Dejà-vu 64: L'Italia? E' mezza Germania, mezza Grecia

di Enrico Ascari (*) - 25/06/2015

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Indecisione, tergiversazione e procrastinazione sono oggi i nomi del gioco. Al più i governi sono in grado di prendere quelle che chiamo “risoluzioni”, accordi ad interim che fin dall’inizio non sono convincenti e non vengono pensati per durare nel tempo, ma che nel migliore dei casi si spera/prega che sopravvivano fino alla successiva riunione del Consiglio Europeo o, di fatto, fino alla successiva apertura delle borse”. Zygmund Bauman.

Timori e speranze, frustrazione e umiliazione, rassegnazione e rabbia,  ipocrisia e spregiudicatezza, tanti dubbi, poche certezze e pochissime verità. Chi ha saccheggiato la Grecia, l’Europa delle banche o i satrapi del settore pubblico di Atene, in combutta con oligarchi ed armatori? Nell’interminabile odissea della penisola ellenica c’è di tutto: dalla “teoria dei giochi” ai  giochi con le teorie, dal dissenso conclamato alla convergenza degli opposti estremismi. Per fortuna, comunque sia, manchino poche ore o qualche giorno, tra poco sapremo se un modesto e sospirato compromesso al ribasso sarà raggiunto tra il Governo greco e le “forze del male”, l’ormai innominabile “Troika”. Gli allegri menefreghisti che popolano i mercati finanziari festeggiano. Gli altri, in particolare chi guida il nostro paese,  faranno bene a meditare almeno su due aspetti non secondari. Il primo: la Grecia è un caso emblematico, la prova provata che l’Europa, così com’è, non funziona. Il secondo: guardate alla Grecia e pensate all’Italia, con la “linea della palma” che continua a salire.

Un debole compromesso.

Se intesa sarà, non si tratterà di quell’ accordo “forte” evocato da Mario Draghi, un  patto alto e nobile[1] che “tutto tiene”, dalla crescita economica all’equità sociale, dalla  virtù finanziaria all’implementazione credibile ed efficace. Sarà piuttosto l’ennesimo “calcio in avanti alla lattina” come dicono gli anglosassoni, in attesa che un elettorato pentito e deluso  travolga Syriza e si riproponga, tra qualche trimestre, l’ineludibile  necessità: una tombale ristrutturazione del debito ellenico, da realizzarsi con o senza il corollario dell’abbandono dell’Euro, lo  scenario da incubo che tutti vorrebbero evitare. E così, alla fine, saranno indirettamente i cittadini europei a pagare  il conto lasciato aperto dalle banche tedesche e francesi spensierate finanziatici di oligarchi e predoni del bene pubblico ellenico. Perché questa è la sintesi, semplicistica fin che si vuole, che meglio rappresenta la doppia verità sui colpevoli di questa tragedia: appartengono a entrambi gli schieramenti, a dispetto delle faziose pretese dei culturisti del rigore e dei populisti delle convergenti estreme di destra e sinistra.

Accanita caccia al colpevole

L’Europa ha sbagliato tutto. Punto. Solo su questo c’è convergenza di vedute. Non solo negli ultimi tormentati anni di grave crisi, con i due finti salvataggi del 2010 e del 2012. Fin dall’inizio, accettando che la Grecia entrasse a far parte dell’Unione monetaria nel 2002 priva dei necessari requisiti e successivamente permettendo agli oligarchi ellenici  di mungere la mucca europea senza pagare dazio. Perfino  con un grottesco taroccamento dei conti pubblici[2].  Su tutto il resto si discute.

Per Joseph Stiglitz e tanti altri “il problema dell’Eurozona è la Germania, non la Grecia”. Anche l’immaginifico antiglobalista Senatore Giulio Tremonti la pensa in modo identico:  “Il problema non è che la Grecia è entrata in Europa. Il problema è che l’Europa è entrata in Grecia. Per la Grecia la crisi non è infatti venuta dal lato del suo — pur truccato — bilancio pubblico, ma dal lato della finanza privata europea”. Neo-keynesiani e populisti condividono anche l’opinione che la Grecia sia stata strangolata dai piani di salvataggio europei, che invero avrebbero aiutato solo le banche tedesche e francesi[3].  Infine, è ormai condiviso ovunque tranne che in Germania, che le politiche di restrizione fiscale per contenere il debito in periodi di recessione sono controproducenti e dannose. Perfino il Fondo Monetario ha dovuto riconoscerlo. Ormai si tratta di prassi discreditate. Su questo punto serve però una precisazione: l’affermazione è semplicemente falsa. Non è vero che le politiche di rientro finanziario, se abbinate  a riforme strutturali, falliscano sempre. Dipende. Alcuni dei paesi sottoposti al programma formale di salvataggio, come Irlanda e Portogallo, o di aiuti al sistema bancario, come la Spagna, pur avendo tutti adottato le prescrizioni della Troika, hanno ottenuto risultati molto diversi tra di loro e, soprattutto, molto migliori di quelli della penisola ellenica[4].

