Dejà-vu 83: Tassare i robot?/Parte I

di Enrico Ascari (*) - 22/06/2017

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Ha un senso tassare i robot o in generale l’innovazione, perché generano esternalità negative? Magari per finanziare lo stipendio di cittadinanza? L’innovazione tecnologica, malgrado qualche dubbio, rimane il motore, forse meno potente che in passato, della crescita. Genera precarietà ma le responsabilità del “declino” del ruolo lavorativo degli esseri umani vanno cercate altrove.

Robot per sognare, da odiare e, perché no, da tassare. Perenne immaginifica icona della modernità, i robot, comunque componente minore della terza rivoluzione industriale[1], rimangono nell’immaginario collettivo il simbolo della speranza o della paura in un futuro liberato dalla “schiavitù”, ovvero privato del “sacro” diritto al lavoro.  

Tecnicamente i robot sono “macchine a controllo automatico riprogrammabili”[2]. La popolazione mondiale di queste creature è inferiore ai due milioni. L’Italia (vedi grafico qui sotto) ne ha circa 150 ogni 10.000 addetti nell’industria manifatturiera. Il numero si abbatte drasticamente ovunque rispetto all’occupazione totale. I robot non andrebbero confusi con i “co-bot”, macchine o intelligenze, non dotate di braccia meccaniche ma fatte di bit, che collaborano e condividono i più svariati compiti con gli esseri umani.

Tassare i robot?

Il dibattito sui robot ha ripreso lena all’inizio dell’anno con un rapporto al Parlamento Europeo dell’eurodeputata Mady Delvaux che proponeva l’introduzione di” …obblighi aziendali di comunicazione su dimensioni e proporzioni del contributo della robotica e dell’intelligenza artificiale ai risultati economici di una azienda al fine di imporre una tassazione e contributi previdenziali e ciò in corrispondenza a un reddito di base o cittadinanza, con carattere universale, da attribuire ai lavoratori espulsi dal ciclo produttivo o mai entrativi”. La proposta, ennesimo colpo d’ala degli instancabili promotori del mantra “tassa e spendi”, è stata bocciata ma ha avuto la fortuna di essere stata ripresa da Bill Gates.

In una intervista alla  rivista Quartz[3]l’uomo più ricco del pianeta, il tecno ottimista fondatore di Microsoft, ha sostenuto che i governi dovranno tassare le imprese per l’utilizzo dei robot, rallentarne l’avanzata e finanziare altri tipi di occupazione per i quali gli esseri umani avrebbero ancora, anche se non si sa per quanto, un vantaggio competitivo, come la cura degli anziani e l’insegnamento ai bambini.

Esternalità negative

Ovviamente, il diavolo si nasconde nei dettagli e sul tema della tassazione si è scatenata la bagarre. Tassare come, chi e a che fine? I singoli robot, come se fossero dei lavoratori, oppure il reddito d’impresa, o il surplus che deriverebbe da un poco misurabile aumento della produttività? E per farne cosa? Buttarli nella fornace della fiscalità generica, spenderli per il “reddito di cittadinanza”, o che altro?

Secondo Robert Shiller, Premio Nobel e autore dell’indimenticabile “Irrational Exuberance”, “…una tassa moderata sui robot, anche una tassa temporanea che rallenta soltanto l’adozione di una tecnologia dirompente, sembra una componente naturale di una politica tesa ad affrontare crescenti disuguaglianze”[4], considerando le esternalità negative derivanti dall’emarginazione sociale, che non è esclusivamente questione economica. Nel suo libro “Rewarding Work”, Edmund S. Phelps sottolinea l’importanza di mantenere un “posto nella società, una vocazione”, la cui privazione, quando si dovesse diffondere a macchia d’olio, comprometterebbe funzionamento e ordine sociale.

Il perenne scontro tra pessimisti e ottimisti

I robot sono solo l’espressione più visibile e di facile comprensione del processo d’automazione, utile strumento dialettico per trattare la questione, complessa, del rapporto tra innovazione, crescita economica e mercato del lavoro.

