Dejà-vu 81 - Da Brexit a Trump e al referendum: il consenso tra mercati e politica

di Enrico Ascari (*) - 02/12/2016

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Eccoci, finalmente, alla resa dei conti: tra poche ore conosceremo l’esito del referendum costituzionale. Diciamocelo: non se ne poteva più. Minimizziamo: il sole sorgerà anche il 5 dicembre, come dopo la vittoria di Trump.

Prologo astrologico

Da tempo ci si domanda, come dire, con qualche inquietudine, quale potrà mai essere la reazione dei mercati, le piazze virtuali che pretenderebbero di giocarsi ai dadi i destini di intere nazioni.

Mai come in questa occasione l’interpretazione del risultato e le conseguenti fantasticherie di scenario, hanno portano a ipotizzare esiti che vanno dalla catastrofe (l’ormai abusata metafora dell’invasione delle locuste), al gattopardesco giro di valzer capitolino, classica occasione per strappare un po’ di pelle ai gonzi e ricominciare tutto come prima.

Se non ci fosse di mezzo il Monte dei Paschi e il resto di un sistema bancario in crisi, non tanto per i non performing loans, quanto per l’evanescenza dei profitti prospettici[i], sposeremmo senza dubbi la seconda ipotesi. Da mesi i grossi investitori prevedono il NO. I portafogli sono scarichi, quando non si è venduto allo scoperto. E’ una questione di idraulica, non di fede nei destini di una nazione.

Una vittoria di misura dell’“accozzaglia” (felice espressione che rappresenta un aggregato di qualità inferiore alla somma dei suoi componenti) offre un’ottima occasione d’acquisto. Se la spuntasse il sì, come possibile, sarebbe servita in tavola la terza sorpresa politica dell’anno. Ma parliamo d’altro.  Il referendum costituzionale è evento che si presta a diversi piani di lettura.

Politica bancaria o finanza politica

C’è un primo intrigante e paradossale aspetto rappresentato dal groviglio incestuoso tra questioni politiche e finanziarie. Dall’esito referendario sembrerebbe dipendere la sopravvivenza della più antica banca italiana e la possibilità di rappezzare il sistema bancario. C’è da chiedersi se non fossero praticabili altre strade alternative alla roulette russa che vede la banca senese giocarsi la vita contro la costituzione “più bella del mondo”.

Forse poteva essere attivato l’intervento pubblico in parallelo al bail-in dei debitori subordinati. Operazione permessa dalle norme europee.  Forse poteva essere praticata una soluzione meno predatoria rispetto a quella scelta, che vede il colosso bancario JP Morgan ritagliarsi un corrispettivo economico, pari all’attuale capitalizzazione del Monte, senza peraltro correre rischi di un qualche rilievo. Il Presidente del Consiglio avrebbe potuto scegliere una soluzione più trasparente e lineare, anche se più onerosa sotto il profilo del consenso. Porte girevoli troppo affollate, anche a Roma, tra politica e finanza, con la seconda che sembra “catturare” la prima.

La post-verità[ii] e la manipolazione del mercato del consenso.

A questo tema specifico se ne collega uno più generale che ha a che fare con la crescente manipolazione del mercato del consenso. Sono tempi di contaminazione, confluenza e rigurgito tra le acque della politica e quelle della finanza.

Da una parte il “consenso” che si forma sui mercati delle attività finanziarie è fattore tale da condizionare, quando non determinare, la prospettiva degli eventi e l’azione degli attori in gioco. E’ un fenomeno noto da tempo che vede le dinamiche finanziarie corrompere e condizionare quelle economiche e politiche, con inevitabili ricadute sui processi di generazione del consenso (il virtuale che modifica il reale). Il tutto ingigantito nei e dai social media, amplificatori di leggende metropolitane e panzane colossali. L’italico referendum costituzionale non sfugge a questa logica.

Dall’altra il 2016 ha dimostrato quanto le scelte e le prospettive degli investitori siano ormai dominate dalla variabile sociopolitica, tornata improvvisamente al centro della scena, complicando ulteriormente i modelli e le logiche previsionali dei mercati. Ma come dovrebbe formarsi il “consenso” sui mercati finanziari?

