Dejà-vu 80. Mercati protetti dalle banche centrali, Italia esposta ai rischi d'autunno

di Enrico Ascari (*) - 23/09/2016

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Bruciata l’estate, si avvicinano tre mesi di fuoco per il Presidente del Consiglio Matteo Renzi.  Incombono, sovrapponendosi, il referendum sulla riforma istituzionale, lo stanco rito della legge di stabilità e l’esito ancora incerto dell’infinita odissea del Monte dei Paschi.  Ovvia la preoccupazione di Berlino e Parigi, cui si associa quella delle grandi banche d’affari internazionali, che vedono l’esito negativo del referendum come un evento di potenziale portata sistemica. Una volta tanto i padroni-predoni della finanza globale guardano lontano. Devono preoccupare, più che le discutibili sorti dei mercati, da tempo teleguidati dalle banche centrali, quelle del nostro Paese, piegato da oltre un trentennio di gattopardesco bla bla istituzionale che ci ha lasciato in eredità le peggiori istituzioni a livello europeo. Renzi si presenta all’appuntamento come un pugile un po’ suonato, con una “story telling” che fa acqua e numeri obiettivamente “agghiaccianti”.      

Quasi sempre, inequivocabilmente, ultimi

Dovunque si giri lo sguardo, si tratti della congiuntura, delle tendenze di lungo termine, delle classifiche sull’efficienza delle istituzioni, l’Italia rimane  dietro la lavagna. Si tratta di statistiche trite e ritrite, ben riepilogate in un recente  studio dell’OCSE[1] sullo stato dell’Unione Monetaria. Limitiamoci a elencare qualche dato.

Fatta salva la solita Grecia, dal 2007 - anno che precede la grande crisi - siamo ultimi per crescita del PIL (cfr. graf. qui sotto)

L'andamento del PIL reale (2007=100)

e degli investimenti (in calo del 30%, il dato più significativo del mazzo), con la produttività del lavoro incollata allo zero dal 1995 (cfr. grafico successivo), primato assoluto mondiale.  Dall’avvio dell’euro l’Italia ha perso la quota maggiore di export rispetto ai partners UE, con un costo relativo del lavoro che, fatto 100 il dato del 1999, rimane a un livello leggermente superiore, mentre per tutti gli altri, a partire dalla Germania, è nettamente inferiore[2]. Tra i diversi fattori che deprimono la competitività internazionale dell’industria italiana, altra chicca, spicca quello dei costi dell’energia, i più alti in assoluto.

Il confronto della crescita della produttività del lavoro tra il periodo 1985-95 e il periodo 1995-2015

Vogliamo poi parlare della fiscalità, con il “prelievo fiscale totale” sulle società al vertice assoluto del 64,8%? Possiamo dimenticarci del sistema bancario? Anche qui vinciamo la classifica dei peggiori per quanto riguarda i crediti non esigibili, sia in termini assoluti con 360 miliardi di crediti dubbi e 90 miliardi di sofferenze al netto degli accantonamenti,  sia rispetto alle principali metriche bancarie (attivo, capitale ecc.) e al PIL. Indiscutibili e impregiudicati, infine, e qui ci fermiamo per carità di patria, i ben noti primati del debito pubblico (al netto sempre della disgraziata Grecia e, in questo caso del Giappone). Mischiamo il tutto e ne viene fuori un Paese con ricchezze ancora consistenti, distribuite iniquamente, prevalentemente private, in parte occultate, largamente improduttive e parzialmente malavitose, nel quale rimane opaco il rapporto tra causa ed effetto, in un circolo vizioso dove la mancata crescita determina a sua volta il deterioramento di tutti i fattori che ne sono la causa, in un vortice contaminante che si allarga senza soluzione di continuità.

Rimane quindi ancora “missione impossibile” quella di normalizzare le sorti del Paese nell’epoca della globalizzazione, del vincolo esterno della moneta unica e dell’Europa tedesca. D’altra parte da tempo ripetiamo che almeno un ventennio di durissimo e instancabile lavoro di “pulizia etnica” riferita alle croniche patologie della Penisola potrà permetterci di tornare ai livelli di reddito dell’inizio del millennio[3]. Il punto, purtroppo, è che questo paese “lunare e stralunato … nel quale prevalgono… pensiero magico e cospirazionismo vittimista[4] è ancora ben lontano dall’aver raggiunto un livello minimo di condivisione delle cause del declino e dei possibili rimedi, rimanendo inoltre con inconsapevole energia avverso ad una vera cultura di mercato. Difficile quindi capire da dove partire con il necessario brutale (sic) processo di aggiustamento, in un guazzabuglio moderno nel quale le idee lungi dall’essere “chiare e distinte” sono “tante e confuse”, quando non fagocitate dall’incessante raglio dei somari. Sembra ovvio intervenire prioritariamente sui fattori controllabili a livello di sovranità nazionale,  in presenza di vincoli esterni ineliminabili. Si tratta quindi di incidere sugli assetti istituzionali e di deregolamentare i mercati protetti dalla concorrenza internazionale. Sul primo fronte l’attuale Presidente del Consiglio merita una doverosa considerazione. Sul secondo ha fatto, come tutti i predecessori, cilecca.

