Dejà-vu 76: I due anni di Renzi alla fine di un trentennio disastroso

di Enrico Ascari (*) - 03/03/2016

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E’ suonata la campana del secondo giro di corsa per Matteo Renzi. Anniversario importante, pennellato in chiaro-scuro. Per la maggioranza dei commentatori il bicchiere è mezzo vuoto, o mezzo pieno, scegliete voi. Questione di sfumature. Dagli altri, spesso alfieri del rifiuto aprioristico e fazioso dell’avversario politico, arrivano, da destra e da manca, parallele ma convergenti bocciature, spesso veicolate con identiche motivazioni e partigiana supponenza.

Da Travaglio a Sallusti, passando per Crozza. Gli estremi spesso convergono sia nella sottovalutazione del nemico di stagione, sia nella trasformazione del protagonista in grottesca maschera di se stesso. Non è un caso che un ex comico abbia il copyright del maggiore successo politico degli ultimi anni.

Pochi considerano le difficoltà della “missione impossibile”: riportare il paese su una decente rotta di crescita. Un obiettivo raggiungibile, con tanta fortuna, in non meno di due legislature di instancabile assalto alle innumerevoli rendite di posizione italiche[1], non certo in un paio d’anni. E’ in questo reticolo di privilegi che si nasconde l’origine prima del vero irrisolto problema degli ultimi decenni: l’inarrestabile declino della produttività che allontana sempre più l’Italia dagli altri competitori europei.[2]

L’economia italiana:  movimento lento

Nel 2015, dopo anni, l’economia italiana ha ricominciato a crescere di un deludente 0,8%. Rimaniamo nelle posizioni di retroguardia in Europa e nel mondo. Unica discontinuità, rispetto al recente passato, la ripresina dei consumi interni; in parte si salva il dato sulla disoccupazione, che molto lentamente si sgonfia, malgrado quella giovanile rimanga su livelli inaccettabili; sempre latitante, viceversa, la domanda di investimenti, privati e pubblici; non ha aiutato, infine, l’andamento del ciclo internazionale. Il rapporto deficit/PIL si è fermato al 2,6%. Malgrado le stucchevoli discussioni sugli zero virgola, alimentate anche dall’esuberanza del Presidente del Consiglio, questo è il primo Governo a memoria d’uomo che, con qualche martellata, centra alcune previsioni stampate nei recenti Documenti di Economia e Finanza.

Sfruttando al massimo la minima flessibilità europea sulle politiche di bilancio, l’esecutivo ha scelto di spingere il più possibile il reddito disponibile delle famiglie, limitandosi solo ad avviare il necessario percorso di defiscalizzazione e semplificazione normativa che alla lunga potrà aiutare la competitività del settore produttivo. Forse questo è stato un errore, ma spazio per tutto non c’era. L’assenza di uno shock su questo fronte non ha evidentemente eccitato gli “animal spirits” imprenditoriali.

Malgrado ciò l’economista Marco Fortis[3] mette in evidenza come negli ultimi anni, malgrado tutto, sia migliorata la posizione competitiva dell’Italia almeno nell’ambito dei settori del manifatturiero e del fashion, da tempo vaccinati alla concorrenza internazionale.

I risultati in termini di contenimento della spesa sono stati timidi[4], molto criticati dalle esigue schiere dei liberisti. Va peraltro detto che, nell’ambito di una congiuntura particolarmente nefasta, anche i tagli di spesa pubblica improduttiva, che in parte equivale a una sforbiciata dei redditi erogati dalla Pubblica Amministrazione, hanno un impatto recessivo sia sul fronte economico sia su quello del consenso. E’ un equilibrio delicato da garantire anche per un Presidente del Consiglio che, alla faccia dell’irridente sarcasmo che dilaga nei talk show, ha dimostrato di avere un incredibile fiuto politico. Finora, dentro e fuori al Parlamento, le ha vinte tutte.

I numeri dell’economia sono deludenti soprattutto rispetto alle attese che scontavano una velocità di crociera del PIL attorno all’1,2-1,5%, grazie all’astrale favorevole congiunzione della triplice simultanea caduta dell’Euro, dei tassi d’interesse e delle materie prime. Non è una bocciatura per il Governo, malgrado le urla degli oppositori: nessun esecutivo di un qualsiasi stato sovrano democratico, Stati Uniti inclusi, ha le leve per telecomandare la congiuntura economica, dominata da forze globali fuori controllo.  

