Quanta ricchezza bisogna tenere fuori dai mercati finanziari?

di Marco Liera (*) - 09/10/2011

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“Qual è la quota di ricchezza da tenere fuori dai mercati finanziari?” Alla fine del convegno sugli investimenti organizzato martedì da Sagres Group al Centro di Studi Bancari di Lugano, è riecheggiata la domanda più attuale e “calda” per decine di milioni di investitori privati in giro per il mondo. In passato la questione sarebbe stata posta esattamente al contrario. Qual è la quota di ricchezza da tenere dentro i mercati finanziari? Dopo 11 anni di oscillazioni da paura, sembra invece che i risparmi siano salvi se sono investiti in beni tangibili, hard asset al posto di bit. E quindi spazio agli immobili, ai terreni, ai metalli preziosi. Ma anche ai vini pregiati, agli orologi da collezione e alle macchine d’epoca. Un mese fa avevo scritto in questa rubrica che ci sono rischi in ogni mercato, quindi anche in quelli degli hard asset. Solo che questi ultimi sono più insidiosi, perché l’eventualità di perdere soldi è mal percepita per la scarsa trasparenza di prezzi e volumi. Non ho cambiato idea. Però credo che la sorprendente volatilità di troppi attivi finanziari abbia raggiunto livelli intollerabili per la gran parte degli investitori privati. L’alternativa di prendere posizioni corte in modo sistematico espone in ogni caso a rischi e richiede grande perizia e competenza. Che dire allora di affidarsi a gestori che non siano long-only ma che possano anche approfittare dei ribassi dei mercati? Anche qui servono perizia e competenza per selezionarli (e per questo esistono i fondi di fondi hedge). Ma la realtà dei mercati resta complessa e frustrante. Le “frontiere efficienti” e i “coni di distribuzione” usati da vari consulenti sono illusori. Come reagire? Negli investimenti come in molti altri aspetti della vita occorre applicare un po’ di serendipity, la ricerca di una fortuna inattesa. Che è un’evoluzione della classica diversificazione. Perché questa si basa sull’investimento in differenti asset class caratterizzate da diversi profili rischio rendimento attesi e di una ridotta correlazione storica. La serendipity si fonda su più tentativi di investimento inquadrati in un piano che attribuisce un grande ruolo al caso. La non correlazione che è richiesta a questi tentativi non deriva da statistiche storiche più o meno replicabili, ma dalla mancanza di interdipendenze. Per esempio: non esiste una base statistica che può testimoniare la capacità dei terreni agricoli di realizzare un hedging (copertura) dei rischi dei mercati finanziari. Non è neppure chiaro quale sia il profilo rischio rendimento storico dei terreni agricoli. La certezza è che come rendimento da locazione sono assai poco attraenti. Ma consentono di rendersi autonomi per una parte dei consumi alimentari. E in uno remoto scenario di crisi drammatica questo può fare la differenza. Assomigliano molto a un’assicurazione: si “paga” un costo opportunità dato dalla rinuncia a rendimenti potenzialmente più alti per avere una copertura in caso di “sinistro” finanziario.

La serendipity richiede fantasia, e può fondarsi anche sulle passioni personali. C’è chi ha conservato il suo benessere grazie alle collezioni di vecchi dischi di vinile. C’è chi non rinuncia a coltivare attività imprenditoriali di famiglia. La pianificazione finanziaria? Serve sempre perché continuano a esserci attività finanziarie meno rischiose di altre. Solo che bisogna accettare molta più imprevedibilità.

A proposito, cosa hanno risposto i gestori e gli strategist presenti all stimolante convegno di Lugano? “Io tengo l’80% della mia ricchezza nel mio hedge fund”, ha risposto uno. Beata coerenza.“Io tengo due terzi del mio patrimonio in attività reali”, ha detto un altro. “Anche in terreni agricoli e in una piccola azienda di famiglia”. Non si sa mai. Soprattutto per chi lavora tutto il giorno davanti ai monitor di questi pazzi - eppure così “normali” – mercati finanziari.

(*) pubblicato sul Sole-24 Ore del 9 ottobre 2011

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