Dejà-vu 79: oltre la mitologia della crescita

di Enrico Ascari (*) - 14/06/2016

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1994 Paul Krugman: “la produttività non è tutto, ma nel lungo termine è quasi tutto”.

2016: Pier Carlo Padoan, Festival dell’Economia di Trento: “La flessibilità non si tocca ma torniamo a parlare di produttività”.

Cercasi crescita (economica) disperatamente. Piangono perfino negli Stati Uniti, dove la disoccupazione è tornata ai minimi storici e negli ultimi anni sono stati creati oltre 13 milioni di posti di lavoro. Figuriamoci a sud delle Alpi dove l’impennata del PIL ormai rientra nell’ambito dell’impossibilità: i “lacci e lacciuoli” degli anni 60 si sono trasformati in inestricabile groviglio di catene. Con il grimaldello spuntato della flessibilità, concessa di malavoglia dai burocrati di Bruxelles, il Presidente del Consiglio prova a violare la cintura di castità imposta dalle regole fiscali europee. In queste condizioni il mero passaggio dallo “zero virgola” all’ “uno virgola” di crescita del PIL rimane un successo. Disprezzato dai tanti che dimenticano i vincoli esterni dettati dalla globalizzazione tecnologico-finanziaria e dalle regole europee.

Ritrovare la perduta via della crescita, per le società mature, non sarà facile. Sappiamo che quella che è stata definita la “grande stagnazione”[1] dipende da vari fattori di tipo strutturale tra i quali è rilevante un tendenziale calo della produttività del lavoro nei paesi sviluppati. Ma, come è stato osservato di recente, "anche il pil va alle urne" (Di Vico-Corriere della Sera 7 giugno 2016) e se ne frega degli scenari globali.

Due numeri sulla produttività. Nelle economie mature la tendenza alla crescita del prodotto per ora lavorata è in calo tendenziale dagli anni 70 del secolo scorso, sia pure con continui zig zag[2]. Nel 2015 il prodotto pro capite, un indicatore rozzo ma efficace della produttività, è cresciuto solo dell’1,2 per cento a livello globale, rispetto all’ 1,9 per cento nell’anno precedente. Ha pesato la frenata cinese e di altri paesi emergenti. Gli Stati Uniti rappresentano l’unica parziale eccezione, con una tendenza apparentemente più stabile. Per la prima volta negli ultimi 30 anni, secondo il Conference Board, Washington vivrà un calo della produttività del lavoro dello 0,2 per cento, rispetto a un +0,4% medio nei biennio precedente,  all’1,5% annuo tra il 2006 e il 2012 e a una media annua del 2,4 per cento tra il 1999 e il 2006. 

In Europa, Regno Unito e Giappone, sugli stessi orizzonti temporali, le tendenze sono simili, solo più deboli.[3] Infine in Italia la situazione è critica[4]: il ristagno della produttività è iniziato alla metà degli anni 90, dura da oltre un ventennio; è diventato tendenza negativa dopo il 2009. Si tratta di un fenomeno unico nel panorama delle economie industrializzate. Nel 2015 la produttività oraria del lavoro del complesso dell’economia ha mostrato un ulteriore lieve calo (-0,3 per cento; -0,2 nel 2014)[5].

Produttività: di cosa parliamo. In ultima analisi la contabilità della crescita è piuttosto semplice: il PIL pro capite dipende dalla dinamica della produttività del lavoro (misurata in termini di prodotto per ora lavorata o di prodotto pro capite), dalla struttura demografica e del mercato del lavoro.[6] In breve, o aumenta l’occupazione, a parità di popolazione, o si lavora di più, o diventiamo più efficienti. Essere più produttivi significa lavorare meglio piuttosto che lavorare di più: riflette una migliore combinazione dei fattori di produzione, grazie a nuove idee, innovazione tecnologica, trasformazione dei processi produttivi.

