Dejà-vu 82: il 2016 in retrospettiva

di Enrico Ascari (*) - 10/01/2017

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Formidabile, per molti versi, il 2016. Anno certamente contraddittorio, caotico, mai banale. Solo il futuro ci dirà se l’epoca di Brexit e dell’elezione di Donald Trump rimarrà nella storia come punto di frontiera tra passato e futuro, il fulcro di un cambio di paradigma, oppure se finirà nell’oblio, rottamata come un grande bluff, amplificato dalle panzane virali sui social network.

In politica è stato l’anno dei grandi appuntamenti con l’elettorato. Persi dagli inquilini del Palazzo, più che dalle vere élite di comando, che risiedono altrove. Si è cercato di trovare un unico filo conduttore, una lettura univoca e un po' avventurosa tra Brexit, l’elezione di Trump e la rovinosa caduta di Matteo Renzi. Una delle possibili interpretazioni enfatizza il ruolo crescente dell’ego, nella buona (Trump) e cattiva sorte (Cameron, Renzi). Minimalismo e understatement, sono stati comunque spianati[1].

Molti hanno razionalizzato i risultati delle urne enfatizzando il meta-fenomeno della globalizzazione tecno-finanziaria, responsabile dell’esproprio di benessere dei molti a vantaggio dei pochi e della crescente disintermediazione del lavoro tradizionale, marginalizzato dal libero commercio e dai flussi migratori.

Certamente negli ultimi tempi l’occidente è tornato a parlare di sé e delle relazioni o contaminazioni tra democrazia, stato nazionale e mercato[2]. Il tema è quello del “trilemma “ dell’economista Dani Rodrik[3]: nell’epoca dei mercati globali lo stato nazionale può scegliere se rinunciare alla sovranità, nell’ambito di una futuribile quanto improbabile “globalizzazione della democrazia” (gestita da organismi sovranazionali eletti in qualche modo), oppure di limitare la democrazia, sacrificata sull’altare dell’apertura totale alle forze dei mercati, ovvero, infine, di consolidare la legittimazione democratica interna controllando e regolando le forze della competizione globale.

La prima strada ha già dato pessima prova di sé in Europa. Sono scelte complesse, che comportano importanti trade off economico-sociali, ovviamente poco comprensibili per la maggioranza degli elettori.

Per il popolo del ceto medio in declino il 2016 è stato l’anno della consapevolezza, della caccia ai colpevoli, della demagogia, della post-verità. Per le classi dirigenti sulla difensiva è arrivata l’ora delle ipocrite lacrime di coccodrillo, delle recriminazioni contro il dilagare del populismo, della scoperta dei “deplorevoli”[4]. La triste verità è che la democrazia sembra non funzionare più quando il pilota automatico degli ottimati fa cilecca.

Rimane, dopo tante letture, il dubbio che il filotto elettorale dell’anno sia stato dovuti anche a uno scherzo delle probabilità, a un colpo del destino cinico e baro, favorito dalle leggerezze di Cameron, dall’ inadeguatezza della Clinton, dalla spregiudicatezza di Trump, dall’arroganza di Renzi.

In economia e sui mercati il 2016 verrà ricordato come l’apoteosi delle previsioni sballate, la caporetto dei catastrofisti, l’ennesima pessima prova degli esperti e dei divinatori del futuro.

I numeri della congiuntura, ovunque, hanno testimoniato la prosecuzione di una moderata ripresa, in accelerazione da qualche mese. Molti indicatori, a partire dall’occupazione negli Stati Uniti, ma non solo, sono ai massimi dalla grande crisi del 2008. Per l’economia reale, quella vera, è stato quindi l’anno dell’imperturbabile minimalismo, per nulla scalfito dalle ricadute della politica e dalla grandeur narrativa che hanno dominato il fantastico mondo del bla bla. Nessun crollo delle materie prime, anzi. Nessuna recessione (a marzo pronosticata come possibile entro l’anno, con un 20 % di probabilità). Nessun “atterraggio duro” o crisi valutaria della Cina (che, per fortuna, evita di commettere il peggiore degli errori, quello di liberalizzare i movimenti di capitale). Nessuna debacle dell’Euro, effetto o causa di perennemente evocati default alle latitudini mediterranee.