Ma il punto non è tanto quello di sindacare se le politiche di stampo neo-liberista siano sbagliate e controproducenti in assoluto, o, viceversa, funzionino solo in circostanze date e in Paesi con una sufficiente affinità culturale all’economia di mercato. Il punto è politico, prima che economico e ha a che fare con l’Europa per quello che è diventata.

La pistola fumante.

La Grecia è il paradigma dell’avvizzimento  dell’ideale europeo, la pistola fumante che testimonia la necessità dell’inversione di rotta. Questa Europa delle sovranità nazionali limitate ma non sepolte, che sopravvive sotto l’egemonia economica, politica e perfino culturale della Germania e dei suoi alleati del nord, è  incompatibile con lo standard di normalità che si associa al modello di democrazia occidentale, avendo peraltro mutuato e amplificato limiti e difetti dei moderni stati nazione.

In Grecia, luogo originario della moderna democrazia, Syriza, un misto di magmatico radicalismo e nazionalismo euroscettico, che disprezza e ripudia i principi del libero mercato, ha vinto le ultime elezioni politiche. Giusto o sbagliato che sia non si vede perché un movimento votato dalla maggioranza dei cittadini sulla base di un programma diametralmente opposto ai consolidati ma sempre discutibili principi del liberismo rigorista o dell’economia sociale di mercato, debba accettare un insieme di riforme fortemente avversate dalla maggioranza dei cittadini. A maggior ragione considerando i fallimenti pregressi dei due precedenti “salvataggi”.

C’è però un problema. I pronipoti dei padri della filosofia moderna hanno detto basta all’austerità ma hanno votato a favore della permanenza nell’Eurozona.

E questo non va bene. Un’area economica e monetaria (nulla di più verrebbe da dire)  ha delle regole. Certamente deliranti, ma le ha.  Come ha di recente osservato l’ex membro della BCE Lorenzo Bini Smaghi “In Grecia ha vinto le elezioni un partito populista che ha fatto promesse irrealistiche, che non è in grado di finanziare se non con i soldi degli altri Paesi, che hanno anche loro le loro democrazie. La democrazia nazionale è come la libertà: incontra il suo limite quando rimette in gioco quella degli altri”.

E’ stato spesso osservato che tutte le decisioni economiche sono politiche. L’Europa deve ridefinire il limite tra sovranità a livello federale e sovranità nazionale, laddove la seconda è già sufficientemente indebolita dalle forze della globalizzazione.[5]

La sfida che anche gli europeisti più convinti si pongono, a prescindere dall’esito della vicenda greca, è quella di salvare “l’Eurozona, che così com’è, oggi è insostenibile. Dobbiamo scegliere se imparare dai nostri errori oppure seguire la strada della  Grecia verso l’indipendenza monetaria” Wolfgang Munchau. Il commentatore del Financial Times, pessimista cronico, con un record di previsioni sbagliate invidiabile,  vorrebbe ovviamente “più” Europa, un’unione bancaria vera, il federalismo fiscale integrale, obiettivi da raggiungere con un “impossibile” cambio dei trattati.

Per altri[6], servirebbe viceversa un accordo confederale molto più leggero, che metta in comune pochissime funzioni basilari e un po’ di debito, lasciando tutto il resto ai singoli stati.

Né la prima né la seconda strada, entrambe in definitiva eccessivamente ambiziose, sembrano il percorso previsto nel rapporto sul futuro della zona euro che verrà discusso dai capi di stato e di governo dell'Unione alla fine di questa settimana. Un documento  che prevede sì più Europa, ma solo del tipo che sempre di più sembra essere rifiutato dai nauseati cittadini europei. 

Ed è proprio il disincanto sulle prospettive europee  che induce non pochi osservatori a preferire la linea molto rischiosa della rottura dei negoziati.  Meglio la prova epocale, piuttosto che una lenta agonia con le regole attuali. D’altra parte rimarrebbe insoddisfatta anche la curiosità intellettuale di verificare, dal vivo, quello che accadrebbe all’Europa e alla Grecia con la falsificazione dell’ipotesi dell’irrevocabilità dell’euro.

