Dejà-vu 57: La crescita italiana potrebbe sorprenderci, ma per cause esterne al Paese

di Enrico Ascari (*) - 06/03/2015

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Quanto segue non è  “…garanzia su verità dei fatti ma verità delle impressioni che i fatti hanno prodotto…”, citazione da Julian Barnes, “Il senso di una fine”, Einaudi, 2012.

“Non è la percentuale dello zero virgola che fa la differenza. È il clima di rassegnazione di chi pensa che tanto non cambierà mai”, Matteo Renzi.

Dopo cinque anni di notte fonda l’economia italiana vede, per la prima volta, avvicinarsi una ripresa del ciclo economico finalmente credibile. Le cause sono prevalentemente esterne. Malgrado ciò il bilancio del Governo Renzi, che ha spento la sua prima candelina, è indiscutibilmente positivo. Vediamo perché.

Rottamare, ma non dimenticare il passato.

Anche lo scorso anno l’Italia è rimasta il fanalino di coda della crescita in Europa. Il prodotto interno, in riduzione pressoché ininterrotta da oltre tre anni, non ha recuperato il segno positivo neppure nel quarto trimestre del 2014. Lo farà nel primo del 2015. L’anno si è chiuso comunque con un leggero aumento dei consumi, un netto miglioramento della domanda estera netta (il saldo commerciale) [i], ma ancora un andamento deludente degli investimenti pubblici e privati, questi ultimi caduti nell’ultimo triennio di oltre il 18 per cento.

La dinamica del PIL a prezzi costanti (base: 2005=100)

Ancora una conferma della deriva strutturale del nuovo millennio (nel  grafico qui sopra il confronto tra l’andamento del PIL di alcuni Paesi), quella della decrescita tutt’altro che felice[ii], che non dipende certo solo dal “vincolo esterno” conseguente alla rinuncia alla sovranità monetaria, come diversi autorevoli economisti continuano a sostenere (ad esempio Alberto Bagnai).  Negli ultimi vent’anni d’insipiente collettiva inadeguatezza l’Italia ha perso, prima della guerra dell’Euro, quella della globalizzazione, diligentemente smantellando buona parte dell’industria ed impoverendo il sistema sociale.

La prigione europea

Malgrado ciò  il Paese continua a pagare  un prezzo altissimo sull’altare dell’ortodossia europea: dopo la GCF (grande crisi finanziaria) è stato quello fiscalmente più virtuoso (copyright del Fondo Monetario Internazionale). Non ha perso un euro per il sostegno di un settore bancario devastato dalle sofferenze - malgrado chi sostiene che il Monte dei Paschi di Siena sia stato “pagato dagli italiani”- ed è diventato il terzo creditore del Fondo Salvastati, con un’esposizione di oltre 40 miliardi di Euro, diretta e indiretta, verso la Grecia. Sono le disprezzate e controproducenti virtù derivanti dall’astinenza dal peccato fiscale.

La situazione dell’Italia, imprigionata nelle ragnatele regolamentari dell’Unione, somiglia per certi versi a quella della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale. Con esiti diversi, si spera e si crede. Al posto delle riparazioni di guerra ha il calvario del “fiscal compact”, con una montagna di debito da tagliare e vincoli di bilancio da rispettare. Sono le catene del “vincolo esterno”, quelle che impongono di appostare nei bilanci pubblici prospettici “clausole di salvaguardia” di dimensioni improbabili[iii]. Considerando questo aspetto, un primo indiscutibile risultato positivo, politico, economico e di immagine  non può essere negato al Governo: quello di aver incassato dalla Commissione Europea  la promozione della Legge di Stabilità 2015, sfuggendo agli eccessi disciplinari di norme di cui da tempo si sono certificati gli effetti deleteri per crescita e occupazione [iv]. In definitiva Renzi e Padoan sono riusciti a varare una Legge di Stabilità, opinabile quanto si vuole, ma moderatamente espansiva o almeno non recessiva come tutte le precedenti, riuscendo poi ad ottenere il via libera di Bruxelles sulla base di una maggiore flessibilità interpretativa delle regole europee, testardamente cercata e infine ottenuta. Non poca cosa rispetto al passato anche recente, sempre in bilico tra opportunistica furbizia e sottomissione.