Per i pessimisti, che evocano nuove povertà e marginalizzazioni, l’effetto del progresso sarebbe quello di creare un’enorme scorta (svalutata) di capacità produttiva di massa (umani e macchine), una sorta di moderno “esercito industriale di riserva”[5], di derivazione marxiana. Gli esiti, eccezionalmente positivi in termini di creazione di benessere e di occupazione[6] delle prime due rivoluzioni industriali, finora li hanno smentiti.

Per gli ottimisti, il robot antropomorfo[7] rappresenta ancora il sogno novecentesco della “liberazione” dell’essere umano dalla “schiavitù” del lavoro manuale e ripetitivo. I robot sono fonte di opportunità e trasformazione piuttosto che di distruzione.  L’idea è quella di un futuro idilliaco, che “…potrà realizzarsi solo se gli uomini lavoreranno con le macchine, dato che vi sarà sempre uno spazio più o meno ampio per entrambi”[8].

Innovazione tecnologica e crescita: certezze vacillanti.

E’ proprio la replicabilità dei modelli di sviluppo del passato che alimenta i dubbi dei pessimisti. Alcuni dei quali profetizzano che la digitalizzazione dell’economia, la robotizzazione, il prospettico dominio dell’intelligenza artificiale, degli algoritmi e dell’internet “delle cose”, pur migliorando tanti aspetti della vita quotidiana, porterà a una già visibile massiccia distruzione di occupazione qualificata e professionalità basate sulla conoscenza, con intrattabili conseguenze e oneri a carico della collettività.

Altri, viceversa, hanno il timore opposto: leggono con preoccupazione nella storia dell’ultimo ventennio i prodromi di un rallentamento secolare dello sviluppo causato anche dalla perdita d’efficacia del processo innovativo. Difficile, però, se non impossibile, separare questo effetto da quelli multiformi di una globalizzazione in declino e dai postumi deflazionistici della grande recessione del 2008/2009.   

Grande è la confusione sotto il cielo. Tra le poche certezze del pensiero economico, confermate dall’evidenza empirica, c’è quella che la crescita economica dipende dalla dinamica della produttività del lavoro (misurata in termini di prodotto per ora lavorata o di prodotto pro capite), dalla struttura demografica e del mercato del lavoro.[9] Essere più produttivi significa lavorare meglio piuttosto che lavorare di più: riflette una migliore combinazione dei fattori di produzione, grazie a nuove idee, innovazione tecnologica, trasformazione dei processi produttivi. Quindi la produttività è legata all’innovazione tecnologica (quantità e qualità).

Rayant Avent[10], capo redattore dellEconomist, nel suo libro “The Wealth of Humans” ha messo a confronto le  posizioni di chi pensa che sia necessario frenare in qualche modo il processo d’innovazione per migliorare i livelli di equità sociale e di chi, viceversa,  vede nel rallentamento del tasso innovativo  o nella sua perdita d’efficacia una delle cause della frenata della produttività e quindi della stagnazione salariale.

Il paradosso della produttività: troppa o troppo poca tecnologia?

L’economista Robert Gordon sostiene che le ultime ondate di innovazione tecnologica non sarebbero paragonabili, in termini di trasformazione sociale, a quelle della prima e seconda rivoluzione industriale e che il rapido progresso dell’umanità negli ultimi 250 anni potrebbe rimanere un episodio unico nella storia (vedi grafico qui sotto). Malgrado i contributi di robotica, intelligenza artificiale, manifattura additiva, nanotecnologie, genomica, biologia sintetica e così via, sembra che gli effetti sulla crescita della produttività dell’ultima ondata innovativa si stia riducendo, sintetizzandosi nella valorizzazione del tempo libero, della connettività, del virtuale.

Tassi di crescita medi della produttività (stime 1330- 2100). Robert Gordon.