Divagazione sul tema: mercati efficienti?

La “Moderna teoria finanziaria”[iii] sostiene che i mercati sono un efficiente meccanismo di sconto di un futuro che, sebbene rimanga ignoto, sarebbe composto da esiti misurabili con il calcolo delle probabilità[iv]. Il percorso teorico razionale dei mercati in presenza di eventi di natura binaria (SI – NO) è quello di considerare la probabilità complementare dei possibili esiti e attribuire un valore alle variabili di riferimento principali (nel caso specifico, ad esempio, il prezzo atteso dell’indice della Borsa di Milano e del BTP con scadenza decennale) corrispondente ai due esiti alternativi. Il prodotto della probabilità per il corrispondente valore dell’indice determina il “valore atteso” dell’attività finanziaria considerata, al quale il mercato si adegua nell’immediato[v]. Utilizzando gli strumenti della statistica possiamo quindi ricostruire, con un procedimento di “ingegneria al contrario”, quali prezzi “attesi” la media degli operatori assegna agli indici di riferimento prima di conoscere l’esito effettivo dell’evento.

L’idea che il futuro possa essere razionalmente previsto sulla base di scenari probabilistici è un po’ balzana ma finora non sono stati trovati metodi alternativi più efficaci. La teoria dell’efficienza dei mercati, che in oltre 50 anni di vita ha cambiato la finanza, essendo il motore ideologico dell’innovazione finanziaria[vi], è stata molto più confutata che provata. Ma la vera domanda da porsi non è se i mercati siano o meno efficienti, quanto piuttosto se, malgrado le loro evidenti incompiutezze, rappresentino con una certa frequenza, il migliore riferimento disponibile per stimare il valore intrinseco delle attività finanziarie. Qui una risposta assertiva, malgrado tutto, è possibile, sempre ammesso che sia garantita la condizione critica della diversità di comportamento degli attori che popolano l’ecosistema. Il mercato, in definitiva, sarebbe il luogo nel quale la sintesi del comportamento di operatori non necessariamente razionali (la finanza comportamentale ci ha dimostrato che non lo siamo) si sublima in distillato di preveggenza irraggiungibile dai singoli (è il concetto di “saggezza delle folle”).[vii] Sbaglierebbe quindi chi sostiene che “anche un orologio rotto [il mercato] batte l’ora giusta due volte al giorno” (indovinate chi non troppo tempo fa l’ha ripetuto). Sembra semplice? Non troppo. Per almeno due motivi: da una parte la storia ha dimostrato che, per periodi non brevi può dominare il comportamento imitativo, l’effetto “gregge”: Si parla in questo caso di “follia delle folle”. Dall’altra i mercati possono cambiare opinione.

I mercati cambiano opinione.

Il 2016, con Brexit e la vittoria di Trump ci ha ricordato che gli eventi relativamente meno probabili possono accadere, ma, soprattutto, che le reazioni dei mercati sono molto spesso imprevedibili. Due esiti a priori considerati negativi, hanno partorito conseguenze in parte comprensibili (l’aumento dei tassi d’interesse e del dollaro, il calo della sterlina, la debolezza dei mercati emergenti), in parte discutibili e comunque contrarie alle previsioni implicite precedenti agli eventi (i nuovi massimi di Wall Street, la forza delle principali altre Borse dei paesi occidentali).

Non si tratta di ricordare quanto siano inadeguati i modelli di previsione economica, soprattutto se i loro esiti, massaggiati dalla vulgata mediatica, si trasformano da probabilistici in deterministici, quanto di considerare che i mercati, semplicemente, cambiano idea. A maggior ragione durante le stagioni di passaggio, di trasformazione, di cambio di paradigma, di dominio dell’incertezza. Basta ricordare l’andamento di Wall Street, la piazza finanziaria più “efficiente”, prima e dopo la vittoria di Trump[viii].

Democrazia finanziaria e democrazia politica.

