Banca in crisi? Il cliente (per ora) non se ne va

di Marco Liera - 29/04/2015

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“Le banche devono informare la clientela del fatto che potrebbero dover contribuire al loro risanamento”. Così si è espresso nei giorni scorsi il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, sollecitando gli intermediari a preparare la clientela al mondo nuovo e incerto dei bail-in e della condivisione da parte dei risparmiatori dei rischi di insolvenza di una banca.

Ma fino ad oggi come si sono comportati i clienti delle banche italiane in difficoltà? Hanno dimostrato di essere pronti al nuovo mondo? Una parte dei clienti, come era lecito attendersi, ha ritirato i propri risparmi, molto probabilmente per trasferirli in istituti percepiti come più affidabili. Ma il grosso della raccolta è rimasto, e in alcuni casi si sono registrati aumenti di voci importanti delle masse affidate abbastanza sorprendenti. In sintesi, nelle crisi bancarie tipicamente si registra una brusca discesa della raccolta obbligazionaria, per via del fatto che i titoli in scadenza vengono rimborsati senza che ne vengano emessi di nuovi, mentre i depositi dimostrano maggiore tenuta (o addirittura si ampliano). Questo accade molto probabilmente perché i depositi fino a 100mila euro (200mila se il rapporto è intestato a due persone) sono assicurati dal Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi (FITD), mentre le obbligazioni sono prive di qualunque garanzia. L’assenza di nuova carta obbligazionaria in vendita e la percezione di minore rischiosità dei depositi spingono i clienti a lasciare almeno in parte i capitali rimborsati delle obbligazioni scadute sui conti correnti. Inoltre, va segnalato che le banche in difficoltà tendono a offrire remunerazioni più alte sui depositi, e questo contribuisce a frenare l’uscita dei capitali. Altra questione sarebbe comprendere se questi tassi più alti siano sufficienti a compensare il maggior rischio di controparte delle banche stesse, ma si tratta di una misurazione complessa. La presenza della garanzia “esterna” del FITD rende complicata una stima della reale rischiosità dei depositi di una banca in crisi. Sul fronte della raccolta indiretta (titoli in risparmio amministrato e risparmio gestito, che rappresentano un patrimonio separato e quindi non verrebbero intaccati da eventuali insolvenze, eccetto la quota di titoli emessi dalla banca stessa), si registrano generalmente delle riduzioni, dovute anche al fatto che alcune categorie di titoli emessi dalla banca stessa e ivi depositati (come le azioni) vengono svalutate o addirittura azzerate. Questa è l’ovvia costante di ogni crisi bancaria: i risparmiatori-azionisti sono quelli che perdono tutto o quasi tutto il loro investimento con apprezzabile certezza.

MPS

Esaminiamo tre casi recenti di crisi bancarie, e cominciamo dal Monte dei Paschi di Siena, che a oggi non è stata mai commissariata, ma le cui ripetute ricapitalizzazioni sono state erose da perdite di esercizio (l’ultima da 5,3 miliardi nel 2014). Tra la fine del 2010 e la fine del 2014 la raccolta diretta banca senese è scesa da 157,6 a 126,2 miliardi di euro (-20%). All’interno di questo aggregato la voce che ha perso proporzionalmente di più è rappresentata dalle obbligazioni (scese da 56,6 a 31,4 miliardi) mentre la somma di conti correnti e depositi vincolati ha tenuto abbastanza (da 69,1 a 64,2 miliardi). La raccolta indiretta invece si è ridotta da 144,9 a 106,1 miliardi. Occorre tenere conto che nel periodo considerato MPS ha ceduto il controllo di BiverBanca e deconsolidato la Banca Popolare di Spoleto (quindi assume ancora più significato la citata tenuta dei depositi).

Passiamo a due banche più piccole di MPS che hanno invece attraversato un vero e proprio commissariamento: Banca CARIM (Cassa di Risparmio di Rimini) e Banca TERCAS (Cassa di Risparmio di Teramo).

CARIM

Durante il periodo del commissariamento (31 dicembre 2009-30 settembre 2012) CARIM ha perso il 21,4% della sua raccolta diretta (da 3.839 a 3.019 milioni di euro), ma mentre le obbligazioni sono crollate del 69,5% (da 1.337 a 408 milioni), la somma di conti correnti, depositi vincolati e certificati di deposito è aumentata da 2.472 a 2.597 milioni di euro. La raccolta indiretta è rimasta praticamente invariata (1.649 vs 1.675 milioni). I dati più aggiornati (fine 2014) mostrano che la raccolta totale (diretta più indiretta) si è ridotta del 15% (da 5.514 a 4.673 milioni) rispetto all’ultimo esercizio pre-commissariamento. Il patrimonio netto della banca si è mantenuto sempre positivo durante l’amministrazione straordinaria (con un minimo a 175,1 milioni di euro), e l’istituto è uscito dal commissariamento con un aumento di capitale da da 75,1 mln (di cui 5 di sovrapprezzo) e 32 milioni di emissione di bond subordinati Lower Tier 2.

