Abbiamo bisogno delle piccole banche. Perchè se falliscono fanno meno danni

di Marco Liera - 20/02/2017

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Da decenni, il pensiero unico di Goldman Sachs, McKinsey e delle banche centrali spinge - passando da Davos – a favore delle concentrazioni bancarie. Ma mentre è ovvio e lineare l’obiettivo delle prime due, che traggono nuovo business in abbondanza proprio dalle fusioni bancarie, più controverso è l’effetto che le banche centrali ottengono spingendo i soggetti vigilati ad aggregarsi. In teoria dovrebbe essere la maggiore stabilità, ma nella realtà potrebbe essere esattamente l’opposto.

Intendiamoci subito: ci sono grandi banche risultanti da lunghi processi di  aggregazione che a oggi sono esempi di solidità (come in Italia Intesa-Sanpaolo). E ci sono buoni motivi che sorreggono la tendenza ad aggregarsi nel settore bancario. Tempo fa il presidente dell’Associazione Banche Estere in Italia, Guido Rosa, ricordava sul Corriere della Sera che ormai il 70% del tempo dei consigli di amministrazione delle banche è dedicato alla compliance, alle procedure interne richieste per il rispetto delle regole. Alle banche e agli intermediari finanziari è oggi di fatto chiesto di sostituirsi a vari organi investigativi nella repressione di illeciti e reati vari, dedicando risorse colossali all’attività di controllo e segnalazione. Logico che, più grande è la banca, minore sarà probabilmente l’incidenza di questi costi fissi inevitabili.   

Ma ci sono anche casi assai infelici di aggregazioni “seriali”. Come le storie disastrose di Monte Paschi, Popolare Vicenza, Veneto Banca, Banca delle Marche, Carige. UniCredit con l’aumento di capitale senza precedenti da 13 miliardi sta cercando di svoltare dopo anni di crisi che sono l’eredità di un decennio di acquisizioni e fusioni a raffica. E queste che ho citato sono il risultato di aggregazioni effettivamente realizzate, sempre con la benedizione di Bankitalia. Ma  vanno ricordate pure le fusioni caldeggiate per motivi misteriosi dalla stessa autorità di vigilanza che fortunatamente non si sono mai realizzate, come quella tra Banca Popolare di Vicenza e Banca dell’Etruria, due istituti totalmente decotti.   

Più in generale, da decenni la ricerca internazionale evidenzia i rischi e i limiti delle fusioni bancarie. Uno degli studi più interessanti sul tema è uscito nell’ormai lontano 2001. Si tratta di “Bank Mergers in a Deregulated Environment: Promise and Peril” di Bernard Shull e Gerald Hanweck, in cui tra le altre cose si legge che “le maggiori dimensioni bancarie tendono ad aumentare le remunerazioni dei top manager e degli amministratori, e rafforzare lo status dell’istituto come “troppo grande per fallire” (too-big-to-fail)”.  Parole profetiche, evidentemente rimaste inascoltate, perchè proprio gli anni successivi (fino alla Grande Crisi del 2007/2009) sono stati caratterizzati da una "frenesia aggregativa" nel settore bancario di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze, come dimostrano le cronache recenti su Royal Bank of Scotland, uno dei "mostri" creati in quel periodo. Forse, è possibile individuare ex post uno schema patologico ricorrente allorquando le concentrazioni bancarie sono state realizzate con operazioni "seriali" in troppo poco tempo, con salti dimensionali imponenti, e pagando prezzi troppo alti (come appunto il caso di RBS e MPS). (*)

Il punto centrale è questo: le grandi banche, risultato tipicamente di lunghi processi di aggregazione che hanno premiato consulenti, investment banks e top managers, non possono fallire, e questo obiettivo viene raggiunto a spese dei concorrenti, ai quali viene chiesto più o meno obbligatoriamente di contribuire al salvataggio delle banche in crisi con meccanismi di “solidarietà” come in Italia è accaduto con il fondo di Risoluzione o il fondo Atlante. Il risultato è che le banche “sane” vengono indebolite, e subiscono la concorrenza delle “salvate” che, anziché uscire dal mercato come meriterebbero, offrono remunerazioni molto elevate sui depositi per compensare la fuga dei clienti, sottraendo così raccolta ai competitors. E quando non si può più caricare sulle altre banche il costo dei salvataggi, per salvare gli istituti in crisi non resta che fare ricorso allo Stato intavolando complicate trattative con le autorità europee, come sta accadendo con Monte Paschi, accrescendo ulteriormente il debito pubblico. Risultato: la presenza di grande banche incrementa in modo indesiderato e probabilmente incontrollato il rischio sistemico.

Quando le crisi riguardano i piccoli istituti, invece, non c’è per definizione il problema del too-big-to-fail. Dal 2016 le crisi bancarie possono - anzi dovrebbero - essere gestite con il bail-in, che ha l’obiettivo di circoscrivere i rischi sui clienti e evitare il contagio agli altri istituti e ai conti pubblici. E ai benpensanti che dicono che le banche non dovrebbero mai finire in crisi, rispondo che questa è una pia illusione. In qualunque settore ci sono soggetti virtuosi e altri meno, fortuna e sfortuna, e quello bancario non fa differenza, soprattutto se permane l'attuale situazione di scarsa responsabilizzazione (no skin-in-the-game) che caratterizza a livello internazionale i top managers e le autorità di controllo (e che sarà oggetto di un mio prossimo articolo).

Posto che esistono certamente piccole banche mal gestite e grandi banche solide e redditizie, il sistema bancario è meno fragile se al suo interno non tutti i soggetti ricercano le maggiori dimensioni tramite aggregazioni. In particolare le banche centrali e le autorità di vigilanza dovrebbero essere più neutrali di fronte alle dimensioni bancarie per evitare effetti distorsivi e controproducenti.

(*) In Italia ci sono alcune banche - grandi e meno grandi - che tradizionalmente hanno preferito la crescita organica interna a quella esterna: mi vengono in mente Banca Mediolanum, Credem e tra le banche popolari, Banca Popolare di Sondrio, Banca di Piacenza, Banca Valsabbina.

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