I mercati cambiano opinione anche perché la formazione del consenso è gravemente compromessa dalle modalità di comportamento e dai conflitti d’interesse che caratterizzano le specie animali che dominano l’ecosistema della finanza, ieri le grandi banche universali, oggi gli asset managers globali, i gestori dei patrimoni dei privati ricchi, dei fondi pensione, dei fondi sovrani e così via. Il mercato della finanza si è istituzionalizzato e si vuole diventi sempre più oligopolistico. Aggiungiamo anche che negli ultimi anni un altro attore, che gioca con le carte truccate, è entrato a gamba tesa nella partita: le banche centrali.

Si sostiene che i mercati della finanza sono passati da un regime di democrazia oligarchica alla tirannide degli oligarchi del denaro (rigorosamente altrui). Renzi parla (anche) con Blackrock, la più grande società di investimento nel mondo, che gestisce un patrimonio pari a tre volte il PIL italiano, con JP Morgan e Merrill Lynch. Sono attori portatori di interessi colossali, in grado di condizionare i destini di singole nazioni, di manipolare anche la stampa finanziaria apparentemente indipendente. La loro missione è il controllo dei mercati finanziari, fonte primaria della montagna di profitti sicuri che deriva dalle commissioni di gestione sui patrimoni a loro affidati.

Diciamo che, anche per la finanza, come per il mercato del consenso politico, rimane valido il noto aforisma di Winston Churchill: “E’ stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezione fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”.  Oggi viviamo un tempo di profonda crisi delle democrazie occidentali. Il potere finanziario ne è perfettamente consapevole e cavalca con zelo scrupoloso la crescente ondata del populismo mentre le élites della politica assistono imbelli. Il caso di Donald Trump è sintomatico e la manipolazione delle folle è servita in tavola.

Giro di valzer e stangata assicurata.

Con la vittoria elettorale di Donald Trump padroni della finanza, hanno semplicemente scelto di cambiare opinione. A giochi fatti hanno valorizzato la parte “positiva” e reflazionistica del programma elettorale di Trump (la riduzione delle aliquote fiscali per le imprese e i più abbienti, la grande reflazione con investimenti in infrastrutture), derubricando in propaganda elettorale buona per i gonzi la retorica protezionista, antiglobalista e nazionalista che ovviamente non piace alle multinazionali a stelle e strisce.

La nuova narrazione, prontamente dimenticato il colossale abbaglio dei media globali, è quella della reflazione globale guidata dal nuovo condottiero del “Put America first”. D’altra parte le prime scelte dei collaboratori, da parte del presidente eletto, sembrano confermare che il mandato sarà caratterizzato da un sinergico abbinamento di retorica nazionalista (buona per il popolo bue) e una solidissima politica pro business che finirà per rafforzare il potere oligopolistico delle corporations. Il Ministero del Tesoro e del Commercio estero saranno guidati da ex manager di Goldman Sachs e gestori di fondi di private equity. Alla faccia delle retorica anti Wall Street. Non a caso lo slogan trumpiano “svuotiamo la palude” (di Washinghton) è già stato sostituito dal “riempiamola di alligatori”. La retorica populista che colpevolizza la politica di Washinghton, accusata di avere supinamente accettato la disintegrazione di milioni di posti di lavoro, congiungendo il multiculturalismo assertivo e inclusivo al globalismo predatorio e divisivo delle grandi corporations sempre più padrone di mercati oligopolistici, è pura “post-verità” elevata a manipolazione scientifica delle masse,  che i grandi operatori della finanza globale hanno velocemente buttato nel cestino, leggendo cinicamente ma razionalmente, nel risultato delle elezioni USA, un futuro ancora più pro business. 

Referendum in Italia: la terza pedina del domino?

Dopo i due capitomboli di Brexit e Trump i cosiddetti “poteri forti” aspettano rassegnati la caduta di Renzi e del suo progetto riformatore, sposato, per necessità se non per convinzione, dalla Merkel, alla BCE, dall’OCSE al Fondo Monetario Internazionale.[ix]

C’è una narrativa, che vorrebbe collocare il referendum nell’ambito di un grande disegno (la terza pedina del domino che cade) nel quale il “popolo” del ceto medio “dimenticato” e “tradito”, si libererebbe finalmente dalle catene della globalizzazione, infine rifiutando le spente, molli e tronfie leadership dell’ultimo ventennio. Siamo ormai in piena post-verità, luogo comune destinato ad autoalimentarsi nell’immaginario collettivo.