Qualcosa, comunque, e non poco, è andato storto. Perfino per il Centro Studi di Confindustria[5]il vero rebus è il mancato decollo della ripartenza italiana”. Da una parte c’è il contributo negativo della minore crescita globale, il tormentone della Cina e delle materie prime. Dall’altra pesa il deficit di credibilità europeo e i limiti, sempre più evidenti, delle politiche di espansione monetaria delle Banche Centrali, a partire dalla BCE[6].  Anche i mercati finanziari ci hanno messo del loro.

In definitiva, però, i grandi assenti rimangono gli investimenti privati e pubblici. I primi sembrano sedati, forse per l’incertezza del quadro globale,  forse per lo stato ancora comatoso del sistema bancario domestico, forse per l’assenza di uno “shock” risolutivo dalle politiche del Governo.  Osserva Francesco Giavazzi che “…per sette anni, fra il 2008 e il 2014, gli investimenti totali, pubblici più privati, sono caduti del 5% l’anno. La caduta ora si è fermata, ma una ripresa ancora non si vede. Il risultato è che la quota degli investimenti sul Pil è scesa dal 22 al 15%.” Anche Giavazzi ha gettato la spugna e ritiene necessaria “… un’azione specifica sugli investimenti, anche quelli pubblici” sfruttando il livello minimo dei tassi d’interesse a lungo termine. 

Ci vuole uno shock, probabilmente, che non può che coinvolgere il rapporto con l’Europa e un ribaltamento, che oggi sembra ancora impossibile, delle politiche europee[7].

Il rapporto con l'Europa e i suoi Padrini-Padroni

Nel rapporto con l’Europa il percorso del Presidente del Consiglio non è stato lineare. Nei primi mesi del suo mandato ha idealizzato il modello tedesco dell’economia sociale di mercato, indubbiamente un ottimo parametro di riferimento per un paese come l’Italia che ha che una cronica necessità di buone istituzioni che regolino e cooperino con un “mercato” ancora in larga parte da costruire, perché sempre condizionato da corpose rendite di posizione.

In seguito ha alzato i toni dello scontro con la Commissione Europea e la Germania per ottenere qualche (importante) grammo di flessibilità di bilancio in più, raccogliendo le stizzite reazioni dei burocrati di Eurolandia e le rampogne delle anime belle dell’europeismo pro-austerità[8], sempre prostrati verso Berlino. Si è trattato solo di un atteggiamento negoziale, in discontinuità con la belante assertività del passato. Vedremo tra poco i risultati con l’attesa decisione della Commissione sullo stato dei conti pubblici italiani e sulla manovra del 2016[9].

Infine, negli ultimi giorni, Renzi e Padoan hanno presentato alla Commissione Europea un ambizioso documento che “alza la posta” rispetto al traccheggio negoziale. Si tratta di un progetto di medio lungo termine a più fasi nel quale si propone un complesso di misure che realizzino una politica espansiva alternativa alla medicina di austerità attuale. Interventi che prevedano il sostegno della politica monetaria della Bce, il varo di  una politica fiscale europea che tenda a riequilibrare le politiche nazionali, il completamento  dell’unione bancaria con l’estensione delle garanzie a favore dei depositi bancari dei singoli Paesi, l’intervento europeo anche nell’ambito delle politiche sociali nazionali, il rafforzamento dei confini europei verso il resto del mondo e lo smantellamento di quelli interni ripristinati in molti Paesi violando il patto di Schengen. Tutto ciò sarebbe propedeutico al raggiungimento di rilevanti obiettivi di maggiore integrazione comunitaria che prevedano istituzioni comuni, a partire da un ministro delle Finanze dell'Eurozona che disponga degli opportuni poteri e  risorse di bilancio.

E’ un rilancio di una visione europeista molto ardita, considerando le posizioni tedesche e  l’avvicinarsi del referendum su Brexit; una posizione da condividere con le forze di centro-sinistra a livello europeo; un vasto programma politico-economico di impronta neo-keynesiana. Una posizione discutibile fin che si vuole in un’ottica liberale, ma che non manca di coraggio e si contrappone, vedremo con quale credibilità, ad un atteggiamento all’interno finalizzato a lisciare il pelo di un elettorato sempre più cinicamente euro-scettico.

