Siate hungry e foolish. E i wage slaves?

di di Marco Liera - 07/10/2011

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“Stay hungry, stay foolish” è l’invito di Steve Jobs che è stato ripetuto milioni di volte nelle ore e nei giorni successivi alla sua prematura scomparsa. Mi chiedo - e vi chiedo - se questo rilancio quasi ossessivo sia un effettivo proposito di vita che si concretizza in una sua applicazione quotidiana da parte di chi lo dissemina oppure il classico “vorrei, ma non posso”.

Per rispondere, ripensate alla vostra vita e a tutte le volte che avete incontrato persone “hungry” e “foolish”. Persone cioè affamate di nuovo (nuove conoscenze, nuove relazioni, nuovi progetti) e disposte a prendere strade non convenzionali.

Personalmente ho una esperienza positiva in merito e per questo mi ritengo fortunato, ma al tempo stesso vedo che in giro ci sono milioni di persone che l’involuzione del capitalismo, la crisi economica e altre condizioni (non solo oggettive) hanno reso assai poco “foolish” e per niente “hungry”.

Da una parte le corporations sono sempre più affollate di “wage slaves” (schiavi dello stipendio), di persone la cui unica vera ragione per la quale si alzano alla mattina per andare a lavorare è quella di continuare a percepire un salario al 27 del mese. Perché da quel lavoro non ricevono alcuna altra gratificazione per via delle pressioni commerciali, dell’appiattimento retributivo, della mancanza di formazione e di altri investimenti sul capitale umano, di estentuanti e inutili riunioni, di obblighi di compliance e di controllo interno che riducono l’attenzione al business e ai clienti. Dall’altra, le corporations si chiudono sempre di più a riccio rispetto a chi – dimostrandosi un po’ “foolish” – bussa alla loro porta con nuove idee o nuovi progetti. Steve Jobs ha creato la Apple e il mito che è collegato non solo perché era un genio visionario, ma perché nella sua vita ha incontrato persone disposte ad ascoltarlo e a dargli fiducia. Insomma ha incontrato persone “hungry”. Notate che le persone “foolish” hanno bisogno di trovare dei simili “hungry” per esprimere loro stesse e dare un vero beneficio alla collettività.

Non faccio fatica a comprendere che vi possano essere serie ragioni dietro lo status di “wage slave”. La mancanza di alternative occupazionali, una famiglia da mantenere e il mutuo da rimborsare. Non ho soluzioni valide per tutti. Mi limito a dire che questo status è in ovvia antitesi con quello di “foolish” tanto caro al compianto Jobs (e non solo a lui, almeno a parole). Al tempo stesso, non crea l’humus migliore per rendere le corporations dei luoghi “hungry” di innovazione e contaminazione. Anzi: se qualcuno è talmente “foolish” da uscire da queste corporations per mettersi in proprio non è raro che sia guardato con una certa accidia.

 

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