Tutto ciò passa per la valorizzazione del capitale umano ma, nello stesso tempo, il processo innovativo espelle crescenti moltitudini di lavoratori dal mercato. Le conseguenze sulla crescita e sul tipo di distribuzione del reddito sono sotto gli occhi di tutti. Inoltre l’efficiente combinazione dei fattori di produzione dipende dalla qualità della pubblica amministrazione e dalla capacità del regolatore pubblico di essere forte e credibile, dotato di leggi antitrust adeguate, che limitino le rendite di posizione e aprano i mercati alla concorrenza.  Anche perché il “libero” sviluppo delle forze di mercato tende a favorire una maggiore concentrazione del potere oligopolistico d’impresa, profitti maggiori e più sostenibili nel tempo, prezzi più elevati, lo strapotere del management e degli azionisti. Tutti elementi negativi per la crescita della produttività, spesso disinvoltamente trascurati da chi chiede “più mercato e meno stato”.

Stagnazione secolare. Qualche anno fa Larry Summers, ex Ministro del commercio americano sotto la presidenza Clinton, ha avanzato l’ipotesi che le economie mature fossero state colpite da una sindrome che con preveggenza è stata definita stagnazione secolare. Il dibattito sulle cause di tale situazione e sulle prescrizioni per uscirne si è successivamente alzato di livello[7] con l’intensificarsi delle pressioni deflazionistiche. Come spesso accade si fronteggiano due scuole di pensiero economico: da una parte quella “ortodossa”, che ha come stella polare l’economia di mercato “senza se e senza ma” e chiede a gran voce le riforme dei mercati (in particolare quelli dei servizi e del lavoro, relativamente impermeabili alla concorrenza internazionale) e maggiore efficienza e snellezza delle  pubbliche amministrazioni; dall’altra quella di derivazione keynesiana, che insiste sulle politiche di rilancio della domanda (consumi e investimenti pubblici e privati). Per i primi la stagnazione secolare coinciderebbe con una lunga fase di rallentamento del tasso di crescita “potenziale”[8] dell’economia. Le cause sarebbero da addebitare ai mega-trend in corso, dall’esaurimento del “dividendo demografico”, allo stallo del tasso d’occupazione, a lungo cresciuto per l’entrata delle donne nella forza lavoro, al livellamento educativo, alla crescente divergenza tra le competenze necessarie alle imprese e quelle prodotte dal sistema scolastico, perfino a una ipotetica riduzione del potenziale espansivo del processo di innovazione tecnologica.

La ricetta proposta è quella di accendere il motore della crescita riattivando a tutti i livelli i meccanismi di mercato, ridimensionando e riqualificando la spesa verso investimenti produttivi. Siccome “non siamo più ricchi come pensavamo”, non possiamo più permetterci il welfare dei nostri padri, dobbiamo ridimensionare il settore pubblico a partire dal debito. Quanto queste prescrizioni, probabilmente utili per migliorare l’efficienza allocativa del sistema economico e l’offerta “potenziale”, possano alimentare una crescita della domanda, rimane tema molto discusso e discutibile.

I neo-keynesiani, la cui leadership mediatica è affidata a Paul Krugman, infatti propongono soluzioni opposte. La stagnazione secolare per loro dipende da un crescente deficit di domanda aggregata di maggiore rilevanza rispetto al declino del tasso di crescita potenziale dell’economia. L’obiettivo imprescindibile diventa quello di stimolare la crescita della produttività in un periodo storico piagato da una carenza di investimento non superabile neppure con tassi d’interesse negativi. Per loro il mercato da solo non basta. E’ anzi probabile che spingere forte nella direzione delle riforme possa essere controproducente, aumentando ulteriormente le risorse inutilizzate e, in definitiva, intensificando il processo deflazionistico. Diventa imperativo lo stimolo della domanda, in modo coordinato tra paesi. Solo così si può sperare di far crescere l’inflazione e di ridurre in tempi brevi il tasso di interesse reale al suo valore “naturale”, riportando così l’economia al tasso di crescita potenziale. Solo dopo aver raggiunto questo obiettivo si potrebbe ragionare di consolidamento fiscale.

Va osservato che, sia pure con ritardi più o meno discutibili, le banche centrali hanno seguito aggressivamente la strada dell’espansione monetaria (come richiesto dai neo-keynesiani).[9]Per ora i risultati sono stati apprezzabili negli Stati Uniti e nel Regno Unito e mediocri in Giappone e in Europa. Si può sostenere, come ha ribadito Mario Draghi in diverse occasioni, che senza gli interventi delle Banche Centrali la crescita economica sarebbe stata ancora più impalpabile. Alcuni studi della BCE lo dimostrerebbero. Risultano però sempre più evidenti anche le controindicazioni delle politiche monetarie non convenzionali, almeno per quanto riguarda il funzionamento del sistema bancario e il possibile aumento della diseguaglianza sociale, fattore che deprime la crescita del reddito della collettività[10].