La svolta

Per anni gli economisti hanno sbagliato le previsioni sul PIL europeo e mondiale per eccesso di ottimismo (vedi grafico qui sotto). Dopo innumerevoli errori, condizionati dalla psicosi della deflazione in Europa, ora sono passati all’eccesso opposto, proprio quando la ripresa economica è  a portata di mano.

Le previsioni (inizialmente sempre troppo ottimistiche) del consensus degli economisti per i Paesi occidentali

Il vero rischio oggi è quello di sottostimare la crescita del prossimo biennio. Le recenti indicazioni relative al PIL europeo del IV trimestre e gli indicatori anticipatori PMI di gennaio per l’Eurozona fanno sperare nel cambio di passo per le economie del Vecchio Continente e, a maggior ragione, per quella tricolore.

Solo poche settimane fa Standard & Poor’s tagliava per l’ennesima volta il rating dell’Italia al livello BBB-, citando l’aggravarsi delle condizioni economiche come possibile catalizzatore di una crisi del debito pubblico. Tempismo perfetto e ottimo segnale “contrarian”, nel migliore stile delle agenzie di rating. Gli istituti di previsione ipotizzavano ancora per l’anno in corso (vedi grafico qui sotto) una crescita da prefisso telefonico tra lo 0,2 e lo 0,5% . Da allora è partita una corsa al rialzo delle stime che, non casualmente, procede di pari passo con il montare dell’eccitazione sui mercati finanziari, con la Borsa di nuovo ai massimi e lo spread sotto i 100 punti.

Le previsioni di crescita del PIL per il 2015 vengono ora riviste al rialzo

OCSE e Moody's si sono limitate a un ritocchino, con la crescita del PIL rivista dallo 0,4 allo 0,5-0,6%. REF Ricerche e Prometeia si avventurano verso lo 0,7%. Poca roba, si dirà. Ma non va confuso il dato in media annua (la velocità media), con l’accelerazione, cioè il differenziale tra velocità di entrata, che è pari a zero, e d’uscita dal 2015. Il CSC, Centro Studi Confindustria, di solito piuttosto “centrato” con le stime, è più ottimista, prevedendo un differenziale di crescita di oltre il 2% quest’anno e del 2,5% il prossimo.

Le cause? Sono prevalentemente esterne.

Dunque l’Italia tornerà a crescere, forse molto di più di quanto previsto oggi, almeno per qualche tempo. C’è una relativa certezza su questo fronte, in quanto le cause derivano da fattori potenti, alcuni acquisiti,  come l’azione delle BCE, altri più aleatori, come il calo del petrolio, ma il cui impatto, almeno pro-tempore, è ragionevolmente probabile e verosimilmente sottostimato. In breve: cambio, costo del credito e materie prime  sono i tre catalizzatori di ripresa della domanda aggregata (consumi, investimenti, esportazioni nette), ai quali si può aggiungere la riduzione se non l’inversione, dell’impatto negativo della politica di bilancio.

Secondo la Banca d’Italia le misure di alleggerimento quantitativo della BCE[v] potrebbero contribuire nel prossimo biennio per circa mezzo punto percentuale annuo alla crescita del PIL, con contributi derivanti dal calo dei tassi, dal deprezzamento dell’euro[vi] e da altri canali di trasmissione, come dagli effetti positivi di “feedback” di una variabile sull’altra. Altre fonti ipotizzano che il solo impatto del calo dei prezzi petroliferi (che comporta comunque una riduzione della bolletta petrolifera di circa 15 miliardi di euro), se almeno parzialmente confermato nel tempo, possa contribuire alla crescita del PIL di almeno mezzo punto percentuale annuo per il prossimo biennio. Marginale rimarrà il contributo  della variazione del bilancio pubblico (investimenti, spesa corrente, imposte). Il quadro però si fa meno cupo considerando il risparmio dell’onere sugli interessi del debito rispetto alle previsioni, qualche miliardo di euro, e i possibili ricavi derivanti dal rientro dei capitali illegalmente detenuti all’estero. Rimane scontato che i vincoli fiscali prospettici si possono alleggerire solo con una maggiore crescita del prodotto, cioè del denominatore dei “maledetti” rapporti di bilancio[vii].