Il tormentone delle riforme

Quello delle riforme istituzionali è la storia infinita della politica italiana, dai tempi del dominio democristiano, solo scalfito dal PSI di Bettino Craxi. Nessuno è mai riuscito a toccare palla: veti incrociati, tatticismo, trasformismo sono da sempre le regole del gioco, in una partita vinta finora dalla difesa della costituzione “più bella del mondo” e dalla retorica del pluralismo garantito dai “pesi e contrappesi” istituzionali. L’ex rottamatore ha capito da subito che le riforme istituzionali erano indispensabili per accelerare qualsiasi percorso di cambiamento nel paese. E ora, con il referendum del prossimo autunno, cerca la necessaria ratifica dall’opinione pubblica, mettendo sul tavolo la sua sopravvivenza politica.

A Matteo Renzi va quindi indiscutibilmente lo storico merito di essere riuscito a sparigliare con due riforme, quella elettorale e quella del Senato, forse lontane dall’ideale, ma adatte a garantire una migliore governabilità e a semplificare i percorsi legislativi.  Ancora negli ultimi giorni si è visto come il tatticismo parlamentare e il continuo ping-pong bicamerale dominino su tutto, anche le questioni di principio o di coscienza di maggiore rilevanza.

Ma la medaglia più meritata il leader del PD se l’è guadagnata sul terreno dove tutti i suoi predecessori avevano miseramente fallito, da Prodi, a D’Alema, per non parlare di Berlusconi: la riforma del mercato del lavoro. Discussioni infinite prima, con l’ineliminabile rito del “benaltrismo” (c’erano, come sempre, mille altre priorità); polemiche interminabili dopo, con l’analisi minuziosa quanto velleitaria delle statistiche mensili sull’occupazione, quando gli effetti difficilmente saranno misurabili anche su periodi lunghi[10].

Si tratta certamente di una riforma che la sinistra tradizionale considera di “destra”. Al di là della propaganda partigiana (di entrambe le parti), serve per liberalizzare, con molta moderazione, il mercato del lavoro; potrà aiutare l’occupazione, perché agevola gli imprenditori, non certo favorire aumenti salariali (il caso tedesco insegna). D’altra parte l’Italia vanta il primato OCSE della disoccupazione giovanile e la quota di disoccupati di lunga durata tra le più alte.

Quelle citate, come altre, solo auspicate, avviate o da finalizzare con i regolamenti attuativi, (banche, pubblica amministrazione, scuola,  giustizia civile, ecc.)[11], sono  comunque le riforme che richiedono a gran voce da anni tutte le istituzioni internazionali: dalla BCE (dimenticata la famosa letterina a Berlusconi e Tremonti?), alla Commissione Europea, dal Fondo Monetario Internazionale, all’OCSE[12]. Siamo solo all’inizio di un tormentato percorso zeppo di trappole, che dovrà vedere interventi ancora più incisivi e profondi.  

 

L’incubo non scalfito

Il problema apparentemente irrisolvibile, l’incubo ancora non scalfito del Paese è il declino della produttività, in calo da oltre 15 anni (vedi grafico in alto). L’economista Michele Salvati (Italia-puo-uscire-vicolo-cieco-cambiando-l-europa-se-stessa) si chiede se tale fenomeno derivi solo “dalla situazione di asfissia in cui la moneta unica e l’austerità ci costringono [piuttosto che] dal  peso del debito pubblico, dall’asfissia del credito e dai rischi conseguenti ad attivi inadeguati delle banche”. Evidentemente i fenomeni sottostanti sono di portata più ampia e duratura. Luca Ricolfi osserva, con riferimento alle recenti dinamiche del mercato del lavoro, che: “L’Italia ha un disperato bisogno di creare occupazione, perché – anche solo per diventare un paese OCSE normale – le mancano qualcosa come sette milioni di posti di lavoro. Ma l’Italia ha anche bisogno, paradossalmente, di usare meno lavoro per produrre quel che riesce a produrre e a vendere, perché il prodotto per addetto ristagna da circa 15 anni, ed è addirittura calante da quando è iniziata la crisi….un Paese a produttività stagnante o declinante non può sperare di tornare a crescere e a competere…[e questa] è l’unica strada che può portare ad aumenti di occupazione consistenti e duraturi…Da quando l’occupazione ha smesso di diminuire, ovvero dall’ottobre 2013, [mentre l’occupazione totale aumentava] la tendenza di fondo del prodotto per occupato è stata alla diminuzione”.

Secondo il  Country Report  della Commissione Europea la stagnazione della produttività italiana coinvolge tutti i settori ma in particolar modo quello dei servizi professionali. La ricetta, opinabile quanto si vuole, ma non se ne vedono di meglio, è sempre la stessa: “Sono necessarie importanti riforme, in parte già realizzate o pianificate, relative al mercato del lavoro, dei prodotti, al sistema bancario, all’educazione, la pubblica amministrazione e la giustizia, che rimuovano i colli di bottiglia che impediscono la crescita della produttività”.