L’economia “del fare” continua ostinatamente a viaggiare più o meno attorno a velocità di crociera coerenti con le variabili strutturali troppo spesso dimenticate: le tendenze demografiche e quelle della produttività. Le prime sono incontrovertibili; per la seconda si aspetta un altro miracolo dall’innovazione tecnologica, ma un miracolo vero, che crei lavoro invece di distruggerlo.

Se passiamo dalla lettura dei numeri del ciclo a più discutibili analisi di scenario, l’anno appena trascorso avrebbe in effetti la possibilità di essere ricordato come un punto di svolta storico. C’è chi lo vede come il traguardo finale dell’epoca della globalizzazione, simbolicamente avviata all’inizio degli anni ’80, dalla rivoluzione liberista di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. E proprio a Reagan, con un paragone ardito, molti associano Donald Trump.

Il neo-eletto presidente americano, senza aver mosso ancora un passo, ha portato al centro del dibattito economico una proposta “rivoluzionaria”, decisamente reflazionistica (le aspettative inflazionistiche si sono già impennate ovunque), basata su una sforbiciata all’imposizione fiscale per le imprese[5] e i redditi più alti, sulla deregolamentazione (a partire dalla finanza), sull’utilizzo del deficit del bilancio pubblico per investimenti infrastrutturali e, infine, sulla delegittimazione del mantra del libero commercio che ha dominato il consenso liberista degli ultimi trent’anni.

Un mix esplosivo e non privo di curiose contraddizioni, lontano mille miglia sia dall’ortodossia dei liberal statunitensi, sostenitori della Clinton e sacerdoti della “crescita inclusiva”[6], sia dall’astratto dogmatismo pro mercato dei liberisti puri e duri. Siamo in presenza, ma dopo i tweet si aspettano i fatti, di una proposta politica spettacolarmente pro corporate America (malgrado il fumo negli occhi), che si pone l’obiettivo di consolidare il potere oligopolistico, già abnorme, delle multinazionali, a partire da quelle nei settori dell’energia, della difesa e della finanza. Un “vasto programma” dagli esiti imprevedibili, non solo per gli equilibri globali, ma anche per il benessere economico di lungo termine dello stesso ceto medio statunitense. Ma che, almeno, ha il pregio di “sparigliare” rispetto alle stanche declinazioni delle politiche economiche ortodosse di entrambe le sponde.

Malgrado dubbi e preconcetti, nel bene o nel male, è quindi verosimile che la presidenza di Donald Trump rappresenti un elemento di discontinuità se non di rottura sia nell’ambito delle relazioni internazionali, sia in quello della politica economica. Considerando i pregressi comportamenti e i tratti caratteriali dell’uomo – elementi da non sottovalutare mai - il minimo che si possa dire è che per gli esperti di scenari i rischi di sballare ancora più che in passato le previsioni sono in aumento. Una possibilità che Wall Street, per ora, ha trascurato, scaricando disinvoltamente i deprimenti temi prediletti dagli economisti liberal – la grande stagnazione, il rischio deflazione, la centralità della politica monetaria – prontamente sostituiti dall’enfatizzazione degli effetti positivi (su investimenti e consumi) che deriverebbero dall’adozione di un modello ancora indefinibile e contradditorio di post capitalismo nazionalistico a vocazione inflazionistica. Anche su questo terreno saranno i prossimi anni a darci, o meno, delle conferme.  

I mercati.

Per quanto riguarda i mercati abbiamo pochi dubbi: il 2016 troverà un posto di tutto rispetto negli almanacchi. Non tanto per gli esiti finali[7], quanto per la venatura di follia con cui sono stati raggiunti. Rimarranno indimenticate l’esasperata imprevedibilità, l’apparente irrazionalità, l’irriducibile estremismo, l’inossidabile potere ricattatorio sui banchieri centrali. Sono, quelli della finanza, luoghi nei quali il consenso appare sempre più oggetto di occulta manipolazione, giocato sulla costruzione e rottamazione delle più strampalate fantasticherie, spacciate per verità precarie, perennemente controvertibili, secondo modalità in parte assimilabili a quelle che si configurano sullo scacchiere del consenso politico.

