso formativo. Sono valori lontani da quelli di gran parte degli altri Paesi europei”. Secondo le previsioni dell’Istat, che pure scontano un afflusso netto di circa 150mila immigrati all’anno, nei prossimi trent’anni la popolazione di età compresa tra i 20 e i 69 anni si ridurrà di quasi 7 milioni di unità. La popolazione con oltre 70 anni di età salirà a circa il 30 per cento del totale, con ripercussioni importanti sulla composizione dell’occupazione. In nessun altro Paese industrializzato così numerose professionalità di qualità, anche formate dalla scuola pubblica, non trovano impiego e emigrano. Nel contempo, molte aziende non soddisfano le loro esigenze di laureati e tecnici. Ovviamente la criticità demografica, accentuata dalla fuga dei giovani più qualificati, amplifica l’arretratezza del Sud Italia e il distacco dalla modernità dell’innovazione. Si chiama avvitamento.

Studiosi di opposte tendenze convengono che l’assenza di sviluppo riflette l’arretratezza dell’innovazione e del sistema educativo. Il punto è che la “mitica” riforma della scuola che servirebbe è sempre quella che non c’è. Ogni governo ne prova una. Sempre bocciata da tutti, a partire dai diretti interessati, i docenti. A volte, persino dai proponenti, pentiti. Le responsabilità sono diffuse. Anche della politica che sempre ha strizzato l’occhio ai “precari” della scuola, bacino elettorale di non poco conto. Si tratta sempre di “scambio”: tra maggiore occupazione sottopagata e sotto-qualificata e minore efficacia del sistema educativo. Oppure tra perenne codarda ricerca di un compromesso tra (finta) uguaglianza a tutti i costi ed efficienza: con il mancato raggiungimento di entrambi. D’altra parte gli incentivi a investire in educazione e innovazione sono deboli. Tutti gli studi comparativi confermano che il rendimento della laurea è modesto. Con una popolazione che invecchia velocemente il circolo vizioso si rafforza. 

Le quattro grandi divergenze che si autoalimentano fanno emergere un quadro di riferimento difficilmente attaccabile.  L’Italia ha fallito la missione di ridefinire i suoi vantaggi comparativi, invecchia (fisicamente e metaforicamente) da decenni. Da tempo si parla di ventennio “buttato”, ormai diventato trentennio.

E’ stata sprecata l’epoca della globalizzazione. Il “gattopardo di marmo” rimane ancora oggi – con la rottamazione svaporata in slogan o resa dei conti all’interno delle solite consorterie - bloccato da gerontocrazie inattaccabili che occupano manu militari le istituzioni e i centri di potere. Osserva Sandro Catani[11] che “400 persone (età media 66 anni) controllano il 95% della borsa e l’80% dell’occupazione”. Forse è così anche altrove ma, con una differenza non di poco conto: la classe dirigente nostrana tende all’accanito mantenimento di un precario ma vantaggioso status quo. Sempre citando Catani: “Vilfredo Pareto, che ha inventato il concetto di elite, le classifica in due tipologie a seconda che prevalga l’istinto delle combinazioni, cioè l’inclinazione a innovare, inventare, produrre fatti nuovi, oppure la “persistenza degli aggregati”, cioè l’inclinazione alla stabilità, alla conservazione dei rapporti tradizionali”.[12]