Non c'è solo il debito

Tra i tanti difetti attribuiti a Matteo Renzi c’è quello di opporsi con tutte le sue forze al pessimismo che sembra assorbire le migliori energie del paese. Lui è in guerra contro i “gufi”. Gli altri lo vedono “tutto chiacchiere e distintivo”, per ben che vada un buon piazzista, al massimo un grande venditore di sogni. Per i parenti serpenti della sua sponda politica, la sinistra con la vocazione a perdere, sono tratti troppo simili a quelli del totem infine abbattuto fuori tempo massimo (grazie all’aiutino esterno delle cancellerie europee nel 2011). Eppure il nostro Paese ha bisogno di valorizzare i suoi (pochi, lo ammettiamo) vantaggi competitivi e alcuni indiscutibili meriti che, nella generale vocazione autolesionistica al piagnisteo, spesso trascuriamo.

Per esempio gli “illuminati” del rigorismo all’italiana periodicamente tornano alla carica accusando il governo di essere imbelle di fronte al problema del debito pubblico. Continuamente si evoca il “rischio default” e la necessità di rispettare norme europee, il fiscal compact con i suoi corollari, spensieratamente approvate, all’unanimità o quasi, dal parlamento nazionale nel 2011. Tra queste c’è quella che impone per il rapporto debito/PIL la convergenza verso il livello del 60% entro il 2030.

L’ eccessivo peso del debito pubblico è un elemento di fragilità e una delle cause della mancata crescita dell’economia italiana, soprattutto da quando, adottando l’Euro, le svalutazioni competitive sono sparite del kit della politica economica. Per chi, come gli attuali gestori della strategie economiche, sposa una visione neo-keynesiana, a maggior ragione in tempi di stagnazione strutturale della domanda, l’attuazione di politiche di austerità per ridurre il debito non solo non è opportuna ma è un clamoroso errore. Mentre sul punto si può discutere, è autolesionistico limitarsi ad enfatizzare i rischi (la possibile ma presunta insostenibilità del debito) senza citare sia il prezzo sociale e economico pagato per contenerlo, sia gli aspetti positivi della complessiva situazione patrimoniale del paese, che pure non mancano.

Ha osservato di recente Marco Fortis che “…il nostro Paese negli ultimi 10 anni è stato, dopo la Danimarca,  quello che ha generato il più alto avanzo statale primario cumulato prima del pagamento degli interessi, pari al 14,1% del Pil. Non solo: l’Italia è tra i pochi Paesi che abbiano contemporaneamente un avanzo statale primario cumulato positivo e un basso livello di debito in mani estere rispetto al PIL”. [13]  Sempre Fortis rileva come, da uno studio di un think tank ultra-conservatore tedesco, la “Fondazione per l’economia di mercatoarrivi un importante riconoscimento per l’Italia. Se si considera oltre al debito pubblico “esplicito” anche quello “implicito”, ottenuto calcolando il valore attuale delle potenziali obbligazioni future per oneri previdenziali, sanitari e spese sociali derivanti dall’ dall’invecchiamento della popolazione, l’Italia figura come il Paese più virtuoso della UE, con un debito “totale” sotto il 60% del PIL. [14] Benevolenza eccessiva? C’è da dubitarne, come peraltro non si può scommettere sull’attualizzazione di eventi finanziari lontani nel tempo e di carattere aleatorio, anche perché sottoposti alle instancabili pressioni delle lobby organizzate.  Rimane il fatto che, malgrado il progressivo degrado politico e istituzionale degli ultimi decenni, almeno sul fronte del controllo del profilo della spesa pensionistica a lungo termine, le riforme di Dini nel 1995 e quella tanto disprezzata della Fornero hanno permesso all’Italia di occupare un posto in prima fila nella classifica dei Paesi virtuosi.

Conclusioni

Arriviamo da 30 anni di ruggente globalizzazione tecnologica e finanziaria che ha visto l’Italia fanalino di coda della crescita planetaria, persa a inseguire i lombi di veline e calciatori. Con una classe dirigente che ha dato flebili cenni di vita  solo nell’incombenza del disastro. Unica nota positiva la parziale tenuta dell’industria manifatturiera nel Nord. Il Sud è, sotto troppi profili, sotto il livello della Grecia.