Altre analisi mettono in discussione questa tesi, bollandola come già obsoleta, sia perché la disponibilità di una enorme massa di dati (big data) da analizzare e l’esplosione delle capacità di calcolo rappresentano una miniera d’oro ancora da esplorare in profondità, sia perché il tempo che trascorre dalla scoperta all’utilizzo economico virale di nuove tecnologie non è prevedibile e può durare anche decenni. Per alcune di esse potremmo essere in vista delle “killer app” che le valorizzerebbero. Infine sarebbe alle porte la possibilità di integrare tecnologia dell’informazione e manifattura, quella che molti considerano la vera “terza rivoluzione industriale”.

Ogni aumento di produttività richiede, in ultima analisi, un corrispondente incremento dei consumi (chi compra?), cioè di quella che gli economisti definiscono la “domanda”. Nel passato, su orizzonti temporali lunghi, la trasformazione dei modelli produttivi e l’innalzamento degli standard di qualità dei prodotti (basti pensare al passaggio dal telefono fisso, al cellulare e allo smartphone) hanno sempre validato l’affermazione che “l’offerta crea la propria domanda”.

Secondo il modello interpretativo di Gordon è sul lato dell’offerta (scarsa efficacia delle recenti modalità dello sviluppo tecnologico) che si origina il problema del deficit di crescita. Usiamo poca tecnologia e male, non troppa.

La grande stagnazione: manca la domanda

Sia come sia rimane il fatto che Goldman Sachs stima che dal 2008 la produttività del lavoro sia aumentata in media nei paesi sviluppati dello 0,75% all’anno, rispetto a una media del 2% nelle tre precedenti decadi.[11]

Secondo altre opinioni il quasi azzeramento della crescita della produttività avrebbe cause diverse, legate al modello di globalizzazione e alle conseguenze di lunga portata della crisi dei mutui subprime. Fenomeni paralleli, in qualche modo collegati. E’ la teoria della “grande stagnazione” che vede come determinante principale della bassa crescita una carenza di domanda aggregata (consumi e investimenti, compresi quelli in tecnologia e software). Secondo questo modello interpretativo forze secolari sarebbero al lavoro per frenare l’aumento della produttività. In ordine sparso: l’esaurimento del “dividendo demografico”, lo stallo del tasso d’occupazione, a lungo cresciuto per l’entrata delle donne nella forza lavoro, il livellamento educativo, la crescente divergenza tra le competenze necessarie alle imprese più innovative e quelle prodotte dal sistema educativo. Insomma, l’effetto positivo dell’intensificazione tecnologica nei paesi sviluppati sembrerebbe appannarsi non tanto per la direzione assunta dal processo innovativo, quanto per venti contrari d’origine e natura diverse.

La tecnologia darebbe un indiretto contributo alla strutturale carenza di domanda attraverso svariati canali di trasmissione. Il primo sarebbe quello del mercato del lavoro, aumentando la disoccupazione e frenando la crescita salariale.[12] Il secondo, tra gli altri, sarebbe quello di favorire l’aumento della disuguaglianza tra percettori di reddito e di profitti, alimentando il potere monopolistico delle grandi corporation globali. Bassi stipendi e la riduzione della quota di reddito che va al lavoro sarebbero le determinanti della cronica debolezza della domanda che caratterizza le economie avanzate che a sua volta frenerebbe la crescita della produttività, innestando un classico circolo vizioso.

Innovazione e disoccupazione

Il dilagare di tecnologie che sostituiscono il lavoro umano è considerato il catalizzatore di una pericolosa metamorfosi nel sociale della post-modernità, che si manifesta con tratti ormai definiti: crescita della disoccupazione, stagnazione salariale, polarizzazione e esclusione, ritorno della disuguaglianza. Ciò avverrebbe, in presenza di una apparente rottura del legame tra tasso di innovazione e produttività - ormai da tempo stagnante nel mondo sviluppato – fenomeno nell’ambito del quale, come abbiamo già visto, il ruolo della tecnologia è tutt’altro che chiaro.