Ora le elite sono sotto attacco dovunque. C’è chi pensa che in democrazia siano indispensabili. Altri credono di poterne fare a meno. Forse la grande maggioranza della popolazione dei Paesi avanzati vuole semplicemente elite “migliori”. Dovunque è in discussione la qualità della politica. Ma anche su questo terreno l’Italia ha una specificità che riguarda non tanto il ceto politico (non è necessariamente peggio di quello di altri paesi), quanto piuttosto il mondo dell’economia e della finanza. Molti elementi fanno pensare che il declino italiano sia strettamente legato progressivo sbriciolamento dei cosiddetti “poteri (quasi) forti” [13] , diventati, nell’ultimo ventennio, “poteri marci”. Fenomeno anomalo e peculiare. La grande crisi degli ultimi ha portato alla ribalta, casomai, una opposta tendenza, evidente in primo luogo nei maggiori paesi anglosassoni: la sottomissione della politica e la subordinazione degli ordinamenti statali agli interessi delle grandi multinazionali e del capitale finanziario. Che almeno non ha impedito la crescita, sia pure al prezzo di crescenti squilibri nella distribuzione del reddito. Se in Italia è avvenuto il contrario lo si deve anche alle miserie delle elites economico finanziarie e alla loro cronica mancanza di visione.  Infine, e il cerchio si chiude ancora una volta, un’elite economica “fuori tempo massimo” è priva dei requisiti “…per comprendere le nuovi condizioni del contesto e i fattori tecnologici, sociali, geopolitici che le stanno modificando”[14].

Riforme: qualcosa è stato fatto

Il bilancio delle riforme, tanto richieste (da Draghi, dai tedeschi, dall’Europa), molto sbandierate (dai governi pro tempore in carica), sottotraccia sabotate (dai percettori di rendite di posizione), è in chiaro-scuro. Banca d’Italia (ibid.), asettica, ci dice che “…le riforme attuate in Italia dalla seconda metà del 2011 hanno inciso su alcuni di questi fattori [di condizionamento negativo], creando le condizioni per un rafforzamento della crescita della produttività e dell’economia nel lungo termine”. Precisando opportunamente che “La valutazione empirica delle riforme è assai difficile: le osservazioni disponibili sono per natura limitate e con poca variabilità nel tempo, gli effetti si manifestano solo nel lungo periodo e non è sempre possibile distinguerli da quelli di altri fattori che operano contemporaneamente…[inoltre] gli effetti di breve periodo delle riforme possano essere limitati o addirittura negativi”.[15]

Il sistema pensionistico è stato più volte rivisto dal 1995 in poi (da Dini alla Fornero).  Ne è stato garantito l’equilibrio, cancellando quasi un terzo delle passività implicite accumulate fino ai primi anni 90 e mettendolo in condizione di sostenere shock demografici o macroeconomici avversi. l’Italia risulta piazzata molto bene, di gran lunga meglio della Germania. Ottimo risultato, da difendere.

Sul fronte delle riforme istituzionali il fallimento è stato indiscutibile. Istituzioni efficienti sono alla base dell’economia “sociale di mercato” che funziona così bene in Germania. Sono figlie di principi costituzionali condivisi, un quadro normativo stabile e efficace, un processo legislativo efficiente, chiara separazione delle funzioni, livelli di autonomia definiti, e, last but not least, buoni standard di efficienza, perseguibili solo con adeguati mix di competenze e automatizzazione, in definitiva il fattore chiave per ottenere l’apprezzamento di chi paga le tasse. Malgrado le numerose opinioni contrarie la riforma delle istituzioni era da considerarsi la priorità numero uno. Si è visto come è andata a finire. Mission impossible

La slavata riforma Madia sulla P.A. ha tagliato, largamente amputata, il traguardo dell’approvazione. Incombe l’odissea dei decreti attuativi. Ma l’amorfa burocrazia dei ministeri e delle amministrazioni locali rimane inattaccabile. Lo dimostra l’impossibilità di ridurre la spesa pubblica corrente. Tutti i commissari con deleghe specifiche sono scappati, da Enrico Bondi, instancabile tagliatore di costi e teste nel privato, a Cottarelli, tornato con la coda tra le gambe al Fondo Monetario. Rinviata a settembre.

Per quanto riguarda la deregolamentazione dei settori protetti e delle professioni la prima legge annuale sulla concorrenza, prevista dal 2009 per dare continuità e sistematicità agli interventi di liberalizzazione e presentata due anni fa, è ancora all’esame del Parlamento. Il lavorio degli ordini professionali e delle lobby nel sottobosco amministrativo romano è furioso e fruttuoso. Solenne bocciatura.