Gli effetti economici delle “riforme”

Da una parte migliorano le prospettive per la domanda di beni e servizi. Dall’altra, da sempre si invoca lo  spostamento verso equilibri più virtuosi della curva di offerta. E’ l’infinito tormentone delle riforme,  necessarie per produrre meglio e di più, stimolando  efficienza e competitività del sistema paese[viii]. Già nel 2011 la BCE le aveva imposte “manu militari al Governo Berlusconi ormai prossimo all’uscita di scena. Continuamente evocate dai burocrati europei, sono state il feticcio di Monti, l’incubo di Letta, la clava di  Renzi, che le usa anche per ben figurare a Bruxelles e ottenerne in cambio maggiore benevolenza. Il  Governo (2014: A turningpoint for Italy) ritiene che il potenziale impatto delle riforme avviate o in corso possa  produrre un effetto complessivo sulla crescita del 3,6% entro il 2020. Anche l’OCSE ( EconomicSurvey of Italy) vede nella sfera di cristallo effetti comparabili: un possibile incremento aggiuntivo del 6% in dieci anni (vedi grafico qui sotto).

L'impatto delle riforme sul PIL stimato dall'OCSE

Un anno dopo: i primi risultati.

Quella delle riforme  è materia di totale responsabilità del Governo e della maggioranza parlamentare che lo sostiene. Il terreno ideale per una valutazione complessiva dell’attività svolta.

Il 24 febbraio di un anno fa Matteo Renzi chiese la fiducia al senato e presentò il  programma. Il contenuto, riletto oggi, contiene tutto quello che il Governo ha fatto o cercato di realizzare nell’ultimo anno:  dagli 80 euro al Jobs Act, dai debiti della PA alla riduzione dell’ IRAP, dalla giustizia civile alla scuola, dal  superamento delle Province elettive all’abolizione del  Senato. Lo spregiudicato toscano si è accanito, in particolare, su tre questioni da sempre intrattabili: assetti istituzionali, con il corollario della legge elettorale, riforma della giustizia e mercato del lavoro.  Temi di cui si sproloquia dagli anni del “Caf” (per i più giovani la famosa triade ante litteram, formata da Craxi, Andreotti e Forlani). Il metodo politico utilizzato è stato quello, disinvolto e sbrigativo, delle maggioranze variabili. I risultati sono inevitabilmente discutibili e parziali, ma vanno valutati con l’indulgenza che si deve a chi si esercita nella classica missione impossibile.

All’epoca dell’insediamentolo scetticismo era d’obbigo[ix]. Oggi è ancora molto diffusa l’opinione che il governo Renzi abbia fatto poco o nulla. Annunci, “copertine”, slide di powerpoint, scivoloni, qualche chiaro errore. Molti critici sono in buonafede. Di altri, in particolare i tanti che hanno da difendere posizioni di privilegio, si può dubitare. Per chi scrive Renzi e il suo Governo di giovani volonterosi ma inesperti ha ampiamente superato l’asticella delle aspettative. E’ stato il disinvolto e spericolato mattatore della scena politica, dalle elezioni europee a quelle del Presidente della Republica, asfaltando il centro destra, limitando i danni delle opposizioni interne, sgonfiando il M5S di Grillo e Casaleggio. Sul fronte europeo ha ottenuto il massimo possibile di flessibilità, con una legge di stabilità equilibrata (malgrado l’incessante lavorio delle lobby per snaturarla). Su quello economico ha sfruttato gli strettissimi spazi disponibili a vantaggio di imprese e famiglie (IRAP e 80 euro). Ha concesso il “giusto” alla demagogia di sinistra, dalle bastonate sulle “rendite finanziarie” ai 180.000 nuovi assunti nella scuola. Qualche riforma è stata almeno in parte realizzata, a partire da quella contestatissima ma seria del mercato del lavoro.

L’ex rottamatore tiene con accanimento il punto su quelle istituzionali, una stucchevole telenovela, indispensabile però – e lo osserva anche l’OCSE – per accelerare tutte le altre. Su questo fronte l’“uomo solo al comando”, il “dittatorello di Firenze” che pretende di opporsi al perenne ostruzionismo parlamentare, è consapevole, a differenza dei nemici interni del suo partito, che il vero pericolo per la democrazia deriva dall’incapacità di decidere, dagli interminabili riti del processo legislativo, dal ritornello del “benaltrismo”. Fenomeni che rappresentano, questi sì,  evidenti concause del crescente disprezzo per la politica e il parlamentarismo,  una deriva  che proprio grazie al  decisionismo di Matteo Renzi, in Italia è rimasta limitata rispetto ad altri luoghi mediterranei.