L’interminabile ricerca delle cause.

L’ovvio elenco delle criticità dell’economia italiana non aiuta a individuare le priorità di un “piano di rinascita”[5] di vasta portata, se non si individua la leva da utilizzare per sollevare il paese dal suo attuale stato di prostrazione. Uno sguardo al passato è utile, quanto meno per evitare di ripetere gli stessi errori.

C’è chi fissa il punto originario del declino italiano addirittura al 1963, con il primo governo di centro sinistra e la nazionalizzazione dell’energia elettrica[6].  Altri, e sono i più, considerano l’esplosione della spesa pubblica degli anni '80, con correlata alimentazione del debito e del malaffare, la principale determinante della lunga successiva stagnazione, conseguenza diretta del perenne tentativo di stabilizzazione del debito perseguita più dal lato delle entrate, con un Fisco dai tratti sempre più vampireschi, piuttosto che limitando le spese correnti.[7] Con l’aggravante, a partire dai tardi  anni ’90, dell’entrata nell’unione monetaria, imperdonabile errore per alcuni, mossa affrettata o  mal gestita per altri.[8]

Certo è che, più si allontana nel tempo l’origine del dissesto italiano, più si perdono di vista le responsabilità vere, attribuibili alla vasta platea di chi non ha reagito per tempo, disponendo della  responsabilità e del potere per farlo. L’indice va puntato sulle elìtes che hanno (s)governato la presunta[9] “seconda Repubblica” negli ultimi due decenni e oltre, lasciando in eredità alle future generazioni solo problemi irrisolti. Si tratta di una affermazione  inconfutabile per chiunque si ricordi degli eventi del 1992. Allora l’Italia, gravata dagli stessi deficit di cui ancora oggi si argomenta senza costrutto  – finanza pubblica, competitività, efficienza delle istituzioni e così via -   evitò per un soffio il default  grazie a una  manovra finanziaria lacrime e sangue (90mila miliardi di lire dell’epoca, Presidente del Consiglio Giuliano Amato) e svalutando di oltre il 20 per cento la lira, operazione più subìta che gestita dall’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi.  Da allora sono trascorsi 24 anni, oltre un ventennio buttato nella spazzatura dai “falliti” che hanno esercitato a vario titolo le  responsabilità pertinenti alla classe dirigente. Non ci sono salvati, solo sommersi[10] molti dei quali sono ancora qui tra noi a pontificare sul nulla e a gettare sabbia tra le ruote. Si tratta in definitiva di responsabilità collettive e non solo del ceto politico che rappresenta uno spaccato deforme ma rappresentativo del variegato e inattaccabile complesso di interessi, corporazioni, lobby, “poteri intermedi” che immobilizzano il paese. Né si tratta di addossare tutte le responsabilità al fallimento del berlusconismo e ai suoi cascami. Dalla metà degli anni ’90 ad oggi, dopo _Tangentopoli e il primo governo dell’uomo di Arcore - prontamente azzoppato dalla magistratura - ben cinque gabinetti di centro-sinistra hanno dato il loro valido contributo al dissesto[11] (in due occasioni pro capite Prodi e D’Alema, una volta Amato)[12].  Va osservato, ma non sia considerato un alibi, che l’assetto istituzionale, progenie imbastardita della “migliore” costituzione del mondo, non ha certamente facilitato la necessaria stabilità politica neppure nei rari casi di schiaccianti vittorie elettorali di una coalizione.[13]

La riforma delle istituzioni.

Uno studio pubblicato lo scorso 4 agosto nel bollettino della Banca Centrale Europea[14] evidenzia indiscutibilmente l’esistenza di una solida correlazione positiva tra qualità del sistema istituzionale e crescita economica. Per gli economisti della BCE il termine “istituzioni” comprende l’ “insieme di norme e politiche tali da garantire una base di partenza comune a tutti gli attori economici”. Il grafico qui sotto parla da solo, ancora una volta assegnando all’Italia una posizione disonorevole.