TERCAS

Banca TERCAS durante l’amministrazione straordinaria (tra fine 2011 e 30 settembre 2014) ha visto la raccolta diretta ridursi del 18,7% (da 3.023 a 2.457 milioni di euro), dovuta principalmente alla caduta delle obbligazioni (-74% da 979 a 256 milioni), in parte controbilanciata dalla ripresa della somma di raccolta a vista e certificati di deposito (+15,1% da 1.921 a 2.212 milioni di euro). La raccolta indiretta si è quasi dimezzata (-44,4%) da 1.274 a 707 milioni, per l’annullamento delle azioni Tercas detenute dalla clientela per 350 milioni. L’istituto, il cui patrimonio netto era diventato negativo, è uscito dall’amministrazione straordinaria tramite l’intervento di 265 milioni di euro del FITD a copertura del deficit patrimoniale (finito sotto la lente della Commissione UE che si riserva di valutare se si tratti di un aiuto di Stato) e un aumento di capitale da 230 milioni di euro sottoscritto dalla Banca Popolare di Bari.

CARIFE

Un intervento del FITD (da 300 milioni di euro) si preannuncia anche per fare uscire la CARIFE dal commissariamento entro il termine dei due anni che scadranno il 27 maggio, come riportato dal Sole-24 Ore del 25 aprile 2015. L’operazione consentirebbe di traghettare l’istituto verso un possibile acquirente ancora da identificare, in continuità aziendale (e quindi con i depositanti salvi fino all'ultimo centesimo). L’unica alternativa al salvataggio così descritto sarebbe la liquidazione e quindi un vero bail-in, con intervento del FITD per coprire i depositi fino a 100mila euro e le eccedenze a carico dei depositanti. A conti fatti, questa soluzione sarebbe più onerosa per il FITD, anche se qualcuno ritiene – opinione rispettabile – che un bail-in sarebbe più “educativo” per i clienti, rispetto al “mondo nuovo e incerto” di cui sopra. Forse più efficace delle sollecitazioni di Visco. E quanto a educazione e consapevolezza, i risparmiatori forniscono ogni giorno delle prove della loro scarsità. Nel caso di CARIFE, pensate che ci sono stati degli ignoti clienti (non so se da soli o sulla spinta di qualche “consulente”) che hanno continuato a scambiarsi azioni della banca a prezzi maggiori di zero (sopra i tre euro per l’esattezza) fino a settembre 2014. C’è voluto il blocco deciso dai commissari della raccolta ordini sulle azioni CARIFE per evitare che i risparmiatori mettessero dei soldi in un titolo su cui manca del tutto qualsiasi indizio per una possibile valutazione (e il rischio molto alto che valga zero). Su CARIFE, come su Banca Marche, altra importante banca attualmente commissariata, non sono disponibili informazioni aggiornate reddituali e patrimoniali, e neppure l’andamento recente della raccolta e quindi del comportamento dei clienti.

Conclusioni

Un ruolo importante nel mantenimento  della clientela delle banche in difficoltà potrebbe essere rappresentato da alcune distorsioni: le rassicurazioni (o pressioni) del personale delle filiali nei confronti dei clienti spaventati, efficaci soprattutto su quelli finanziati dalla stessa banca. I costi di uscita dalla banca. La scarsa conoscenza delle alternative disponibili. A parte queste importanti distorsioni, come in un caso da teoria dei giochi, la fiducia che i depositanti delle banche in crisi fino a oggi sembrano aver riposto nei confronti della copertura del FITD ha ridotto l’instabilità degli istituti coinvolti, allontanando la necessità di quei bail-in che forse avrebbero messo a dura prova lo stesso FITD (la capienza del quale in caso di un major default non è priva di incertezze). E’ la sola percezione di sicurezza (ben riposta o meno che sia) della copertura FITD che a oggi ha contribuito a rendere inutile l’attivazione della copertura stessa. Giocando così un ruolo importante ai fini della stabilità del sistema. Pare che la corsa agli sportelli (bank run), nei Paesi in cui si è verificata, abbia seguito una evoluzione non lineare. Fino a una certa soglia “modesta” di uscita dei clienti da una banca (definito anche silent run, o riduzione dei depositi al di sotto del limite assicurato), non scatta una vera e propria corsa agli sportelli. Ma quando questa soglia (per altro difficile da determinare ex-ante) viene superata, subentra il panico e il bank run diventa esponenziale e contagioso.

Mervyn King, già governatore della Banca d’Inghilterra, una volta spiegò bene il concetto: “Non è razionale avviare una corsa agli sportelli, ma è razionale parteciparvi una volta che è partita”. Il problema è capire per tempo quando parte una corsa agli sportelli. La certezza è che - per ora - questo in Italia non è avvenuto. 

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