I problemi che azzerano la crescita in Italia, alimentando il rifiuto della politica, sono tutti domestici. Se cresciamo molto meno degli altri, che pur viaggiano lenti, non è colpa della globalizzazione. Casomai di una non gestione criminogena della globalizzazione. Ne consegue che questo referendum, che è diventato un giudizio divino sul Presidente del Consiglio, nulla c'entra con un eventuale verdetto di approvazione o bocciatura della classe dirigente che ha mantenuto per decenni il Paese sull’orlo di un improbabile ma perennemente incombente precipizio.  Si tratta degli stessi zombies in terapia intensiva, ma appassionatamente uniti nel fronte del NO, che hanno inquinato i media negli ultimi mesi. Categoria della quale, non fosse altro che per ragioni anagrafiche e oggettive, non fa parte il Presidente del Consiglio. Il quale ha commesso di sicuro diversi errori, ma non può essere messo nello stesso mazzo di chi c’era e ha governato negli ultimi decenni. E, infine, ha capito, guardando alla Germania (incredibile vero?), qualcosa che ancora sfugge alla maggior parte dei commentatori: senza un drastico cambiamento delle istituzioni e delle modalità di comportamento del settore pubblico, il destino del Paese è segnato.

(*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato all'Università Bocconi (1982) in Economia Politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, BNL Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni SGR (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP AM nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.



[i] Le banche sono le acciaierie del nuovo millennio. Se l’economia cresce poco i profitti non arrivano se non si stravolge il modello di business attuale.

[ii] Da Wikipidia: “Con politica della post-verità o politica post-fattuale, si intende una cultura politica caratterizzata da dibattiti in gran parte formulati da appelli alle emozioni e scollegati dai dettagli della politica in discussione, e dalla ripetuta affermazione degli stessi argomenti di discussione che ignorano confutazioni concrete. La post-verità differisce dalla contestazione tradizionale e dalla falsificazione della verità perché la verità stessa è posta in secondo piano rispetto al dibattito”.

[iii] Che tanto “moderna non è” perché le sue origini risalgono agli anni 50 e 60 del secolo scorso.

[iv] Tesi azzardata e opinabile. Per Keynes e tanti altri il futuro è ignoto, con esiti non misurabili probabilisticamente.

[v] Con le attuali potenze di calcolo si risolvono ovviamente problemi di ben maggiore complessità che analizzano un numero di esiti (scenari) e di ramificazioni di possibilità tendente all’infinito. Con i mercati delle scommesse disponiamo di una stima delle probabilità.

[vi] Tutti i prodotti in vendita nell’infinito scaffale finanziario, dal VaR. ai CDS originano da qui.

[vii] I mercato avrebbero una struttura e una funzione simile a quella del formicaio: le formiche sono inconsapevoli di alimentare un ecosistema razionale e funzionale.

[viii] Nelle settimane precedenti alla votazione l’andamento della Borsa Usa è stato teleguidato dalla dinamica delle scommesse elettorali: prezzi azionari in calo in corrispondenza della riduzione di probabilità a favore della Clinton. Vince Trump e la risposta iniziale dei mercati asiatici, con Tokyo che perde il 5%, è allineata alle aspettative della vigilia. Con l’apertura delle piazze europee la reazione si spegne, per poi ribaltarsi oltreoceano. Novembre si chiude con Borsa statunitense e dollaro sui nuovi massimi, i tassi d’interesse in forte rialzo, lo yen e l’oro, classici ricettori di fondi in fuga dal rischio, in ritirata, con perdite superiori all’8%. 

[ix] Tali “disinteressate” sponsorizzazioni non aiutano di certo il Presidente del Consiglio, impegnato nella difficile missione di scrollarsi di dosso l’immagine di uomo ormai appartenente alla “casta”, difeso dai poteri forti di mezzo mondo. Sul tema dell’appartenenza alla casta e dei “poteri forti” il dibattito politico ha assunto contorni grotteschi, con rimpalli di presunta appartenenza alla detestata categoria. Perfino Mario Monti ha perso l’understatement dei tempi migliori. 

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