Rapporto tra posti di lavoro creati dalla tecnologia e posti di lavoro eliminati dalla tecnologia negli USA.

Recenti studi[13] hanno messo in dubbio che automazione e l’innovazione tecnologica siano le cause principali dei livelli di disoccupazione sopra la norma e della stagnazione dei salari. E’ innegabile che lo sviluppo tecnologico abbia avuto notevoli effetti di disarticolazione e distruzione del mercato del lavoro, con grappoli di professionalità obsolete vaporizzate dall’avanzata della informatizzazione prima e della digitalizzazione poi. Ma è anche vero che l’innovazione crea nuova occupazione (cfr. grafico sopra e nota 13, relativi agli Stati Uniti) oltre a distruggerla, in percentuali variabili nel tempo ma sempre significative. Inoltre il tasso di variazione occupazionale per “categoria” di lavoratori (una proxy della “dislocazione” sul mercato del lavoro, cfr. grafico successivo) è ai minimi (non ai massimi) degli ultimi 150 anni, a testimonianza che gli effetti dirompenti della prima e della seconda rivoluzione industriale sono stati ben maggiori di quello degli ultimi anni, malgrado la diffusa credenza contraria. Tali passate dislocazioni, nel lungo termine, hanno facilitato, non impedito, la crescita sia del benessere che degli occupati.

Tasso di cambiamento occupazionale negli USA

Le previsioni che la corrente o prossima rivoluzione tecnologica spazzi via definitivamente moltitudini di occupati, traggono spunto da studi seri[14] ma sono amplificate e distorte dalla lettura dei media, tradizionali e social, soggiogati dall’attrazione per gli scenari apocalittici.

In effetti almeno negli Stati Uniti, in Germania e in Giappone i tassi di disoccupazione sono tornati sui minimi storici, sia pure in presenza di un aumento della precarietà (la “Gig Economy”) e una evidente divaricazione salariale (i vincitori prendono tutto).

Innovazione, aumento della diseguaglianza e stagnazione dei salari

Più che sul livello assoluto di disoccupazione l’avanzata del progresso tecnologico sembra avere effetti significativi, anche se difficilmente misurabili, sulla stagnazione dei salari e la crescita della disuguaglianza.

In linea di massima la crescita dei salari nel lungo termine dovrebbe essere più o meno allineata a quella della produttività. Nell’epoca della globalizzazione e, in particolare a partire dagli anni 80 del secolo scorso questa legge del capitalismo è stata confermata in modo molto parziale. Quasi ovunque nel mondo sviluppato il tasso di crescita della produttività e dei salari si è drasticamente ridotto ma con significative differenziazioni di livello: i benefici dell’aumento della produttività sono stati accumulati con crescente intensità dai percettori di profitti, piuttosto che da quelli di reddito da lavoro. Il fenomeno ha assunto carattere macroscopico negli Stati Uniti (vedi grafico qui sotto)[15], nei paesi anglosassoni e, in misura minore, in Germania. In Italia, con produttività a crescita zero, c’è stato poco da distribuire.

Produttività e salari orari negli USA

Le origini di questo fenomeno sono diverse. Difficile però negare un ruolo alle modalità di sviluppo dei processi innovativi.

In primo luogo la digitalizzazione dell’economia plasma il formarsi della domanda di lavoro, in un processo di distruzione creativa, con un effetto complessivo che dipende dal livello di flessibilità della struttura sociale e dalla capacità del sistema educativo di adeguarsi alle nuove professionalità in divenire. Oggi e a maggior ragione in futuro sono necessari meno laureati ma molti più lavoratori “STEM”[16], dotati cioè di competenze multidisciplinari di carattere tecnico-scientifico nei campi della scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. Stefano Scarpetta[17], direttore del dipartimento Lavoro, Occupazione e Politiche sociali dell’OCSE prevede che le professionalità compromesse dalla digitalizzazione siano solo l’8-10% del totale, con un ulteriore 20-25% dei posti di lavoro che sarà caratterizzato da un tasso di automazione tra il 50 e il 70%. Sono occupazioni che non spariranno ma cambieranno radicalmente. 

