Dejà-vu 72: A chi dà fastidio il calo del petrolio (che fa bene alle famiglie)

di Enrico Ascari (*) - 02/11/2015

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“Chiagne e fotte”, espressione gergale inventata alle nostre latitudini, ben si adatta a descrivere atteggiamenti  tesi a condizionare l’opinione pubblica con rappresentazioni spesso distorte di fenomeni complessi, la cui manipolazione favorisce specifici interessi a danno delle collettività.  Oggi parliamo di deflazione e materie prime.  

Da quando, più di un anno fa, gli sceicchi hanno deciso di pompare petrolio a tutta, lasciando cadere i prezzi, e  abbiamo scoperto che la crescita cinese doveva qualcosa anche all’immaginazione, la stampa finanziaria anglosassone, assecondata dai replicanti nostrani, non ha fatto altro che ripeterci  che la fine del super-ciclo delle commodities (cfr. grafico sotto) è cosa “brutta” e “cattiva”.

Andamento dell'indice delle commodities

Sarà vero. Bisogna vedere per chi.

Si sostiene che il calo dei prezzi delle materie prime riduca gli investimenti in importanti settori industriali legati alla ricerca ed esplorazione di materie prime. Vero, ma tale fenomeno è fisiologico e necessario per rimuovere gli eccessi di capacità produttiva, come sempre finanziati con montagne di debito nel momento peggiore del ciclo economico, sui massimi. A meno che qualcuno pensi che i soldi dei contribuenti servano per salvare, dopo le banche, anche le major petrolifere. Le quali, in un futuro che ormai è dietro l’angolo, dovranno fronteggiare anche le nuove sfide derivanti dalla gestione del global warming.

Si dice che la caduta delle materie prime alimenti la “deflazione”, il nuovo spettro della postmodernità, lasciatoci in eredità dalla grande crisi finanziaria. Vero, ma quella che tocchiamo con mano rimane ancora deflazione “buona”, per le famiglie che consumano e le imprese che utilizzano energia. Se rimuoviamo dagli indici dei prezzi la componente energetica, la deflazione semplicemente sparisce, da quest’anno perfino in Giappone (si veda il grafico qui sotto).

Andamento dell'inflazione in Giappone con e senza i prezzi dell'energia

La questione non va sottovalutata e di certo le banche centrali ne sono consapevoli. Rimane la sensazione che la narrativa ultra-pessimistica che ha preso piede, facilitando il ristagno dei flussi di liquidità all’interno del sistema finanziario, sia in qualche modo funzionale agli interessi dei suoi attori. Evocare di continuo lo spettro del calo dei prezzi, alimenta le aspettative negative di famiglie e imprese, condizionate da una grandinata di indicatori di sentiment o di “fiducia” sempre più dipendenti dall’umore dei mercati finanziari. Ne consegue un freno alla crescita dei consumi, degli investimenti e dell’economia reale e un incentivo al risparmio prudenziale, facile preda dell’industria finanziaria, a maggior ragione in un mondo di tassi negativi. Dall’altra parte spingere anche mediaticamente le aspettative deflazionistiche mantiene forte la pressione sulle banche centrali, alimentata ad arte anche dalla facile manipolazione degli indicatori di mercato sull’inflazione attesa[1]. Le autorità monetarie, con un obiettivo d’inflazione al 2%, sono costrette a spingere sul pedale dell’acquisto di titoli per immettere più moneta in circolazione, con effetti ormai decrescenti in termini di crescita dei redditi, ma certamente positivi per i valori finanziari. Si chiude così il cerchio per i padrini e padroni della finanza.

Ma non basta. Gli interessati suggeritori che sguazzano tra le onde dei mercati finanziari sono pronti a sposare qualsiasi causa convenga alla bisogna. Si alzi allora il vessillo dei “disgraziati” Paesi Emergenti. La caduta delle materie prime non piace perchè rafforza il dollaro e i due fattori assieme devastano le economie in via di sviluppo. A parte che il rapporto di causalità, se mai esistesse e fosse stabile, sarebbe inverso[2] (vedi grafico in basso), la ricaduta dei fattori citati sul mondo emergente è ovviamente asimmetrica e fortemente disomogenea. Sono solo vantaggi per chi consuma le materie prime. Per gli altri, ovviamente, sono dolori. In Italia, uno dei Paesi con la bilancia energetica più sfavorevole, la ripresina in corso deve non poco all’aumento di reddito disponibile delle famiglie che riflette costi dell’energia più contenuti.