C’è molto altro sul fuoco, dalla sempre attesa semplificazione fiscale, alla banda larga e così via, in una girandola senza fine di nuovi stimoli e iniziative, a volteinevitabilmente velleitarie. Tra i tanti progetti si segnala quello in itinere sulla proprietà delle banche popolari. Discusso come tanti altri per decenni, un brutale decreto legge del Consiglio dei Ministri haforse accelerato esiti da tempo auspicati. Con la parallela creazione di una bad bank di sistema, che è allo studio, si completerebbe la  normalizzazione del sistema bancario,  dopo le grandi pulizie e iniezioni di capitale degli ultimi anni. Quello della disponibilità del credito è un ulteriore necessario tassello per abilitare la ripresa. Invero gli ultimi dati di Banca d'Italia e le valutazioni di importanti banchieri, confermano la ripartenza di domanda di credito, assecondata dall’offerta,  soprattutto da parte delle imprese di medie grandi dimensioni, quelle in grado di attivare gli investimenti.

Conclusioni: la fiducia è tutto.

Se l’Italia ha davanti a sé un anno meno peggio dei precedenti le determinanti sono prevalentemente esterne, esogene direbbero gli economisti. Le abbiamo già viste: BCE, quindi tassi e cambio, più il regalo degli sceicchi, il petrolio. Peraltro anche il “vincolo esterno”, cioè l’impossibilità di usare la clava dell’espansione fiscale è un dato largamente fuori dal controllo dei palazzi romani, a meno di stravaganti ribaltoni politici, che la maggioranza degli elettori italiani continua, malgrado tutto, ad aborrire.

Il principale merito di Matteo Renzi è stato quello di combattere con strenua determinazione una interminabile guerra quotidiana contro la sfiducia. Solo vincendo questa sfida, cioè  rianimando gli spiriti animali degli imprenditori e le speranze di un ceto medio impaurito e debilitato, fenomeno ovviamente non solo italiano, possiamo aspettarci di passare dagli “zero virgola”-  i vari contributi dei fattori esogeni - a una ripresa più visibile e duratura[x].

La latente malattia da estirpare, non casualmente collegata con l’inesorabile invecchiamento della popolazione, è il pessimismo cronico, una depressione dell’umore che si aggrava in parallelo con la disarticolazione economica del ceto medio[xi]. E su questo fronte, Renzi è imbattibile.

-(*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.



[i] Per l’Istat nel 2014 il surplus commerciale ha continuato a espandersi, portandosi al livello record di 42 miliardi di euro (circa 14 in più rispetto al 2013). A eccezione della Germania, nessun altro Paese della zona euro ha sperimentato un simile miglioramento della bilancia commerciale, dovuto in parte alla crescita dell’export, in parte al calo della domanda interna.

[ii]Bastano pochi numeri nel mare delle statistiche per ricordare ciò che è a (quasi) tutti noto: secondo la CGIA di Mestre i redditi reali delle famiglie, tra il 2005 e il 2013 si sono ridotti del 19%. Nello stesso periodo la spesa per consumi, sempre al netto dell’inflazione, è crollata del 13,4%. Nel frattempo il peso delle tasse, delle imposte, dei tributi e dei contributi previdenziali è aumentato di oltre il 40%. Dal lato del prodotto, dal 2007 la base produttiva tedesca è cresciuta dell’8 per cento, negli altri Paesi europei si è contratta del 12 per cento, in Italia del 18 per cento.

[iii]Le clausole di salvaguardia sono norme che impongono un automatico aumento della pressione fiscale nel caso in cui attese riduzioni di spese o aumento di gettito non si realizzino. La vecchie Leggi di Stabilità ne hanno cumulate per 12,4 miliardi di euro nel 2016 che arrivano a circa 30 miliardi nel 2018.