Solo un evento traumatico, si pensa, può cambiare (si spera in meglio) i destini di un progetto europeo non solo sbagliato ma sempre più pericoloso. La Grecia, che rimarrebbe caso esemplare per tutti gli altri candidati all’eventuale diaspora, avrebbe davanti a sé un itinerario zeppo di spericolati passaggi nel vuoto, dal blocco dei pochi capitali rimanenti, al fallimento del sistema bancario, all’Euro-Dracma, alla svalutazione e parallela inflazione e così via. Una via crucis, alla fine della quale il paese si troverebbe, probabilmente messo ancor peggio. Anche se, dietro il velo delle analisi macroeconomiche che tutto mediano e appiattiscono, si nascondono interessi molto corposi e spesso opachi di corporazioni, categorie protette, oligarchi, corrotti e corruttori, cronici evasori fiscali e così via che dal caos potrebbero trarre grande ulteriore giovamento.

Non tutti la pensano così. Tra le stelle del pensiero economico liberal (Paul Krugman) c’è perfino chi crede che i difensori dell’Euro dovrebbero temere soprattutto  “…ciò che accadrà una volta che la Grecia avrà iniziato a riprendersi e sarà diventata il modello da seguire per le forze anti-establishment di tutto il continente”. Qualcuno, oltreoceano, sembra ancora credere alle favole o, più banalmente, non ha idea di quello che succede per davvero nei paesi mediterranei, là dove l’Europa continentale è finita da un pezzo.

Povera Grecia

Martin Wolf, primo commentatore economico del Financial Times,  sintetizza con pochi numeri l’agonia dell’economia ellenica, che pesa non più del 2% del PIL delle nazioni che partecipano all’unione monetaria. Negli ultimi anni il prodotto interno lordo è crollato, dal picco al minimo, di circa il 27%, la spesa interna di oltre un terzo; gli occupati della pubblica amministrazione sono diminuiti del 28%, ma il tasso di disoccupazione è ancora al 28%. Nel frattempo il rapporto tra deficit pubblico e PIL è migliorato del 20%, ma quello tra debito e PIL, che viaggia sul 180%, è peggiorato del 35%, grazie al crollo dei redditi. Un quadro drammatico, che avrebbe potuto essere limitato con politiche macroeconomiche meno aggressive e un vero taglio del debito già dal 2010.

Ciò detto bisogna anche parlarsi chiaro. La deflazione interna per la Grecia, in una certa misura, era comunque inevitabile. Osserva il già citato Bini Smaghi: “I salari greci sono scesi del 30%, è vero. Tra l'altro l'hanno fatto negli ultimi cinque anni e non da quando Syriza è al potere. Ma erano cresciuti del 70% dal 2000 al 2009. Il calo degli ultimi anni non ha fatto altro che riallineare la Grecia alla media degli incrementi europei  dall'inizio della moneta unica”. Per gli economisti del Fondo monetario “in Grecia non è possibile raggiungere gli obiettivi di bilancio di medio termine senza una riforma delle pensioni. E tutti riconoscono che lo schema pensionistico greco è insostenibile. Il sistema pensionistico ellenico riceve trasferimenti annui pari al 10 per cento del PIL dallo Stato, a fronte di una media europea del 2,5 per cento. La pensione media greca è allo stesso livello che in Germania, ma si va in pensione sei anni prima e il PIL procapite è la metà di quello tedesco”. Il sistema è sperequato a favore dei redditi più alti, e ancora consente ai dipendenti pubblici di ritirarsi dal lavoro prima dei 55 anni, con un costo di un miliardo e mezzo di euro l’anno, quasi un punto di PIL. Stessa musica sulla fiscalità. Per il Fondo “la politica di aumentare aliquote già alte non è sostenibile. Quindi è cruciale allargare il prelievo e fin dall'inizio FMI ha spinto per la riforma dell'Iva. La Grecia ha uno dei maggiori gap nell'UE su raccolta dell'Iva rispetto a quanto dovrebbe incassare”.