Relazione tra qualità istituzionale e efficienza dei mercati dei prodotti e del lavoro, 2015

L’ultimo gradino è occupato, come sempre, dalla Grecia, paese con il quale dal Garigliano in giù ormai condividiamo apparentemente gli stessi livelli di reddito, disoccupazione e abbandono, primeggiando ancora solo in termini di efficienza e pervasività del crimine organizzato. Sempre a proposito di classifiche, a Cernobbio è stato presentato il “Global attractiveness index” che misura il livello di attrazione per gli investimenti esteri su un campione di 144 paesi. L’Italia si posiziona al quattordicesimo posto, un livello decente e credibile, subito dietro Hong Kong e davanti all’Austria, quinti tra i Paesi europei alle spalle di Francia, Olanda, Regno Unito e Germania. Quest’ultima è seconda, mentre Usa e Giappone, primi e terzo, completano il podio. Si tratta di una misura sintetica di valutazione di quattro grandi “attributi di attrattività”: apertura (export, turisti stranieri, numero di migranti eccetera), innovazione (dagli utenti internet alle pubblicazioni scientifiche), dotazione (dal Pil e gli investimenti ai laureati), efficienza (produttività, total tax rate, giustizia). L’Italia procede abbastanza bene nei primi tre campi, mentre mostra ancora evidenti criticità nell’efficienza del sistema Paese, in cui è solo 50esima su 144. Siamo sempre nel cuore della problematica istituzionale: si tratta, tra l’altro,  di efficienza della macchina statale, della qualità delle regole, della certezza del diritto, del controllo alla corruzione, della qualità del processo legislativo. Sono, secondo lo studio della BCE, i fattori chiave per far ripartire il reddito e l’occupazione. Ne consegue che i terrificanti numeri della nostra economia “… non sono figli dell’austerità europea, della crisi globale, di un complotto anti-italiano, ma del modo in cui, negli ultimi vent’anni, abbiamo bombardato, dall’interno, la solidità istituzionale del nostro paese… una doccia gelata per chi pensa che i problemi dell’Italia arrivino da fuori. Quando invece sono dentro, al cuore del nostro sistema”[15].

 

L’autunno che verrà

Il Governo presieduto da Matteo Renzi negli ultimi due anni qualcosa di buono ha combinato.  Storica la riforma del mercato del lavoro, ancora sub iudice quella istituzionale. Negarlo, rappresentando l’uomo di Rignano come il male assoluto, contiguo a vicini e lontani predecessori, è la prova che il Paese è ancora preda di una pervicace ottusa faziosità contradaiola, che finisce per favorire solo il gioco d’interdizione dei marci ma tentacolari poteri “deboli” che da tempo bloccano ogni tentativo di seria riforma. Il primo gap da coprire tra Italia e Germania è quello istituzionale, non quello economico.

Matteo Renzi ha davanti a sé scadenze politiche complicate. Un referendum sulle modifiche costituzionali approvate dopo l’interminabile corsa a ostacoli parlamentare, che rischia di perdere. Una legge elettorale votata a maggioranza tra crescenti mal di pancia, oggi ripudiata da tutti quelli che pensano di uscire sconfitti dalle prossime elezioni e quindi in balia dei sondaggisti. Una legge di stabilità ancora una volta giocata sui decimali del “vorrei ma non posso” e sul furtarello di briciole di flessibilità a Bruxelles. Nel frattempo l’ex-rottamatore si è complicato la vita, non bastando la zavorra dell’imperitura vocazione suicida della minoranza interna del suo partito.  Il tempo passa e la freschezza appassisce; non servono  più l’ottimismo della volontà e le slide di Powerpoint; la narrativa  alla lunga perde smalto, soprattutto se si demoltiplica in propaganda, affermazione avventurosa, panzana. Di fronte alle crescenti difficoltà, stona il ricorso sempre più frequente allo scaricabarile e all’annuncio “risolutivo” di soluzioni trovate sulla carta ma la cui implementazione rimane di estrema complessità. [16] Tutto ciò matura nella contaminazione della circostante scenografia, ormai trasfigurata  dal populismo, dall’arrogantee velleitario rifiuto di qualsiasi politica, dalla trasmigrazione del potere agli ignavi o  incompetenti.