Il “Job Act”, i cui effetti sono accanitamente discussi sulla base di dati mensili interpretati sempre con indiscutibile faziosità, è la riforma del mercato del lavoro che molti si attendevano. Gli effetti andranno analizzati nel medio termine. Promosso.

 Il programma “Industria 4.0, la trasformazione competitiva digitale delle imprese e del Paese”, in sviluppo dal 2013, è fuor di dubbio uno dei fiori all’occhiello degli ultimi governi.

Con il Piano nazionale Industria 4.0 è stato introdotto un insieme di misure utili a favorire l’adozione delle nuove tecnologie digitali e dell’automazione. Dal 2013 è stato profondamente ridisegnato l’insieme delle politiche destinate al sostegno dell’attività innovativa[16]. Seguendo le migliori pratiche internazionali, esse prevedono interventi lungo l’intera filiera dell’innovazione: il finanziamento delle start-up, incentivi fiscali all’attività di R&S e agli investimenti in nuove tecnologie, il patent box, con un budget complessivo 18 miliardi di euro fino al 2027[17]. Già nel primo trimestre del 2017 si è vista una forte spinta agli investimenti. L’obiettivo è la ripresa alla grande dell’industria della manifattura (con un passaggio dall’attuale 15% di contributo al PIL ad almeno il 20%) e del suo indotto che coinvolge quasi la metà della nostra economia con cambiamenti profondi, sia nella progettazione dei prodotti che nel modo di fare impresa grazie alla digitalizzazione delle filiere e alla network-collaboration tra tutti gli attori. Si tratta di aiutare a rinnovarsi 200 mila medie e piccole imprese e 4 milioni di microimprese.

Conclusioni

Se c’è un Paese nell’ambito del mondo sviluppato dove il rischio per il futuro è che il cambiamento tecnologico e la collegata crescita della produttività risultino troppo lenti, non troppo veloci, questo è l’Italia. Piuttosto di cercare di rallentare in tutti i modi il cambiamento, i policymakers dovrebbero spingere sull’acceleratore della distruzione creativa. Al contrario ancora si buttano risorse dentro fornaci inesauribili che testimoniano il fallimento di un’economia relazionale e provinciale.

Nessun dubbio: in Italia robot e automazione distruggono troppo pochi posti di lavoro. La carenza di intensificazione tecnologica e capitalistica è concausa (non effetto) del peculiare inarrestabile declino. Se istituzioni, P.A., servizi, livelli educativi e concorrenza sono carenti, non possiamo colpevolizzare la resistibile e futuribile invasione dei robot (intesi come facile metafora dell’avanzamento tecnologico). Vale, certamente, l’ipotesi contraria.

Diventa sempre più imprescindibile promuovere informatizzazione e innovazione a tutti i livelli, diventare sempre più produttori e utilizzatori finali di robot. La Penisola è il settimo mercato al mondo per la robotica[18], fonte di crescita per l’eccellenza italiana nel settore industriale, uscito più snello ma rafforzato dalle ultime due recessioni. Tra le recenti iniziative governative il programma Industria 4.0 va nella giusta direzione. Attenzione però al “delivery”.

Le tasse lasciamole agli altri (chi viene veramente inciso dalla tassazione?). Un classico della schizofrenia italica, è quello di “spingere gli investimenti in digitalizzazione mentre si dibatte la tassazione maggiorata degli stessi”[19]. Non a caso il dibattito sulla tassazione dei robot ha visto scendere in campo tutti i “big” dell’informazione radio-televisiva[20].

