Europa meno fragile dopo Brexit

di Marco Liera - 25/06/2016

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Brexit ha sollevato un dibattito tra gli alumni come me del Real World Risk Institute fondato da Nassim Taleb, Robert Frey, e Raphael Douady. Siamo una quarantina di professionals (imprenditori, avvocati, medici, gestori di patrimoni, manager di imprese industriali etc.) provenienti da vari Paesi (tre quarti non americani) e in comune abbiamo studi sulla gestione del rischio nel mondo reale con un approccio empirico e intenzionalmente non accademico.

Vorrei condividere alcune riflessioni emerse “a caldo” nel nostro gruppo, e alcune mie.

L’Unione Europea è una organizzazione estremamente fragile perché contiene un rischio non trascurabile (tail risk) di catastrofe tipico delle “creazioni” di classi di intellettuali auto-referenziali. In questa situazione, le instabilità come quelle create da Brexit sono benvenute: molto meglio divorziare ora che ostinarsi a mantenere una stabilità forzata e artificiale che prima o poi esplode in un disastro di proporzioni drammatiche. L’esempio da non seguire è quello della ex-Jugoslavia. Un tentativo di “far convivere insieme” sotto un unico Stato e una finta stabilità popoli di etnie, culture, tradizioni e religioni diverse che è drammaticamente terminato con una guerra sanguinosa e genocidi di massa. Qui poi andrebbe chiarito come mai il comune buon senso giudichi sempre positivamente i fenomeni di unificazione, anche violenti (ad esempio il Risorgimento italiano), mentre le divisioni pacifiche come Brexit siano guardate con un certo ribrezzo.

Notate: Brexit non rende l’Europa più antifragile, bensì meno fragile. C’è una sottile ma significativa differenza. La costruzione UE resta fragile, e la speranza mia è che Brexit induca i Paesi restanti a rifarla su basi diverse, bottom-up anziché top-down (tenendo quindi conto più delle esigenze dei popoli che non di quelle dalla finanza che riesce quasi sempre a portare dalla sua parte i Governi – sia pure democraticamente eletti), e salvaguardando e creando le condizioni per la libera circolazione delle persone, dei lavoratori, dei capitali e delle merci (vero valore da difendere).

Certo, si può discutere se le motivazioni del Brexit siano state solo condivisibili (no alla burocrazia e alle imposizioni dall’alto di Bruxelles) o anche meno nobili (no alla libera circolazione dei lavoratori). Ma anche se le ragioni dell’uscita fossero state soprattutto “sbagliate”, il saldo netto (riduzione del rischio di catastrofe) di Brexit sarebbe positivo. Ora ovviamente in molti si concentrano sul crollo della sterlina ai minimi da 31 anni, sulle centinaia di miliardi di euro bruciati nelle Borse, sulle prospettive di recessione UK. Ma come al solito si fa fatica a guardare ai danni futuri ben peggiori che Brexit potrebbe aver evitato. Non è l’instabilità che dovrebbe farci paura, bensì la rovina. E una certa dose di instabilità (anche molto alta, in certe fasi) è l’unico modo per ridurre il rischio di rovina.

Brexit ha aiutato a mettere ulteriormente a nudo una fragilità: quella del sistema finanziario italiano. Nella drammatica seduta del 24 giugno, l’indice italiano è quello che ha perso di più al mondo (-12,5%), mettendo a segno la peggiore perdita della sua storia in una sola seduta: peggiore di quella del fallimento di Lehman Brothers, peggiore di quella dell’11 settembre, peggiore di quella del Black Monday del 1987. Il listino di Piazza Affari è zavorrato da titoli finanziari, che sono quelli che hanno guidato il crollo. La mia interpretazione è che gli investitori, a fronte di un aumento dell’incertezza globale, abbiano voluto liberarsi anche di quelle banche (come Intesa Sanpaolo, che ha perso il 23%) che sono percepite come solide, ma il cui destino, tramite il fondo Atlante, il fondo di Risoluzione per le quattro banche salvate a novembre 2015, lo schema volontario del Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi e il fondo di solidarietà per gli obbligazionisti subordinati, appare fin troppo legato a quello delle banche in crisi. Indurre le banche “sane” a salvare quelle meno “sane”, disattendendo i principi fissati dalla normativa del bail-in (lasciare che gli istituti in crisi finiscano in risoluzione e che le perdite vengano ripartite tra i clienti), aumenta notevolmente la fragilità del sistema.  Senza voler attribuire troppo significato alla variazione di una singola seduta, Credem (già meno peggiore titolo bancario italiano da inizio anno) ha limitato le perdite al 7,3%. Credem è l’unica tra le grandi banche che si è rifiutata di finanziare il fondo Atlante e lo schema volontario del FITD. Forse per gli investitori questa differenza conta.

I sistemi complessi hanno bisogno di disordine pacifico, delle Brexit e delle Credem di questo mondo per evitare la rovina (primo fondamentale obiettivo) ed eventualmente prosperare. Guardando avanti: benvenuta anche l’indipendenza della Scozia, se i suoi cittadini decideranno questo.

Forse tra qualche anno qualcuno oserà ringraziare quei 17 milioni di cittadini inglesi vecchi, ignoranti e a basso reddito che hanno votato per Brexit. E quel primo ministro stupido e arrogante che gliel’ha consentito.

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