Questo processo di precarizzazione accelerata comporta pesanti ricadute sociali e il rischio reale di essere espulsi, forse per sempre, dal mercato del lavoro. L’ovvia conseguenza, più che un aumento del livello assoluto di disoccupazione, è la perdita di potere contrattuale del ceto medio nei confronti dei datori di lavoro e la conseguente stagnazione dei salari.

La rivoluzione digitale, paradossalmente, rallenterebbe l’intensificazione tecnologica, proprio perché il livello compresso del costo del lavoro disincentiverebbe gli investimenti in tecnologia labour saving, limitando la crescita produttività. I bassi salari ridurrebbero gli incentivi non tanto ad “innovare” quanto a combinare i fattori in modo più efficiente.

I VERI PREDONI DEL LAVORO: le aziende superstar

Diversi studi sostengono che il declino del costo e, quindi, del valore del lavoro sarebbe determinato non tanto dagli effetti della tecnologia, quanto da un capitalismo oligopolistico sempre più lontano dal mitico modello ideale del mercato aperto alla competizione. La tecnologia conta ma soprattutto perché è il core business delle “aziende superstar” a espansione virale, i giganti della tecnologia che dominano la capitalizzazione della borsa USA[18] (cfr. tabella seguente). La tendenza comunque è più generale e riguarda tutti i settori e segmenti produttivi a dimensione globale caratterizzati da evidenti e ininterrotti processi di consolidamento e di concentrazione, sempre più dominati da pochi players nell’ottica del “winner takes all”.

Le prime 20 società al mondo per capitalizzazione di Borsa

Il ritornello molto romanzato ripetuto fino alla nausea dalle società di consulenza e dai best seller di Business Management[19], suggerisce la visione di un mondo iper-competitivo nel quale i giganti che dominano i mercati sono costantemente attaccati dalle forze della distruzione. La realtà è che i mercati sono sempre più oligopolistici. Il trend dominante è quello del consolidamento, non della competizione. Dal 2008 c’è stato un boom dell’attività di M&A (cfr. grafico seguente relativo alla sola tecnologia). Il consolidamento di interi settori industriali va di pari passo con profitti e margini record favoriti dal mantenimento del vantaggio competitivo molto più a lungo di quanto non sia avvenuto in passato e da una forsennata corsa al “cost cutting”, primaria fonte di disoccupazione e stagnazione salariale. La minimizzazione dei costi di produzione è largamente passata per l’ottimizzazione del rapporto tra costo del lavoro e produttività. Il settore tecnologico è il primo nella lista delle industrie che stanno concentrandosi. Se negli anni 90 Silicon Valley era il campo giochi delle start-up, oggi è il regno di una manciata di colossi.

Volume e numero delle fusioni e acquisizioni nel settore tecnologico a livello globale

Conclusioni

L’innovazione tecnologica, malgrado qualche dubbio, rimane il motore, forse meno potente che in passato, della crescita. Genera precarietà ma le responsabilità del “declino” del ruolo lavorativo degli esseri umani, come abbiamo visto, vanno cercate soprattutto altrove. Il dibattito accademico e divulgativo a livello internazionale sui multiformi impatti, positivi o meno, dello sviluppo delle nuove tecnologie sui livelli di benessere attuali e futuri è sensato. Ribaltato in Italia assume caratteri grotteschi, considerando le peculiarità del declino del nostro Paese nell’ultimo trentennio. Tratteremo il tema nella seconda parte di “tassare i robot”, prossimamente su questi schermi.  

 (*) Nato a Medolla (24/9/1956), laureato all'Università Bocconi (1982) in Economia Politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, BNL Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni SGR (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP AM nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.



[1] Convenzionalmente la terza rivoluzione industriale è quella in corso, dell’informatizzazione, della connettività e della digitalizzazione (ICT).