Le differenti dinamiche dei tassi di crescita economica di Europa rispetto agli Stati Uniti, a parità di regimi monetari, sia pure attivati con tempi e modalità diverse, dovrebbero essere ricondotte alla minore flessibilità e autonomia delle politiche fiscali nazionali. Ovvero agli effetti negativi di larga portata dell’insostenibile peso del debito accumulato dalle imprese o dagli stati (è la tesi della “balance sheet recession” sostenuta dall’economista Richard Koo). Tali fenomeni, se non affrontati con strumenti radicali in tempi rapidi, possono debilitare il sistema bancario e impedire la circolazione dei flussi monetari a sostegno delle imprese, riducendo la domanda di investimento e consumo malgrado i tassi d’interesse nominale schiacciati sotto lo zero.

Conclusioni. Tutti concordano che la crescita delle collettività alla lunga dipende dall’aumento della produttività, determinata, in larga misura, dall’ innovazione tecnologica e da una migliore allocazione delle risorse. Da tempo, però, almeno nelle economie mature, è in corso un visibile rallentamento parallelo della crescita del reddito complessivo e del prodotto pro capite che sembra derivare in parte dalle ricadute dirette e indirette della grande crisi finanziaria, in parte dagli effetti collaterali della globalizzazione e dello sviluppo tecnologico.

Tra i primi si segnala la fine dei boom del credito che avevano gonfiato la domanda globale a cavallo negli anni 90 e nei primi anni 2000, alimentata dai consumatori americani oltre che dall’espansione cinese, i gravi errori di politica economica in Europa, i macroscopici ritardi nell’affrontare la montagna di sofferenze bancarie in alcuni Paesi.

Gli effetti collaterali di lunga portata della globalizzazione economico, finanziaria e tecnologica sono rilevanti e ormai sotto gli occhi di tutti. Almeno dagli anni 80 del secolo scorso, vince il capitale, che si appropria di quote crescenti di reddito, non il lavoro. Vince il talento, di qualsiasi natura, non la “mediocrità” del ceto medio. E l’innovazione tecnologica tende a spiazzare sempre più anche chi ha studiato. Si accresce, a tutti i livelli, la polarizzazione e la frustrazione sociale. Fenomeni che non contribuiscono di certo a stimolare la spesa della famiglia media.

Anche tra le imprese sono visibili fenomeni di polarizzazione, oltre a un’anomala persistenza dei vantaggi competitivi. Il consolidamento del potere oligopolistico delle grandi corporation allarga le differenze tra la marginalità degli “incumbent” (i padroni dei mercati) e tutti gli altri; si allargano i fossati che proteggono i margini, che tendono a diventare rendite di posizione. Sul mercato del lavoro la forbice tra i pochi che scalano le vette delle posizioni di prestigio e tutti gli altri non è mai stata così ampia.  Chiedete ai millennials europei come ci si sente a vivere in società “connesse”, dove, quando arriva, il successo è virale e ti travolge, nelle quali però il potere vero, quello che determina i destini delle masse e non del singolo, è ancora saldamente nelle mani di una bulimica gerontocrazia. Viviamo in società in prospettiva sempre più anziane e diseguali, dominate dal trasferimento ereditario della ricchezza accumulata negli anni della crescita e nelle quali la mobilità sociale è sempre più una chimera[11].

Le famigerate riforme strutturali di cui tanto si parla, rischiano di essere un pannicello caldo, comunque richiedono tempo (che gli elettori non concedono) per verificarne i risultati, e rischiano di avere effetti controproducenti nel breve termine.

Nell’immediato crescono le schiere di chi, con scarsa fantasia – ma non si vede di meglio – ritiene indispensabile riattivare il canale degli investimenti pubblici, a prescindere da come vengano finanziati. Debito o moneta, non importa; anzi, molto meglio la seconda, come si è fatto negli anni 60, di debito ce n’è ormai troppo. Si fa largo la tesi che ormai sia necessario inondare le economie con la moneta “buttata dagli elicotteri” felice quanto opinabile metafora inventata, paradossalmente, da Milton Friedman e usata oggi dagli economisti più eterodossi. 