Il cosiddetto “reddito di cittadinanza” (universal basic income,che in verità è un sussidio finanziato da redditi altrui), forse opzione ragionevole ad altre latitudini,nel contesto del Paese “gattopardo di marmo” diventerebbe la pietra tombale sulle residue speranze di ripresa. Viceversa c’è la possibilità, almeno in astratto, di utilizzare risorse pubbliche nell’ambito di una rinnovata presenza dello Stato, non più “protettore”, piuttosto “imprenditore”[21], con un rinnovato impegno diretto non solo nella ricerca di base ma anche in settori caratterizzati da grandi potenzialità ma ancora non remunerativi. Piuttosto che redistribuire reddito che non c’è, si tratterebbe di adottare un mix non convenzionale di politiche non più etichettabili, nel loro insieme, secondo i tradizionali canoni ideologici di tradizione liberista o socialdemocratica, che incoraggino lo scambio, l’inclusione, la libera espressione degli individui, l’apertura dei mercati protetti e l’incentivazione della naturale vocazione competitiva degli esseri umani. Programmi comunque basati sulla consapevolezza che gli esseri umani sono prevalentemente guidati da comportamenti di tipo competitivo più che da razionali funzioni di massimizzazione del benessere in sistemi che tendono all’equilibrio. Si tratterebbe in definitiva di “riattivare i flussi” che favoriscono una aperta e corretta competizione sociale. Per l’Italia sono fantasie? Per ora, purtroppo, si.

(*) Nato a Medolla (24/9/1956), laureato all'Università Bocconi (1982) in Economia Politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, BNL Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni SGR (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP AM nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.



[1] Realtà e mito, se si considera il ruolo dei finanziamenti governativi e della ricerca pubblica nello sviluppo di molte tecnologie e innovazioni, a partire dal world wide web.

[2] Banca d’Italia, Relazione 2016, Considerazioni Finali, Roma 31 maggio 2017. E’ la fonte anche delle citazioni successive.

[3] Banca d’Italia ci ricorda che “Per effetto di ritardi nella loro adozione, tra il 2000 e il 2007 le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno fornito un apporto ridotto alla crescita; il loro contributo si è azzerato nel corso della crisi, per poi riprendersi nell’ultimo triennio”. Ibid.

[4] “Il digitale in Italia 2016, Mercati, dinamiche, Policy”, Assinform.

[5]Rapporto Svimez 2016, http://www.svimez.info/anticipazioni-2016 (fonte anche della tabella).

[6] Si tratta di 50mila amministrazioni pubbliche (comprese la Scuola e la Sanità) con più di 3 milioni di dipendenti

[7] “Siamo diventati pigri? Il crollo della produttività in Italia”, 20 marzo 2017.

[8] Nel 2016 erano Exor (gruppo Agnelli), Generali, Eni e Enel.

[9] Il rapporto tra spesa R&S e PIL in Italia è stabilmente attorno all’1-1,3%. La Svezia spende in media il 3,5% del PIL. 

[10] Emanuele Bobbio, “Evasione fiscale, dinamica d’impresa e crescita aggregata”, Occasional Papers N. 357, Banca d’Italia.

[11] Sandro Catani, “Gerontocrazia, il sistema economico che paralizza l’Italia”, Garzanti 2014.

[12] Ibid. pag 53.

[13] Il riferimento è all’ultima fatica di Ferruccio De Bortoli “L’Italia dei poteri (quasi) forti”, La Nave di Teseo, 2017.

[14] Sandro Catani, ibid. pag 53.

[15] Banca d’Italia, ibid.

[16] “Il digitale in Italia 2016,”, Assinform.

[17] Tra i provvedimenti si segnalano: a) gli incentivi al “suprammortamento” e “iperammortamento” (140 e 250%), per circa 9 mld euro; b) il credito d’imposta del 50% su spese incrementali in ricerca e sviluppo (3,4 mld); c) il salario di produttività (3 mld); finanza per la crescita (PIR – piani di risparmio -, start up e PMI innovative) (1,3 mld).

[18] Report 2016 International Federation of Robotics.

[19] www.Phastidio.net

[20] Ad esempio Milena Gabanelli si pone la domanda : “bisogna tassare la ricchezza o la tecnologia per produrla?” in “Non tassate gli automi (ma le società hi-tech)” http://www.corriere.it/cronache/17_febbraio_27/non-tassate-automi-7cfa34a6-fc69-11e6-8717-6cdb036394a5.shtml.

[21] Mariana Mazzuccato, “Lo Stato Imprenditore”, Laterza, 2014.

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