Ma non c’è citazione più emblematica per capire cosa si nasconde dietro ai numeri, in termini di comportamenti collettivi, che citare alcuni passaggi di un lungo articolo del giornalista americano Michael  Lewis (quello di Liar’s Poker e di tanti altri best sellers sulla finanza a stelle e strisce) scritto nel 2010 per la rivista Vanity Fair: “Il Governo di Atene paga in media i dipendenti pubblici il triplo di quanto non faccia il settore privato… Le ferrovie pubbliche hanno incassi annuali per 100 milioni di euro con un costo del lavoro pari a 400 milioni e altre spese pari a 300. L’impiegato medio delle ferrovie guadagna 65.000 euro…il sistema scolastico greco è  uno di quelli peggio classificati in Europa ma impiega quattro volte più insegnanti per studente del sistema scolastico meglio classificato, quello finlandese…l'età pensionabile per i lavoratori che svolgono mansioni "usuranti" è di 55 anni per gli uomini e 50 per le donne. Più di 600 professioni fanno parte di quelle classificate come usuranti, tra queste i parrucchieri, gli annunciatori radiofonici i camerieri musicisti e così via…l’evasione fiscale è rampante: si stima che più di due terzi dei medici dichiari un reddito inferiore ai 12.000 euro annui”.

C’è da rimanere allibiti. Ma fino ad un certo punto. Per il lettore italiano, infatti, si tratta di ordinaria amministrazione.

La vera tragedia, trascurata dai più,  è che l’aggiustamento macroeconomico ben poco ha inciso sui comportamenti collettivi e sulla strutturale arretratezza del paese. Osserva un politicamente scorretto Francesco Giavazzi: “E' ormai evidente che i greci non pensano che la loro società debba essere modernizzata e resa più efficiente. Sembrano non preoccuparsi di un sistema che per oltre 40 anni, dagli anni 70 ad oggi, ha aumentato il numero degli occupati nel settore privato al ritmo dell’uno per cento l’anno, mentre i dipendenti pubblici crescevano del quattro per cento l’anno con un sistema di reclutamento fondato per lo più sulla raccomandazione politica…. E se i greci non vogliono modernizzarsi, inutile insistere: d’altronde hanno votato a gran maggioranza un governo che continua ad essere popolare. Hanno scelto, spero consciamente, di rimanere un Paese con un reddito pro capite modesto… Spero che però nessuno ad Atene si illuda che fuori dall’euro, anche una volta cancellato il debito, inflazione e svalutazione possano essere un’alternativa a rendere l’economia più efficiente”.

Non c’è da stupirsi che in tutte le classifiche internazionali il fanalino di coda, ultima dopo l’Italia, sia spesso la Grecia.

Una faccia, una razza

Nel 2011 il PIL pro-capite del Nord Italia (dati Eurostat) era leggermente superiore a  quello tedesco (33.150 euro per abitante). Nel 2013 era sceso a 32.600 euro, mentre quello della Germania era aumentato a 34.200. Se consideriamo i dati del Sud Italia (Mezzogiorno) il reddito pro-capite era pari a circa 17.200 euro nel 2013 verso i 16.500 della Grecia, che due anni prima viaggiava a quota 18.700 euro, avendo toccato un massimo di 21.600 euro nel 2008.  Se consideriamo il tasso di disoccupazione i valori del Sud Italia sono analoghi a quelli della Grecia, forse leggermente inferiori ma poco cambia, considerando anche la diffusione del lavoro nero e della manovalanza malavitosa in entrambi i paesi (ma forse da noi l’occupazione criminale è più alta…).

L’Italia è mezza Germania e mezza Grecia. E la prima impressione è che la “linea della palma” continui a salire, contaminando e indebolendo anche quei luoghi in cui ormai il vecchio dinamismo progressivamente si va spegnendo. La “mezza Germania” ha tenuto a galla la “mezza Grecia”. Tutto il resto è ipocrisia. Non si tratta solo di una questione geografica, anche se in parte lo è. E’ una questione, prima di tutto culturale e di interessi. Quale cultura, quali interessi prevalgono? Quella della protezione o quella del duro lavoro? Quella della rendita o quella del profitto (certo equo e sostenibile…). In pochi riescono  a leggere fino in fondo la realtà dei nostri vicini greci, ma scorrendo le osservazioni precedenti, quasi ad ogni passo non si può fare a meno di assentire, perché i problemi sono gli stessi che ogni giorno dobbiamo affrontare in Italia. Quando si legge delle oligarchie onnipotenti,  dell’inefficienza spettacolare del settore pubblico soprattutto nel Mezzogiorno[7], della scuola statale in declino, degli inattaccabili privilegi pensionistici, della incomprimibile evasione fiscale e così via. Leggi Grecia e ti scorrono sotto gli occhi certe situazioni ormai fin troppo note, vedi i privilegi della Regione Sicilia, il disastro della Campania e di Napoli, il sacco di Roma, ma anche l’ndrangheta a Milano.

L’Italia si è salvata malgrado i 20 anni persi  perché corporazioni e collettività protette, che assorbono e consumano molto di più di quanto non producano, sono state almeno parzialmente compensate da un sistema produttivo che, per quanto decimato nelle componenti meno efficienti, è ancora vitale e competitivo.