Malgrado tutto ciò all’attuale Presidente del Consiglio rimane il grande merito di aver capito da subito che un “nuovo risorgimento”  avrebbe potuto nascere solo  dalla riforma delle istituzioni,  condizione necessaria, anche se non sufficiente, per ritrovare la stabilità e la crescita.

Sottovalutare l’impatto di una bocciatura del referendum costituzionale è semplicemente folle. Un esito di tal fatta azzererebbe anche i modesti passi in avanti dell’ultimo biennio, riportando il Paese al palo dell’inizio millennio, l’ultima testimonianza di perpetuo frenetico immobilismo. Non si tratta tanto di discutere nel merito le riforme, che rappresentano un  limitato progresso  nella direzione della semplificazione e velocizzazione dei processi decisionali a livello legislativo, quanto di considerare l’impatto devastante di un no referendario  sulla credibilità del Paese- più che sullo  stesso Governo - e le possibili conseguenze in termini di instabilità politica e sociale. Non sono solo le banche d’affari a pensarla così o qualche imprudente addetto dell’ambasciata USA: allineati sulla stessa lunghezza d’onda si ritrovano OCSE, FMI, Commissione Europea. Non ultimo, il buonsenso. Il no al referendum apre le gabbie alle pulsioni del populismo con tutte le conseguenze del caso. Se andrà male dovremo ringraziare gli apprendisti stregoni che, instancabili, ancora una volta sono al lavoro.

(*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato all'Università Bocconi (1982) in Economia Politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, BNL Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni SGR (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP AM nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.



[1] Ocse/eco/surveys/european-union-2016-overview.pdF

[2] Alla faccia della “svalutazione interna” tanto paventata: chi l’ha realizzata sembra stare meno peggio di noi.

[3] Il FMI stima il ritorno al livello del reddito pre-crisi solo per il 2026 malgrado le “impressionanti” riforme del Governo Renzi. Per il Fondo “è imperativo che lo sforzo riformatore sia allargato e completato”.

[4] Mario Seminerio,  http://phastidio.net/2016/09/07/miraggi-e-raggiri/ 

[5] Ogni riferimento a “piani di rinascita nazionale”, veri o presunti, di un passato ormai lontano ma sempre rievocato a proposito o meno, è totalmente casuale.

[6] Si veda ad esempio Paolo Savona, “Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi”, Rubettino, 2012.

[7] Si veda tra i tanti, Mario Arcelli, “La crescita inceppata” Rubettino, 2003, citato da Mario Seminerio in http://phastidio.net/2016/04/01/fatevi-un-favore/ .

[8] Tra I critici più feroci segnaliamo Alberto Bagnai, “L’Italia può farcela”, Il Saggiatore, Milano 2014.

[9] “Presunta” per insussistenza di discontinuità sostanziale con la “prima”.

[10] E’, si potrebbe sostenere, una responsabilità collettiva di tipo generazionale, da attribuire in linea di massima  ai sessantenni e dintorni di oggi, baby boomers tardivi, con molti compiaciuti ex sessantottini da tempo arrivati al potere e a un benessere non sempre meritato.

[11] In particolare hanno partecipato attivamente al dissesto istituzionale: basti ricordare la riforma del titolo V della Costituzione con la suicida delega dei poteri alle regioni.

[12] Dal 1992 alla fine del 2011 (governo tecnico Monti) il centro destra ha governato il 51,6% del tempo, 3292 giorni, il centro sinistra per 3085 giorni, senza considerare il Governo tecnico di Dini nel 1995.

[13] Va anche detto che alcune modifiche costituzionali, come quella del titolo V della Costituzione, con l’attribuzione di poteri alle Regioni,  hanno avuto effetti devastanti.

[14] http://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/ecbu/eb201605.en.pdf “Increasing Resilience and long term growth: the importance of sound institutions and economic structures for Euro area countries and EMU”.

[15]http://www.linkiesta.it/it/article/2016/08/05/abbiamo-istituzioni-da-terzo-mondo-e-se-non-cresciamo-e-colpa-loro-par/31396/

[16] Un esempio per tutti delle sparate premature del Presidente del Consiglio si appalesa nell’intervista concessa alla CNBC il 2 agosto: "Per la prima volta abbiamo eliminato il problema dei Non performing loans. Ora per la prima volta Monte dei Paschi è senza Npl perché l'operazione Atlante ha pulito di ogni credito non performante la banca". Perciò questa è la soluzione "finale". Così ha risposto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in un'intervista a Cnbc, alla domanda perché dovremmo credere che per Monte dei Paschi di Siena è l'ultima volta che si interviene e si ricapitalizza.

 

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