Le famiglie e le imprese preferiscono stare liquide. Ecco perchè

di Marco Liera - 12/05/2017

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Ultimamente ho udito e letto varie considerazioni tra lo stupito e il preoccupato sull’aumento della liquidità detenuta dalle famiglie e dalle imprese. Per esempio uno studio di Unimpresa, e un intervento del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco.

La crisi e l’incertezza sul futuro sono le giustificazioni ricorrenti date a questo fenomeno, con il conseguente richiamo al Governo su misure che possano favorire l’investimento di questa liquidità.  Francamente non so quale politica economica possa raggiungere questo risultato con un ragionevole grado di certezza, oltre a quello – poco o tanto che sia – che è già stato fatto. Credo che i cambiamenti nella preferenza per la liquidità seguano soprattutto delle dinamiche micro e comportamentali che non è facile modificare ad esempio con la politica fiscale.

Principio generale. La liquidità è un investimento, non è qualcosa che appartiene a un mondo alieno e opposto agli investimenti. Rispetto agli altri investimenti rende poco o nulla perché in cambio offre l’optionality, ossia la possibilità di essere prontamente destinata ad altri impieghi allorquando se ne riscontra la necessità/opportunità. Warren Buffett con la Berkshire Hathaway, al pari di Apple, Microsoft, Alphabet, Facebook, detiene montagne di liquidità, e quasi nessuno lo taccia di eresia e di bestemmia per questo. Anzi, molti ammirano la sua capacità di aspettare i momenti drammatici come il 2008 per utilizzarle con profitto.

Dal punto di vista delle famiglie. Ammesso e non concesso che le famiglie tengano “tanta” liquidità da parte (concetto abbastanza scivoloso), lo fanno per una semplice ragione: perché non sono assicurate sui rischi assicurabili. Quante volte in banca o fuori hanno ricevuto la proposta di sottoscrivere delle polizze caso morte, invalidità permanente totale, long term care, responsabilità civile e così via in un approccio veramente olistico alla consulenza alla finanza personale? Se le famiglie non si assicurano, devono per forza autoassicurarsi (e risparmiare allo scopo), riducendo la quota destinata strumenti diversi dalla liquidità come fondi comuni, piani previdenziali e così via.

Tra questi strumenti diversi dalla liquidità, sono già disponibili investimenti adatti a famiglie con capacità di assumere rischi finanziari che sono incentivati fiscalmente. Ci sono i PIR, sui quali gli incentivi fiscali hanno incrociato gli ”animal spirits” degli intermediari finanziari che collocano prodotti di risparmio gestito dagli alti margini, e che guarda caso sembra che stiano raccogliendo abbondanti capitali dalle famiglie. Ci sono i PIP e i fondi pensione aperti, e anche qui qualche buon risultato di raccolta negli ultimi anni c’è stato, sempre per via dell’azione dei network finanziari che li hanno proposti gli interessati perché incentivati commercialmente a farlo. Ma quante famiglie sanno che investendo 100 euro in una delle 6mila startup innovative o 400 PMI innovative risparmiano 30 euro di IRPEF l’anno dopo (o se l’IRPEF dell’anno dopo non è capiente, anche nei due successivi)? Guarda caso qui non ci sono “animal spirits” da remunerare con commissioni, e quindi quasi nessuna famiglia benestante (men che meno le altre) investe in startups o PMI Innovative.

Dal punto di vista delle imprese. Soprattutto per loro vale quanto detto sull’optionality della liquidità, oltre al fatto che la sovrallocazione di liquidità anche nel loro caso può essere dovuta all’autoassicurazione dei rischi assicurabili (che riguardano beni della produzione, insolvenze su crediti e responsabilità civile). In ogni caso, le imprese dovrebbero essere messe a conoscenza delle varie alternative di impiego della liquidità. Perché tenerla tutta a rendimento a zero o giù di lì sul conto corrente di una banca? Oggi per esempio c’è la possibilità di metterne una parte nel direct lending, prestando ad altre imprese tramite una delle varie piattaforme online che incrociano domanda e offerta di finanziamenti senza collaterale, o di sconto fatture. Il principio del direct lending dal punto di vista dell’impresa dotata di liquidità è semplice: se un imprenditore al momento non ha grandi idee sull’impiego della propria liquidità per rispettabilissimi motivi, può in parte prestarla senza intermediazione ad altri imprenditori che invece qualche idea (sperabilmente buona tramite il processo di selezione realizzato dalla piattaforma online) ce l’hanno, ma hanno esaurito la possibilità di accedere al credito bancario (ora più ristretta che in passato). Rispetto ai privati (tassati ad aliquota marginale IRPEF sugli interessi e senza possibilità di dedurre le perdite) le imprese sono soggetti fiscalmente più efficienti per gestire la liquidità con il direct lending.

In sintesi: l’aumento della liquidità detenuta dalle famiglie e dalle imprese non mi pare una cosa così allarmante e allo stesso tempo non mi pare facilmente indirizzabile con politiche macro. Varie alternative – per chi può perseguirle - e vari incentivi esistono già, e serve soprattutto una maggiore efficienza micro per farli sfruttare dai potenziali interessati.

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