La classe dirigente del Paese, a partire da quella politica e dal Presidente del Consiglio hanno di che meditare sulla tragedia della Grecia, anche se seguirà un apparente lieto fine.

La prima considerazione è che bisogna cambiare atteggiamento verso l’Europa. Difficile dire come, probabilmente conquistandosi col tempo maggiore credibilità, usando con meno moderazione l’arma del ricatto e, soprattutto, abbandonando le visioni pseudo romantiche che hanno caratterizzato finora le anime belle dei progressisti domestici. Anche per tagliare un po’ di erba sotto i piedi alla demagogia populista di tutte le razze, che, come si è visto in Grecia, hanno più che mai la possibilità di conquistare il potere.

La seconda riguarda prevalentemente il Presidente del Consiglio e tutti coloro che credono che l’Italia debba continuare a giocare la partita con i tedeschi, non con la Grecia. Non è la partita della “modernità” è, banalmente, quella della dignità. Per farlo Renzi deve tornare a correre; come da sempre era previsto, se rallenta, come sembra ora, è perduto. Le riforme, comunque sia e malgrado tutto, sono necessarie, almeno per far discutere, muovere, rivitalizzare un paese troppo a lungo in catalessi.  Sapendo che i suoi peggiori nemici, la Syriza italiana, sono i compagni di banco del suo partito, quelli che predicano bene ma razzolano male, sempre schierati a difesa di uno status quo i cui risultati, in termini di iniquità sociale e di crescita zero sono sotto gli occhi di tutti i vedenti.

(*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia Politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.  

 



[1] Lucrezia Reichlin http://www.corriere.it/editoriali/15_maggio_26/grecia-europa-equivoci-debito : “… i negoziati tra Atene e la troika [sono] volti a un accordo dell’ultimo minuto che eviti il peggio ma che non garantisce alcuna sostenibilità di lungo periodo…Purtroppo non c’è nulla di alto e nobile nell’accordo che da oltre cinque mesi tutti cercano di raggiungere. E’ infatti un accordo basato su un ricatto, che a sua volta deriva da una diffusa consapevolezza tra le contrapposte parti in causa. Il ricatto è quello dell’abiura totale del debito e dell’eventuale, probabile, successivo abbandono della moneta unica”

 

[2] Per anni il governo greco ha grossolanamente falsificato i bilanci e in Europa nessuno se n’è accorto. Nel 2010 il deficit pubblico dichiarato alle autorità europee era pari al 3% del PIL, mentre quello reale superava il 15%.

[3]In merito illuminante l’estratto che segue di  Giulio Tremonti (lettera al Corriere della Sera del 4 giugno 2015) che riflette opinioni molto diffuse anche tra gli economisti di “sinistra”: “A partire dal 2003, in una dimensione di euforia, un enorme flusso di capitali proveniente dalle principali banche europee ha allegramente finanziato Olimpiade, piscine, auto, le più varie illusioni di benessere. Per quasi un decennio l’allegria è stata bilaterale, dal lato dei debitori, ma anche da quello dei creditori che, sui loro crediti, incassavano ricchi interessi attivi. Ad un certo punto, fatalmente, è però venuta la crisi. In base alle leggi dell’economia di mercato, se falliscono i debitori, falliscono anche i creditori. Nel caso della Grecia, non è stato così. È stato l’opposto!  È così che gli «aiuti» alla Grecia hanno in realtà aiutato tutti, e soprattutto le banche tedesche e francesi creditrici della Grecia… tutti, insomma, tranne che i Greci!”.

[4] Danilo Taino sul Corriere della Sera del 15 maggio 2015 (Le storie parallele di Atene e Dublino_ scomoda ma utile lezione). In verità il paragone con l’Irlanda, beneficiata da una fiscalità da paradiso fiscale, non è pertinente. Ma il paragone con Portogallo e Spagna regge di più.

[5] “Gli stati nazione dispongono sempre di meno del “potere”, la capacità di fare le cose, e della “politica”, la capacità di decidere quali cose fare e quali problemi risolvere a livello globale”. Zygmund Bauman e Carlo Bordoni, Stato di crisi, Einaudi 2015.  Anche l’Europa comunitaria sembra nella stessa situazione.

[6] Angelo Panebianco, http://www.corriere.it/editoriali/15_giugno_08/i-compiti-che-l-europa-deve-fare-661c0094-0d9f-11e5-9908-1dd6c96f23f8.shtml.

[7] In proposito si veda Carlo Cottarelli ex commissario alla spending review, in “La Lista della Spesa”

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