Un, due, tre, pronti via. Il quattro gennaio del 2016 l’indice Shenzhen Composite della borsa cinese chiude in ribasso dell’8,2%, dettando la linea a tutte le piazze finanziarie. I primi venti giorni di gennaio, stagione abitualmente propizia per gli investitori, vedono il classico avvitamento delle aspettative tutto centrato sul mantra dell’incombente drammatico crollo dell’economia e della valuta di Pechino e della conseguente caduta senza fine dei prezzi del petrolio. Aria fritta.

Lo spettro di un mondo improvvisamente coperto dai ghiacci della deflazione riempie gli incubi dei vertici delle corporation, delle banche, degli hedge funds globali, riuniti in “penitenza” a Davos. Favole per i gonzi.

Davos: primo clamoroso, segnale contrarian. Non unico. All’inizio della terza decade di gennaio, con il “mondo che appare sull’orlo del precipizio”, ne arrivano altri due. Da una parte, nel mezzo di una grandinata di catastrofiche previsioni sul prezzo dell’oro nero, l’agenzia di stampa finanziaria Bloomberg punta il dito su una transazione di petrolio di bassa qualità eseguita a un prezzo negativo, che sarebbe avvenuta in Nord Dakota. Apriti cielo! Mentre inizia un surreale dibattito sull’eventualità di pagare per consegnare in stoccaggio la materia prima prodotta, il prezzo del Brent tocca i 27 dollari per barile, minimo dell’anno, proprio mentre Goldman Sachs segnala ai propri clienti che è giunta l’ora di acquistare. Oggi viaggiamo da tempo oltre i 55 dollari.

L'andamento del prezzo del petrolio Brent tra la fine del 2015 e l'inizio del 2016

Quasi simultaneamente, il 21 di gennaio, il CEO di J.P. Morgan, Jamie Dimon, “tristemente” noto in Italia per ben altri motivi (fallito aumento di capitale di mercato del Monte dei Paschi), acquista un controvalore di 21 milioni di azioni della propria banca, al prezzo che si rivelerà il minimo assoluto dell’anno (54 dollari per un titolo che oggi quota vicino a 85). Mentre piange a Davos, in compagnia di Larry Fink, grande timoniere di Blackrock, il gestore “planetario”, Dimon lancia un segnale per sé e chi lo sa interpretare. “Chiagne e fotte” si dice a Napoli.

Superata con qualche ammaccatura la sindrome cinese, mentre le Borse si riprendono, i banchieri centrali si avventurano sempre più nelle profondità inesplorate della foresta dei tassi negativi. Ad agosto si tocca una nuova vetta di follia (che come sempre viene razionalizzata da legioni di esperti) con 13,4 triliardi di obbligazioni governative (e corporate) che trattano a tassi d’interesse negativi. Per combattere la deflazione si pretende che siano necessari tassi nominali e reali sempre più negativi (rovesciando alcuni dei pochi punti fermi della teoria economica). Attenzione perché, come effetto collaterale, si mette in ginocchio il sistema bancario europeo e in particolare quello dei Paesi piagati dalla più lunga recessione dagli anni 30 del secolo scorso.

Nel frattempo, in primavera, gli esperti cominciano a puntare il mirino sugli incombenti “epocali” appuntamenti con elettorati che si percepiscono vicini alla crisi di nervi. La commistione tra politica e finanza si rivelerà una miscela esplosiva. Le elite di riferimento provano a esorcizzare lo spettro di scelte popolari avverse evocando scenari da tragedia attivati dalla forza distruttiva e incontrollata dei mercati. Si tratta di una fin troppo smaccata strumentalizzazione che, comunque, ottiene il risultato di raffreddare i bollenti spiriti degli operatori.

