Dejà-vu 67: I mercati finanziari? Non vanno presi troppo sul serio

di Enrico Ascari (*) - 03/09/2015

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“A ogni crollo delle Borse…bisognerebbe domandarsi quanto le Borse avevano guadagnato prima, giorno dopo giorno. La differenza è che il “meno” è traumatico, veloce e viene urlato nei titoli di giornale: bruciati migliaia di miliardi. Il “più”, invece, era stato progressivo e silenzioso. Sempre migliaia di miliardi, però annunciati da nessuna fanfara”. Michele Serra, La Repubblica, 25 agosto 2015. Il commento più sobrio.

Ad ogni capitombolo di qualche mercato in giro per il mondo,  si “bruciano” decine o centinaia di miliardi di “capitalizzazione” (valore delle azioni). L’ultimo spurgo di qualche giorno fa avrebbe incenerito cinque trilioni (5mila miliardi) di dollari di “valore”, poco più del PIL giapponese, metà di quello cinese. Miracolosamente risorto dalle ceneri, come l’araba fenice, nelle 48 ore successive.

In verità i mercati sono gli improbabili interpreti della teoria della relatività (nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma). Almeno fino al momento in cui guadagni o perdite si cristallizzano, con la chiusura delle posizioni in essere.  Basta non vendere, soprattutto nel momento sbagliato, per evitare le peggiori “bruciature”. [1]

I mercati sono anche il  regno del relativismo. Quando si parla di economia o finanza il terreno diventa scivoloso. Siamo lontanissimi dalle scienze “esatte” e perfino - almeno per quanto riguarda la giostra dei prezzi finanziari - da universi valutabili con il calcolo delle probabilità. Camminiamo nelle sabbie mobili dell’ignoto (il futuro) e della manipolazione statistica (il passato). Gli esperti di mercato sono specialisti in materia. Producono migliaia di statistiche quotidiane che lanciano sui media, analizzando i fenomeni più improbabili e irrilevanti, amplificandoli a dismisura. Il tutto per condizionare un pubblico che è sempre più lontano dall’intervento diretto sui mercati ma alimenta con il proprio risparmio gli intermediari che gestiscono i soldi degli altri. I veri utilizzatori finali delle tanto incensate politiche non convenzionali delle Banche Centrali. Anche per questo i mercati finanziari non vanno presi troppo sul serio.

Allucinazioni collettive

Un paio di giorni ad alta tensione, a cavallo del week end del 23 agosto sono bastati per scatenare le reazioni pavloviane di squadroni di economisti e presunti esperti prontamente chiamati a raccolta dai media per pontificare sul dramma finanziario di giornata. Con toni  inevitabilmente catastrofici. Improvvisamente l’economia cinese, le cui complesse dinamiche rimangono peraltro oscure e incomprensibili anche agli insiders, è diventata lo spauracchio globale.  Due giorni di vendite sui mercati sono stati considerati la prova provata della “peggiore crisi degli ultimi 30 anni.[2]  Una vera e propria allucinazione collettiva alimentata ad arte dai media ma figlia di una lettura naif del rapporto tra le dinamiche finanziarie e reali e di una  scarsa comprensione delle modalità di funzionamento della finanza “postmoderna”, quella seguente alla grande crisi finanziaria del 2008. Il tutto favorito dall’ingiustificata enfasi sulla presunta centralità dei mercati finanziari, diventati l’idolo di cui si implora la benevolenza, di cui non va scatenato il furore distruttivo. Un mito alimentato dal comportamento delle banche centrali e da molti interessati esperti.  Insomma, la finanza intesa come Viagra del ciclo economico, stimolo per eccitare gli spiriti animali degli imprenditori o il livello di confidenza dei consumatori[3]. Tutte mezze verità, singolarmente difficili da smentire o provare, che si elevano al ruolo di colossale panzana se raccolte in immaginifica narrazione.

Sempre di più, viceversa,  i commentatori più seri considerano l’ipertrofia e l’autoreferenzialità dell’ecosistema finanziario una delle concause della debolezza dell’economia reale.[4]

Mercati e economia

C’è un colossale abbaglio che va demistificato: quello che i mercati finanziari siano in grado di anticipare le dinamiche dell’economia ovvero ne riflettano pedissequamente le tendenze. Viceversa, soprattutto nel breve andare, ci dicono poche e confuse cose. 

Solo con il passare del tempo e con il senno del poi, a volte, è empiricamente verificabile una convergenza tra finanza ed economia.[5] Ma non sempre è così: di fronte a una spettacolare crescita negli anni ’90 la Borsa cinese di allora (certo ancora meno trasparente di quella odierna) per almeno  un decennio è rimasta al palo. Per contro in meno di un anno, fino allo scorso  marzo, le bische a cielo aperto di Shenzen e Shanghai hanno visto più che raddoppiare il valore delle società quotate di fronte a un rallentamento economico fin troppo evidente.