Un periodo segnato dal mito ora in declino dell’Europa unita e della moneta unica, iniziato con la grande abbuffata di spesa, corruzione e crescita del debito pubblico degli anni 80; seguito con la crisi valutaria e di bilancio del 1992 e il disperato salvataggio di Amato e Ciampi; proseguito con l’incubo del default dei debiti sovrani dell’area Euro del 2011-2012, superato per il rotto della cuffia con Mario Monti a Roma e Mario Draghi a Francoforte. In mezzo lo spensierato ventennio berlusconiano del quale porta la responsabilità non solo l’imperatore di Arcore, ma l’intera classe dirigente del Paese, a partire da un’opposizione politica come minimo velleitaria, con la vocazione a perdere male, senza dimenticare la crema della “grande” impresa e finanza, drogata di “rendita” e sparita a livello internazionale, per finire con uno potere statale ostile nelle mani di intoccabili burocrati pubblici.

Renzi allora non c’era, al contrario di molti dei suoi strepitanti oppositori di oggi, a partire dai suoi avversari interni. Ha ereditato con i millennials - che hanno l’obbligo di strappare in fretta il potere alle fallimentari generazioni post sessantottine che li hanno preceduti - un paese con molti asset da valorizzare e alcuni da svalutare a zero. Tra questi i cascami del capitalismo relazionale che ancora si sta mangiando qualche pezzo del Paese e l’incontrollabile potere dell’alta burocrazia pubblica.

Il Presidente del Consiglio ha quindi l’obbligo di accelerare e correre sempre più forte: ad esempio, come ha suggerito Francesco GiavazziSe si vuole fare una battaglia con Bruxelles bisogna che ne valga la pena: per abbassare la pressione fiscale di due punti sì, per uno zero virgola francamente no. Il problema non è Bruxelles (i deficit di Francia e Spagna sono al di là del 4% da anni), ma la reazione dei mercati” e per convincere i “padroni dell’universo” è necessario “… accompagnare la riduzione delle tasse con un programma di corrispondenti tagli di spesa da attuare in un triennio” un punto sul quale l’azione del Governo è stata finora molto esitante, come sul tema della concorrenza dove si è consentito alle “…mille lobby che difendono i loro privilegi [di smantellare] in Parlamento la legge, [che]  già era un testo all’acqua di rosa”.

In definitiva non ci sono alternative: si tratta di accelerare su quelle riforme che tutti a parole evocano ma che ben pochi vogliono. Se ciò avverrà non potremo che confermare la valutazione dei primi due anni di vita del Governo guidato da Matteo Renzi, che è eccellente.  Valutazione che ai più potrà sembrare provocatoria e ai limiti della blasfemia ma che fonda le sue ragioni sui risultati ottenuti in un ambiente totalmente avverso, tra grande stagnazione globale, rigidi vincoli europei e la sorda opposizione della ragnatela di interessi protetti che immobilizza il Paese. 

 

 (*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato all'Università Bocconi (1982) in Economia Politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, BNL Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni SGR (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP AM nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008. 

 



[1] Non è una previsione campata in aria e non è detto che sia pessimistica. I redditi reali delle famiglie sono stagnanti dall’inizio degli anni 80 e anche solo il ritorno al PIL reale del 2007 è verosimilmente molto lontano nel tempo.

[2] Sì, perché di paesi in competizione si tratta, malgrado la comune appartenenza all’Unione Monetaria.

[3] Marco Fortis http://www.ilsole24ore.com/dove-eccelle-competitivita-italiana- Secondo  l’International Trade Centre, l’agenzia congiunta di Unctad e WTO,  nel 2014 l’Italia avrebbe consolidato tutti i suoi migliori piazzamenti nell’indice di competitività del commercio mondiale. Su 14 settori complessivamente considerati dal Trade Performance Index elaborato dall’agenzia, il nostro Paese è risultato il più competitivo al mondo in 3 settori e il secondo in 5 settori. Per numero di migliori piazzamenti settoriali l’Italia rimane seconda soltanto alla Germania (che vanta ben 8 primi posti e 1 secondo posto).

[4] Analizzando le due ultime leggi di Stabilità, i risparmi delle pubbliche amministrazioni riducono solo di un miliardo e mezzo l'andamento tendenziale. Secondo il MEF "tra 2014 e 2015 il governo ha preso iniziative per la revisione della spesa che hanno determinato risparmi per 18 miliardi. E insieme ai provvedimenti della legge di stabilità 2016 si realizzano risparmi per 25 miliardi nell'anno in corso". I tagli, che pur ci sono stati ad esempio per la  sanità e gli enti locali, sono stati quasi interamente compensati da maggiori uscite per la scuola e gli ammortizzatori sociali.