Purtroppo per l’Europa le opzioni sopra indicate sembrano difficilmente praticabili senza radicali riforme dei trattati. La zona Euro ha gravi svantaggi aggiuntivi rispetto ai Paesi anglosassoni, che derivano dal predominio economico dell’azionista di riferimento europeo, dalla declinazione di dottrine economiche ortodosse e di una filosofia morale basata sul rigore, entrambe culturalmente inadeguate per combattere una crisi deflazionistica da eccesso di debito.  Ci vorrebbe un nuovo New Deal, simile a quello seguito alla crisi del 1929.  Per ora rimaniamo a pane e cicoria.

 (*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato all'Università Bocconi (1982) in Economia Politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, BNL Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni SGR (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP AM nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008. 



[1] Il termine è stato utilizzato nel   libro con lo stesso nome  del Premio Nobel Tyler Cowen e dall’economista  Robert Gordon con “The Rise and Fall of American Growth”.  E’ diventato famoso con vari articoli e studi di Larry Summers, ex Ministro del commercio americano sotto la presidenza Clinton e il sostegno di Paul Krugman, che da tempo detiene la leadership mediatica della scuola economica dei neo-keynesiani.

[2] "The past and future of productivity", in OECD, 2015  http://dx.doi.org/10.1787/9789264248533-5-en.

[3] La produttività nell’area Euro è crescita tra il 1999 e il 2006 mediamente dell’1,5 per cento, un dato decente considerato l’invecchiamento della popolazione. Tra il 2007 e il 2013, a seguito della grande crisi finanziaria, il ritmo di crescita è calato allo 0,6 per cento; ora si viaggia allo 0,3%. Perfino in Cina siamo di fronte a vistosi cali, essendo passati dal 5,2 del 2014 al 3,3 per cento del 2015 di fronte a un 7% medio tra il 2007 e il 2013

[4] Si veda per una analisi approfondita: “Il sistema industriale italiano tra globalizzazione e crisi”, Questioni di Economia e Finanza, Occasional Papers, N. 193 Luglio 2013, Banca d’Italia.

[5] Si veda, www.bancaditalia.it/pubblicazioni/relazione-annuale/2015/index.html pag. 63 e seg.

[6] Più precisamente rileva il tasso di dipendenza (il rapporto tra la popolazione non in età di lavoro e quella in età di lavoro) e il tasso di occupazione (il rapporto percentuale tra il numero di persone occupate e la popolazione).

[7] Si veda anche un recentissimo intervento degli economisti del Fondo Monetario Internazionale (Imf: Lower potential Growth:a new reality).

[8] Il concetto di crescita “potenziale” del reddito fa parte delle algoritmiche elucubrazioni dell’economia moderna. Diciamo che ha a che fare con la velocità di crociera normale o tendenziale che potrebbe caratterizzare un’economia in stato di equilibrio, quindi con livelli di disoccupazione e inflazione “ottimali”.

[9] La cosiddetta politica monetaria “non convenzionale” è passata dall’acquisto diretto dei titoli di stato a quello di categorie di attività finanziarie sempre più ampie, all’imposizione dei tassi nominali negativi ai depositi presso la banca centrale e, infine perfino ai tassi negativi di rifinanziamento del sistema bancario. Si discute da tempo anche di “moneta buttata dagli elicotteri”, che altro non è che il finanziamento monetario diretto ed esplicito della spesa pubblica.

[10] La crescita della disuguaglianza comporta, a parità di altre condizioni, una riduzione della spesa aggregata per consumi (un euro in più guadagnato dai poveri è speso per intero o quasi, un euro in più guadagnato dai ricchi è risparmiato per intero o quasi).

[11]http://www.corriere.it/opinioni/16_maggio_22/mobilita-sociale-5c1b7efe-1f8b-11e6-8875-c5059801ebea.shtml L’articolo menziona uno studio di ricercatori di Banca d’Italia sulla mobilità sociale nella città di Firenze tra la metà del ‘400 e i giorni nostri. Tre fra i primi cinque contribuenti fiorentini di cinque anni fa appartengono a famiglie che già sei secoli fa si trovavano nel 7% più ricco della popolazione per reddito e nel 15% più ricco per patrimonio. Solo una cosa è più difficile di cadere in basso quando si è nati in alto: salire dal basso.

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