Rimane sempre attuale una battuta dell’economista Paul Samuelson sulla capacità della Borsa americana di prevedere “nove delle ultime cinque recessioni”.

Ma con la globalizzazione c’è un motivo aggiuntivo che rende sempre più evanescente la relazione tra le borse e l’andamento economico di singoli paesi o aree geografiche: la dinamica degli utili delle multinazionali che governano l’economia e dominano la capitalizzazione degli indici azionari  è sempre più divergente da quella delle economie nazionali e dei redditi delle famiglie, ovunque esse vivano.

Mercati “no limits”

In definitiva  le divagazioni estive dei mercati azionari americani ed europei  hanno avuto poco a che fare con le recenti dinamiche economiche della Cina e men che meno vanno considerate un indicatore delle prospettive future del grande paese asiatico e dell’economia mondiale. Sono probabilmente una reazione tecnica e violenta, fin troppo tardiva ma in definitiva fisiologica, a  dinamiche economiche note da tempo e troppo a lungo rimosse. Sono “affari interni” dell’ecosistema finanziario, sempre più manipolato dai banchieri centrali.

Quanto successo all’apertura della borsa americana lo scorso 24 agosto, con decine di azioni di primarie società sprofondate per qualche decina di secondi su livelli del 20-30% inferiori alla chiusura precedente e gli scambi temporaneamente bloccati, somiglia ad altri sempre più frequenti episodi degli ultimi anni, determinati probabilmente dall’attività di operatori che forniscono liquidità ai mercati elettronici con modelli di trading computerizzato basati su algoritmi che sfruttano le minime differenze di prezzo in tempi misurabili in nanosecondi.[6]

I violenti rimbalzi dei giorni successivi sono stati causati dai soliti tempestivi interventi, con fatti e parole, dei banchieri centrali, ormai terrorizzati dal timore di perdere il controllo dei mercati finanziari globali. Probabilmente vanno ricondotti anche ai modelli comportamentali che caratterizzano l’ecosistema finanziario attuale.

I mercati della contemporaneità  non hanno nulla a che vedere con quelli di qualche decennio fa. Anche la finanza, parafrasando Zygmunt Bauman è diventata  “liquida”, rimane un mistero perché oggetto di continua evoluzione, di perenne trasformazione e metamorfosi.

Dopo il crack di Lehman Brothers il dominio dell’ecosistema finanziario è passato dalle banche ai grandi gestori di patrimoni per conto terzi. Sono quelli che amministrano i nostri soldi ma soprattutto quelli dei milionari occidentali, sempre più ricchi,  e orientali, sempre più numerosi.  Si tratta un’industria che controlla 74.000 miliardi di dollari di attività, con profitti che hanno superato i 102 miliardi di dollari[7] e che derivano dalle commissioni pagate dai clienti in percentuale dei patrimoni in gestione. Se i mercati salgono i profitti lievitano a prescindere dalle effettive capacità e i rischi di mercato sono comunque a carico dei clienti finali[8]. Il  potere di condizionamento su Washington e Londra di  questo complesso di interessi è tanto rilevante quanto opaco. Sono  operatori, che dispongono di infinite risorse da spendere in attività di promozione e di lobby hanno un “legittimo” interesse affinchè i mercati, almeno quelli principali a partire da Wall Street, continuino a salire, possibilmente con moderazione e il più possibile in sintonia tra di loro.  Ovviamente non sono in grado di anticipare le tendenze del ciclo economico o determinare i trend di mercato ma possono condizionarli, limitarli o accelerarli.

Non è un caso che l’andamento delle quotazioni sia sempre più stagionale, probabilmente influenzato dalle politiche di massimizzazione e protezione dei profitti annuali di questi colossi finanziari. E che i grafici dei mercati azionari di Wall Street e Londra ormai somiglino sempre più a una linea orizzontale crescente con interruzioni brevissime e sempre più rare. Non è nell’interesse di questi intermediari che si possa consolidare un mercato “orso” tradizionale, come quelli dei bei tempi andati, che duri almeno sei mesi e porti ad un calo di almeno il venti per cento.  E’ proprio vero che i mercati, come le stagioni, non sono più  quelli di una volta.

Conclusioni

Tutto ciò non significa che il rallentamento dell’economia cinese, da tempo visibile e da ultimo ratificato con la prima, ma non ultima, svalutazione dello yuan, sia irrilevante e, in prospettiva, piuttosto preoccupante per il futuro dell’economia globale.[9] D’altra parte, se i mercati finanziari spesso non sono un barometro affidabile, non sono neppure ciechi: da tempo il continuo calo delle materie prime e la continua erosione del valore delle valute emergenti segnalano il rafforzamento di una congiuntura deflazionistica globale, confermata dai recenti dati sul calo del commercio internazionale.  Il punto è che eccessi di improvvisa apparente follia non rappresentano la stella polare per individuare le giuste rotte nei meandri dell’economia e della finanza. Piuttosto, per il risparmiatore accorto, il più delle volte rappresentano buone occasioni d’investimento.