[2] Definizione della International Federation of Robotics.

[3] https://qz.com/911968/bill-gates-the-robot-that-takes-your-job-should-pay-taxes/

[4] Il robot "contribuente" e la tassa per il lavoro Robert Shiller, Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2017

[5] C’è persino chi si domanda se gli esseri umani faranno la fine dei cavalli dell’inizio del XX secolo: dall’indispensabilità nell’ambito del processo produttivo, all’inutilità. Negli Stati Uniti i cavalli da lavoro sono quasi scomparsi, riducendosi da 21 milioni nel 1918 a 3 milioni nel 1960 (Daron Acemoglu of the Massachusetts Institute of Technology (MIT) and Pascual Restrepo of Boston University).

[6] Il principale sostenitore di questa teoria è Robert Gordon (Is US economic growth over?), che ha di recente dato alle stampe “The rise and Fall of American Growth”, 2016.

[7] Da Wikipidia: Un robot antropomorfo è un automa capace di riprodurre alcune caratteristiche dell’uomo, progettato e sviluppato per adempiere a una sola “missione”: semplificare la vita all’uomo. Ci si riferisce a due diverse branche della robotica: quella industriale e quella umanoide.

[8] Agostino Santoni, CEO di Cisco Italia, http://www.agi.it/blog-italia/digitale/2017/02/24/news/perch_non_dobbiamo_temere_e_tassare_i_robot-1527340/.

[9] Più precisamente rileva il tasso di dipendenza (il rapporto tra la popolazione non in età di lavoro e quella in età di lavoro) e il tasso di occupazione (il rapporto percentuale tra il numero di persone occupate e la popolazione).

[10]https://medium.com/@ryanavent_93844/the-productivity-paradox-aaf05e5e4aad#.4atjd5elx

[11] http://www.goldmansachs.com/our-thinking/pages/the-productivity-paradox.html

[12] I timori di disintermediazione del lavoro e della conseguente carenza di domanda, pur rilevanti, sono sempre stati sopravvalutati. L’Economist http://www.economist.com/blogs/babbage/2011/11/artificial-intelligenceha citato in merito uno scambio di battute (forse apocrifo) che risale alla metà degli anni 50 del secolo scorso.  Henry Ford II accompagna Walter Reuther, grande capo della UAW (Union of Auto Workers, uno dei maggiori sindacati dell’epoca) a visitare un nuovo sito produttivo a Detroit nel quale sono al lavoro i primi rudimentali robot. Il sindacato ha appena ottenuto un forte aumento di salari. Indicando i robot Ford chiede a Reuther: “Dimmi Walter, come farai a iscriverli al sindacato?” “Non lo so Henry", risponde Reuther, "E tu, come farai a fargli comprare le tue auto?”

[13] The zombie robot argument lurches on - EPI - May 24 2017 “Economic policy Institute” centro di ricerca no profit legato al mondo del lavoro Usa e https://www.wsj.com/article_email/robots-arent-destroying-enough-jobs-1494434982-lMyQjAxMTI3NTIzODgyNjgwWj/

[14] Secondo Carl Benedikt Fray e Micheal Osborne della Oxford University, nei prossimi 15-20 anni quasi la metà dei lavori sarebbe destinata a scomparire sotto la scure della tecnologia (almeno negli Stati Uniti).

[15] Fonte (http://www.epi.org/productivity-pay-gap/ ).

[16] Acronimo anglosassone per “Science, Technology, Engineering and Mathematics”.

[17] Jobless Society Forum organizzato a Milano dalla Fondazione Feltrinelli il 30 maggio 2017.

[18] Fonte: Mary Maker, KP Internet trends 2017. Le prime cinque società per capitalizzazione quotate a Wall Street appartengono al settore tecnologico.

[19] Come, ad esempio: “The End of Competitive Advantage” (by Rita Gunther McGrath) or “The Attacker’s Advantage” (by Ram Charan).

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