Il risultato è una grande rappresentazione teatrale, nella quale l’incombente tragedia si trasforma in gaudente farsa: gli esiti elettorali negativi si materializzano ma le successive reazioni dei padroni della finanza sono opposte a quelle previste. Un po' perché eventi dall’esito binario, troppo a lungo attesi, inducono i gestori avversi al rischio a ridurre le esposizioni con largo anticipo e oltre misura. Un po' perché, come ha ampiamente dimostrato la vittoria di Trump, i mercati possono cambiare opinione a velocità crescente, se trovano riscontro nella dinamica dei prezzi e in una narrativa di sostegno favorevole al big business.

Vale la pena ricordare un altro fatterello citato dalla solerte stampa finanziaria: nella notte dei risultati elettorali americani, diventata evidente la vittoria di Donald Trump, con i futures dello Standard & Poor's in ribasso del 5%, lo speculatore Carl Icahn punta un miliardo di dollari sul rialzo e, ovviamente vince. Qualcuno si ricorda “Una poltrona per due”?

Da novembre in poi, nel limbo che intercorre tra la vittoria elettorale e l’entrata trionfale nella Casa Bianca, attesa per il 20 gennaio, a distanza di un anno esatto dal punto più basso dei mercati nel 2016, la narrazione delle magnifiche e progressive sorti dell’impero trumpiano prossimo venturo ha ribaltato tutte le aspettative, travolto tutti gli ostacoli. Grandi corse dei mercati azionari, del dollaro, delle materie prime e dei tassi d’interesse. E un cambio epocale? Possibile. Però non dimentichiamoci del un vecchio adagio di borsa: “Buy on rumors, sell on news” (compra sulle indiscrezioni e vendi all’arrivo della notizia). O dell’altro di Warren Buffett: “Basta avere paura quando gli altri sono avidi ed essere avidi quando gli altri hanno paura”. E il 20 gennaio si avvicina…

Post scriptum: diciamolo, i mercati non sono politicamente corretti. Se ne fregano dell’idealismo e delle ideologie. Valutano con cinismo rischi e opportunità. Saltano disinvoltamente sul carro del vincitore. E sono in definitiva imprevedibili. Uno dei peggiori errori di Matteo Renzi è stato quello di lisciare il pelo alla finanza internazionale. Che l’ha ricambiato festeggiando alla grande, contro tutte le previsioni, la sua dipartita e lasciando tutti noi con la patata bollente del Monte Paschi tra le mani.   

(*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato all'Università Bocconi (1982) in Economia Politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, BNL Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni SGR (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP AM nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.



[1] Tranne, guarda caso, proprio in Italia, dove lo stile di Paolo Gentiloni sembra agli antipodi rispetto a quello del suo predecessore.

[2] Si veda Paolo Savona, “Dalla fine del laissez – faire alla fine della liberal-democrazia”, Rubettino, 2016.

[3] Dani Rodrik, “The Globalization Paradox”, W.W. Norton & Company, 2011.

[4] E’ l’espressione masochisticamente utilizzata da Hillary Clinton nel corso della campagna elettorale per definire parte degli elettori di Donald Trump: “To just be grossly generalistic, you can put half of Trump supporters into what I call the basket of deplorables. Right? Racist, sexist, homophobic, xenophobic, Islamophobic, you name it,” the Democratic nominee told the crowd.

[5] Per le imprese l’aliquota base passerebbe dal 30 al 15%.

[6] Curiosi ma probabilmente controproducenti gli interventi sul tema della crescita inclusiva di Larry Summers e Robert Rubin, due dei più influenti rappresentanti delle élite politico-economiche pro globalizzazione degli anni ’90, allora sfacciati sostenitori della liberalizzazione del mercato dei capitali a livello globale (il “Washington consensus”), oggi parzialmente pentiti.

[7] Quasi tutte le attività finanziarie hanno chiuso l’anno in positivo: dollaro, materie prime, valute e obbligazioni emergenti, crediti junk e Borse, con in testa le più disprezzate a inizio anno (unica rilevante eccezione quella italiana).

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