Dejà-vu 71: La disperata mancanza di alternative sostiene le Borse

di Enrico Ascari (*) - 21/10/2015

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Un ritorno a breve dei mercati azionari verso i massimi non sembra giustificato dai fondamentali macro e aziendali. Aumentano i rischi per il dollaro. Emergenti, a questo punto, perché no?

Nella scorsa settimana di festa per i mercati azionari, i principali listini hanno ormai recuperato i due terzi del recente sbrago. Per gli sciamani dell’analisi grafica il Topix (Giappone), l’Euro Stoxx 50 (Europa) e il FTSE Mib (Italia, vedi figura sottostante) avrebbero in corso di completamento una formazione di “testa e spalla rialzista”, con la linea del collo rappresentata dalla media mobile dei prezzi a 200 giorni, dai più considerata un importante punto di riferimento delle tendenze a lungo termine.

Andamento indice FTSE Mib e sua MM 200 gg

In caso di “completamento” della figura, l’obiettivo dei prezzi sarebbe più o meno sui massimi di primavera. Tutto più compresso per lo S&P 500, anch’esso a ridosso della MM 200. Gli indici degli emergenti (con la Cina) sembrano proseguire quello che per ora rimane un “bear market rally”, con un doppio minimo crescente e il superamento delle prime resistenze. Il quadro si completa con il petrolio ancora in recupero e un dollaro, tendenzialmente zavorrato (DXY) che si avvicina alla zona di supporto (tra 93 e 94, vedi grafico sottostante), per poi allontanarsene.

Andamento Dollar Index

Stessa storia (rovesciata) per l’EUR/USD, con resistenza a 1,15, ancora una volta avvicinata e velocemente abbandonata.  A tutto ciò si è aggiunto un ulteriore calo dei tassi d’interesse, con il 10 anni USA tornato sotto il 2% e minori pressioni sui crediti e le valute degli emergenti, ancora in recupero.

GIOCHI PERICOLOSI. In definitiva i mercati sembrano aver ripreso l’andazzo degli ultimi anni, brevemente abbandonato nel corso della tarda estate: peggiori sono le notizie meglio è.  Le ultime, sul fronte macro, non sono state particolarmente confortanti: il commercio internazionale continua una fase di contrazione;  la Fed di Atlanta ipotizza un IV trimestre Usa in crescita solo dell’1% (dispone di un ottimo indicatore di “nowcasting”). L’ipotesi di “giapanizzazione” delle economie e dei tassi dei paesi occidentali continua a guadagnare consensi.

Non pochi cominciano ad evocare una recessione prossima ventura, sia pur lieve, perfino per gli Stati Uniti. Evidentemente i gufi si spostano in massa da Roma a Washington.

FED ALLO SBANDO? Una Fed sempre più incerta e in stato confusionale - il Financial Times in settimana si è permesso di titolare “Mutiny at the Fed” - dove perfino le colombe si permettono di fare la voce grossa, alimenta di nuovo le tradizionali reazioni pavloviane, il già citato, tanto peggio tanto meglio, ma comincia a stancare quelli che contano davvero. Larry Fink, grande capo di Blackrock, numero uno dei gestori mondiali, ormai più importanti delle banche, sta perdendo la pazienza: le incertezze della Fed possono “infiammare” i mercati. (Blackrock warns of market volatility until the Fed clarifies his policy). Nel frattempo la curva dei tassi USA sconta ormai il 50% di probabilità di assenza di rialzi almeno fino a marzo (vedi figura sottostante).

Probabilità scontata dal mercato che il tasso sui Fed Funds resti a zero dopo marzo 2016

Un quadro indiscutibilmente positivo per le obbligazioni governative e apparentemente negativo per il dollaro. Mai fare i conti senza l’oste però, anche i banchieri europei sono incontenibili: da ultimo perfino il falco Nowotny, ha osservato che la BCE sta “chiaramente mancando” gli obiettivi d’inflazione e che l’utilizzo di “strumenti addizionali” diventa necessario. Inevitabile il capottamento dell’EUR/USD, ormai a ridosso dell’1,15 verso quota 1,135.