(*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia Politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.

 



[1] Affermazione da prendere con le molle. In Borsa, alle grida, girava il detto “vendi, guadagna e pentiti”, slogan banale ma razionale basato sul mantra “comprare basso e vendere alto”. Ormai è preistoria: oggi sui mercati domina la regola, a prima vista paradossale, di comprare alto per vendere ancora più alto, è la ricerca di uno sciocco sempre più sciocco di te, il “greater fool” certificato, sia ben inteso, da complessi algoritmi che alimentano i programmi di trading gestiti dai robot. E quindi, in parallelo, se si sbaglia, bisogna vendere tranquillamente anche in perdita, per evitare che queste si gonfino a dismisura.

[2] Giampaolo Visetti, corrispondente per il quotidiano La Repubblica da Pechino, non scherza nell’evocare, sull’onda dell’emotività, scenari da tragedia e confronti improbabili: “E la peggiore crisi degli ultimi 30 anni… La Cina, da soluzione, diventa così il problema …il mondo guarda adesso a Pechino…valuta i silenzi dei suoi leader… più che all’imprevisto crollo del Giappone degli anni 80 torna con la memoria all’improvvisa implosione dell’URSS anni 90”.

Ancora più sorprendente il fondo del direttore del più importante quotidiano economico italiano, pubblicato martedì 25 agosto, che invita perentoriamente Xi Jinping, segretario del Partito Comunista Cinese, ad avviare un massiccio alleggerimento quantitativo (QE) per salvare la crescita mondiale. “Non si perda un attimo per rendere operativa la via cinese al Quantitative easing. Se si vuole evitare che una correzione pesante, l’azzeramento dei guadagni di Borsa da inizio anno, conduca l’economia cinese nel cortocircuito di “una particolarissima deflazione alla giapponese” e il mondo intero paghi il conto terribile dell’addio alla crescita globale, la Banca centrale cinese deve muoversi secondo le linee seguite da inglesi e americani, con le loro banche centrali, e dall’Europa più di recente con la sua BCE, grazie alla ostinazione e al pragmatismo di Mario Draghi. La Banca centrale cinese deve…aumentare il suo bilancio arrivando ad acquistare titoli cinesi, al limite anche azionari… bisogna che la cooperazione internazionale si appalesi e dimostri di essere il tronco solido dell’albero che ci può mettere in salvo dal nuovo ’29 in un mondo dove tutte le economie sono interdipendenti ma ovviamente non tutte hanno lo stesso peso”. Roberto Napolitano, “Un QE per Pechino”, Il Sole 24 Ore, 25 agosto 2015.

[3] I mercati sarebbero “determinanti” nel condizionare l’economia e gli acceleratori di ineludibili meccanismi di creazione/distruzione di valore (il mitico “effetto ricchezza”).

[4] Si potrebbe anche azzardare, con un po’ di gusto per il paradosso, che una delle tante concause del declino del ceto medio dei Paesi sviluppati nell’ultimo ventennio abbia indirettamente a che fare con la crescita abnorme dell’economia cinese, prima derivata della globalizzazione partorita dal  WTO (World Trade Organization). Dal che si potrebbe desumere che non è poi così certo che se la Cina rallentasse davvero in modo strutturale - come peraltro è inevitabile per chiunque abbia letto almeno un manuale di storia economica - le conseguenze per l’Occidente sarebbero necessariamente disastrose. Disastrose per chi?  

[5] Ad esempio difficilmente si può negare che il declino della borsa di Milano nell’ultimo ventennio, assoluto e relativo rispetto alle altre piazze europee, sia conseguenza indiretta della deriva macroeconomica e sociale del paese. 

[6] Sono i cosidetti High Frequency Traders. La SEC americana stima che i volumi intermediati dagli HFT rappresentino il 50% del mercato.

[7] “Sparking growth with go-to-market excellence”, Boston Consulting Group 2015.

[8] Il settore ha livelli di concentrazione crescenti e le multinazionali dell’asset management, enormi conglomerati che gestiscono prodotti di tutti i tipi, da quelli indicizzati agli hedge funds, non puntano più sulla professionalità e i risultati della gestione quanto piuttosto sull’eccellenza nel settore vendite e marketing. Ciò dipende anche dall’impossibilità di “battere consistentemente il mercato” che diventa certezza quando le  dimensioni sono così ampie da diventare “mercato”. La dinamica dei profitti dipende in piccola parte dai nuovi flussi di risparmio, che in un mondo a reddito stagnante sempre più provengono solo dai ricchissimi, vecchi e nuovi, e in larga misura dalla crescita dei prezzi nei mercati finanziari.

[9] Tra i diversi commentatori che hanno sottolineato i rischi che derivano dalla transizione dell’economia cinese segnaliamo Why warries about China make sense - Martin Wolf - FT August 26th e The cinese model is nearing its end - George Magnus.

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