Prezzo del petrolio al barile in rubli e dollari, produzione giornaliera in Russia

Ma poi, diciamocela tutta: li vedete tutti questi banchieri strapparsi i capelli per un po’ di crescita in più a Giacarta o San Paolo? Sono ovviamente favole, mentre l’interesse per la solvibilità dei loro debitori è reale. D’altra parte i grandi produttori o commercianti di materie prime, a partire da Glencore, Petrobras o Vale, tutte società recentemente molto chiacchierate e sotto attacco sui mercati, rappresentano una buona fetta del listino londinese e/o delle emissioni di debito in dollari o valute locali. E’ qui che il dente duole, ecco un altro motivo per fare il tifo per la risalita dei prezzi petroliferi. Benvenuto quindi il santo rimbalzone di ottobre, avviato grazie all’inesauribile benevolenza dei banchieri centrali, proprio dal segmento di mercato più massacrato in precedenza, quello dei produttori di materie prime.

Una storia diversa andrebbe raccontata, una narrazione che non piace ovviamente al complesso petrolifero minerario, ma neppure all’industria finanziaria.

L’ “oro nero” negli ultimi 50 anni ha progressivamente sostituito il metallo giallo come “deposito di valore” non ufficiale. Con un enorme vantaggio: che il petrolio e i suoi derivati, a differenza dell’oro, hanno un valore d’uso enorme come fonte energetica.  I “petrodollari”, non a caso termine inventato con la prima crisi petrolifera degli anni 70, hanno a lungo giocato un ruolo centrale all’interno del reticolo sempre più ipertrofico dei flussi finanziari internazionali. Solo parzialmente oscurato da altri fenomeni derivanti dall’esplosione della globalizzazione commerciale e finanziaria. Oltre all’industria petrolifera, ai suoi santuari intoccabili, ai suoi Paesi di riferimento – un blocco certamente tutt’altro che omogeneo – il calo dei prezzi dell’olio combustibile dà fastidio all’industria finanziaria. Caratterizzata anch’essa da una pluralità d’interessi ma, in ultima analisi, prima beneficiaria di tutte le recenti tendenze della dinamica capitalistica globale. A partire dall’esplosione dei flussi finanziari.

Il calo dei prezzi petroliferi equivale a un enorme trasferimento diretto di reddito dai paesi produttori alle famiglie e alle imprese energy intensive del pianeta. Sono flussi che escono dal controllo del sistema finanziario, il quale viene, almeno in prima battuta, tagliato fuori (“disintermediato” in termini tecnici). Si tratta di dimensioni quantificabili in centinaia di miliardi di dollari l’anno[3], flussi che irrorano i mercati immobiliari più alla moda, alimentano i patrimoni dei mega gestori globali e delle private banks più esclusive, ingrassano i conti degli hedge funds più riservati, in definitiva sostengono la domanda di attività finanziarie, a partire dalle obbligazioni governative americane e tedesche, con rivoli che irrorano tutti gli angoli del sistema. Le ultime evidenze disponibili confermano che i gestori degli immensi patrimoni che si stanno accumulando sul pianeta in posti sempre più lontani dalla vecchia Europa subiscono crescenti riscatti dai fondi sovrani medio-orientali. Sono denari utilizzatiper compensare il calo della rendita petrolifera.Secondo il Financial Times (Asset managers suffer as sovereign fund withdraw cash October 25), dei 50 fondi sovrani che collettivamente controllano circa 6,5 trilioni di dollari, circa un terzo ha ridotto gli attivi conferiti in gestione a terzi, rimpatriando i fondi.

Le stime delle dimensioni di stock e flussi possono differire ma il concetto è fin troppo ovvio: con la rendita petrolifera si riduce anche quella finanziaria a tutto vantaggio dei consumatori finali. Incrociamo le dita e speriamo che continui così.

(*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia Politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, BNL Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni SGR (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008. 



[1] Come il tasso atteso dell’inflazione quinquennale stimato tra cinque anni, tanto seguito dalla Banche Centrali. Sono indicatori derivati da prezzi di mercato la cui capacità di previsione è discutibile e che sembrano riflettere più il recente passato piuttosto che rappresentare una credibile stima del futuro.

[2] Il dollaro forte permette piuttosto ai produttori di accettare prezzi inferiori delle materie prime, che rimangono stabili in valuta locale E’ il caso del petrolio per la Russia e il Brasile, ma anche di tante commodities alimentari. Si veda Weary commodity investors see end of slump.

[3] Secondo Martin Wolf (Two cheers for the sharp falls in oil prices - FT.com), un calo di 40 dollari per barile del prezzo del petrolio comporterebbe un trasferimento di risorse finanziarie dai produttori ai consumatori stimabile in circa 1,3 trilioni di dollari all’anno.  Per BNP Paribas, entro certi limiti, per ogni 10 dollari di riduzione del prezzo del barile, il flusso di petrodollari investito nei mercati finanziari e immobiliari si ridurrebbe di almeno 100 miliardi  l’anno.

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