[5] Scenari Economici, Dicembre 2015, N.25

[6] QE e tassi negativi, in presenza di domanda di credito stagnante e di alti livelli di sofferenze, riducono i margini di intermediazione bancaria. La paranoia regolamentare sui ratios di capitale ha effetti pro-ciclici negativi. Anche gli effetti dei rendimenti zero sugli investimenti finanziari delle famiglie possono essere controproducenti. Invece di innalzare la propensione al consumo, l’atteggiamento delle famiglie sembra quello di aumentare il risparmio per fronteggiare l’aumento dell’incertezza sui redditi futuri e la sostenibilità dei flussi pensionistici.

[7] Ha osservato Fabrizio Galimberti (Il Sole 24 Ore del 25 febbraio 2016 “L’articolo di Keynes e la domanda che manca”): a parte il Jobs Act “…non ci sono state politiche di supporto alla domanda, non per mancanza di buona volontà ma semplicemente perché le regole della Ue sono troppo stringenti e, se pur il Governo Renzi ha cercato di utilizzare tutti gli spazi di flessibilità, il risultato finale è più quello di un contenimento dei danni che di una spinta in avanti”.

[8] http://www.huffingtonpost.it Renzi, riferendosi probabilmente con il solito stile sbrigativo e arrogante all’ex Presidente del consiglio Mario Monti, che si era permesso di criticarlo, ha affermato:  “….c'è una distanza siderale tra noi e una presunta parte del gruppo dirigente di questo Paese che per decenni ha fatto la morale alla politica e ancora pontifica nelle università, nei giornali, nei salotti...gente che pensa che l'Italia sia concettualmente irriformabile e che gli italiani siano sbagliati e che vadano cambiati a colpi di piccone”. Ma Il Presidente del Consiglio non può permettersi di tirare troppo la corda: uno dei grandi mali italiani è l'alto turnover dei funzionari e dei negoziatori con posti chiave nelle istituzioni europee, molti dei quali cambiano con il variare degli esecutivi, essendo legati a doppio filo con il governo di turno.

[9] Certo il giudizio dei burocrati europei rimane severo: nel Country Report  con le raccomandazioni specifiche della Commissione Europea per l’Italia, come nota Michele Salvati sul Corriere della Sera, si afferma che “…il debito pubblico estremamente elevato rappresenta un notevole onere economico e una fonte di vulnerabilità. La posizione competitiva rimane debole. Entrambi gli squilibri sono aggravati dalla persistente debolezza della crescita e della dinamica della produttività. Il consistente stock di crediti deteriorati grava sui bilanci delle banche… [e i loro attivi sono esposti, data l’anomala percentuale di titoli di Stato, a un forte rischio sovrano. Di conseguenza le banche] restano vulnerabili a possibili cambiamenti repentini nella percezione del rischio…da parte dei mercati finanziari”.

 [10] Osserva Luca Ricolfi http://www.ilsole24ore.com/finalmente-luci-superano-ombre: che l’aumento  448mila posti di lavoro dipendente tra il gennaio 2015 e lo stesso mese del 2016 è pari ad oltre il triplo dell’aumento fatto registrare nell’analogo periodo precedente, ovvero fra gennaio 2014 e gennaio 2015 (+139mila). Quanto sia merito del Jobs Act non si può dire. Certamente “… da almeno un semestre la dinamica dell’occupazione appare un po’ più vivace di quella che ci si sarebbe potuti attendere in base all’andamento del PIL”.

[11] Un’analisi esaustiva e sufficientemente critica dei primi due anni del Governo Renzi si trova sul sito Lavoce.info (http://www.lavoce.info/wp-content/uploads/2016/02/Due-anni-Renzi.pdf).

[12] Si veda il recentissimo rapporto dell’OCSE “Going for growth 2016”.

[13] http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-02-26/debito-pagella-tedesca-che-promuove-l-italia-073632.shtml?uuid=ACPjvVcC&fromSearch 

[14] Lo stesso parametro per la Germania sarebbe al 149%, la media della Ue al 266%, la Francia al 291%, la Gran Bretagna al 498% e la Spagna al 592%. Altri studi del FMI e della Commissione Europea (Commissione Europea, Fiscal Sustainability Report 2015, p. 82), giungono a conclusioni simili.

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