Se aggiungiamo al quadro macro evidenze, sia pure discutibili[1], relative ai risultati aziendali del III trimestre, che confermano la debolezza del ciclo globale, i danni del dollaro forte per le aziende Usa e perfino il rallentamento dei consumi di lusso in Cina (Burberry e altre), ci dovremmo aspettare Borse deboli. Per ora invece, succede il contrario. Un film già visto. Evidentemente l’assenza di appetibili investimenti alternativi continua a farsi sentire.

STAGIONALITA’ ALL’ORIZZONTE.  Con l’avvicinarsi della fine dell’anno corriamo verso un periodo di stagionalità tradizionalmente molto positiva per i mercati azionari. Sarebbe meglio arrivarci partendo da livelli più compressi rispetto agli attuali. In caso contrario l’inverno 2015-2016 potrebbe essere insolitamente freddo per le Borse.

Comunque sia, a prescindere dalla discutibile divinazione di tempi e modi, rimane complicato ipotizzare ulteriori rialzi dei mercati sviluppati senza la partecipazione di quelli emergenti, che partono da valutazioni meno estreme e per i quali, in prospettiva, oltre ai rischi, molto strombazzati, s’intravede anche qualche segnale di luce, finora trascurato. Ci riferiamo al prospettico riequilibrio dei termini di scambio causato da valute meno sopravvalutate rispetto al recente passato. Che vale per molti ma non per la Cina, la cui divisa è ancora sopravvalutata rispetto allo yen e a quelle dei concorrenti internazionali. E qui un dollaro più debole aiuterebbe un benigno riallineamento astrale almeno per il sud e l’est del mondo.

POST SCRIPTUM: la parabola di Wal Mart.  “L’aumento dei salari sta uccidendo i nostri profitti”. Questo è il commento del CEO di Wal Mart (meno 10% in Borsa in settimana), colosso della distribuzione USA, che ha fatto dei salari ai minimi, della vendita di prodotti made in China e della gestione della logistica i tre fattori del successo degli ultimi 30 anni. Dopo un’eternità l’azienda ha accettato, obtorto collo, di aumentare il salario orario dei propri dipendenti da 9 a 10 dollari l’ora (sic!). Il fenomeno Wal Mart è una parabola sugli effetti della globalizzazione nei Paesi avanzati. Alla lunga la domanda cresce con l’aumento dei redditi. Se l’aumento della produttività non c’è, o va a remunerare solo i profitti, i redditi reali e i consumi delle famiglie non aumentano, a meno che non scendano i prezzi o si facciano debiti per consumare e comprare case.  La festa del debito per le famiglie USA è finita da tempo, anche se non mancano i nostalgici. La deflazione della globalizzazione non dura in eterno. Bisogna far crescere allora i redditi nominali, ma serve l’inflazione, il fenomeno per decenni aborrito (ce n’era troppa) e ora idolatrato (manca). Ma questa arriverà solo con più gente al lavoro e con l’aumento di salari e stipendi del ceto medio, non con altro. Anche perché, sempre di più, gli aumenti di produttività da innovazione tecnologica sono “labour saving”. Quando il genio dell’inflazione uscirà dalla lampada ci sarà da divertirsi sui mercati azionari. Wal Mart è un piccolo segnale, a futura memoria.

(*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia Politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, BNL Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008. 



[1] Ad esempio per Barclays i margini delle società dello S&P 500 sono calati in media negli ultimi tempi di 60 basis points. Per Morgan Stanley, viceversa, continuano a crescere. Per entrambe, comunque, la crescita del fatturato, anno su anno, è negativa, come quella degli utili per azione. I secondi però fanno notare che la maggioranza delle società che hanno riportato sta “battendo le stime degli analisti”. Ma questo è un gioco ormai abusato: nei mesi che precedono il reporting le società “guidano” verso il basso le previsioni degli analisti, per poterle “battere” più facilmente. L’unica certezza è che, nel corso degli ultimi anni, le stime relative ai risultati attesi esercizio dopo esercizio, hanno continuato a ridursi nel continuo fino al punto di minimo che quasi sempre coincide con il rilascio dei risultati definitivi di pertinenza.

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