[iv]Per il Ministro dell’Economia Giancarlo Padoan “…il riconoscimento della corretta impostazione che abbiamo dato alle finanze pubbliche è un risultato importante soprattutto perché solo pochi mesi fa non era per nulla scontato….la decisione della Commissione di non avviare una procedura è dovuta  alla constatazione dell’esistenza di fattori esterni come il quadro macroeconomico negativo degli ultimi anni, ma soprattutto alle riforme strutturali attuate dal Governo italiano e a una politica economica che sostiene la crescita pur continuando nel percorso di risanamento dei conti pubblici… rimane cruciale  la piena implementazione delle riforme strutturali in atto e in programma”.

[v] Misure che si traducono  in acquisti pari a 7,4 miliardi mensili di titoli del Tesoro italiano, per almeno 140,3 totali, ovvero poco meno del 7 per cento del debito pubblico.

[vi]Secondo Stefano Colli(http://www.lavoce.info/archives/33276/quanto-vale-qe-per-leconomia-italiana/)il deprezzamento del cambio dell’euro verso il dollaro favorirebbe una accelerazione delle esportazioni forse  minore che in passato, ma comunque non irrilevante. Seguirebbe la crescita del fatturato delle imprese e degli investimenti fissi lordi. La ripresa degli investimenti fornirebbe un supporto alla dinamica occupazionale, già in recupero nelle rilevazioni dell’Istat dopo l’estate 2014. La creazione di posti di lavoro consentirebbe un relativo miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie che, grazie anche alle risorse liberate dal minor costo dei prodotti petroliferi e ad alto contenuto di petrolio, accrescerebbero i propri consumi. Il PIL italiano, considerando l’impatto complessivo del QE e della contrazione del prezzo del petrolio, crescerebbe dello 0,76 per cento nel 2015 (+0,55 per cento rispetto allo scenario base di cui +0,15 per cento – circa il 27,4 per cento del differenziale totale – dovuto al petrolio e +0,40 per cento al QE) e dell’1,01 per cento nel 2016 (+0,52 per cento rispetto allo scenario base di cui +0,11 per cento – circa il 21,0 per cento – dovuto al petrolio e +0,41 per cento al QE).

[vii]Anche con la Legge di Stabilità per il 2015 la pressione fiscale prospettica “…mostra una riduzione contenuta nel 2015, passando dal 43,3% del 2014 al 43,2%, e si stabilizza al 43,6% in ciascuno degli anni 2016 e 2017…”, Ansa, 4 novembre 2014, citazione del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, in audizione alla Camera.

[viii]E’ il solito pastone liberista del vecchio “Washington consensus”, imposto dall’FMI  a tutti i devianti del globo terraqueo, a prescindere dalla latitudine, dal contesto istituzionale, economico e sociale. E’ una ricetta un po’ obsoleta e notevolmente discreditata, ma ovviamente da prescrivere, con qualche attenzione, almeno secondo chi scrive,  in un Paese, come l’Italia,  imprigionato dalla ragnatela delle “protezioni”. Che non sono certamente tanto e solo quelle delle tutele previdenziali, sanitarie o del mercato del lavoro, quanto piuttosto quelle largamente abusate dalle grandi corporazioni professionali pubbliche e private. Sindacati e associazioni datoriali incluse. D’altra parte tutti  vogliono le riforme,  rigorosamente sulla pelle degli altri. Anche perché riformare significa togliere e dare, in qualche modo redistribuire, contenere o danneggiare interessi, spesso scambiati per diritti. Acquisiti.

[ix]Vale la pena riprendere i titoli di allora dei principali quotidiani: il Corriere della Sera titolava “Le parole non contano”, La Repubblica “I vuoti da riempire”, La Stampa “Discorso nè di lotta, né di governo”, Il Sole 24 Ore “Troppa genericità”; si veda Comunque vada Renzi ha sepolto il mondo di ieri. Michele Brambilla, La Stampa, 20 febbraio 215.

[x] Da sempre la possibilità di influenzare il ciclo economico di breve termine di un paese esposto alla concorrenza internazionale è molto limitata; a maggior ragione imperando la globalizzazione commerciale e finanziaria. Tutto ciò vale a maggior ragione per l’Italia e gli altri Paesi appartenenti alla UM. Chi governa però deve essere portatore di una visione per il futuro, porsi degli obiettivi ambiziosi, condivisi dalla maggioranza del Paese, proprio ciò che è mancato almeno dagli anni 90 nel nostro paese.

[xi]L’annuale rapporto del  Censis, virtuosistica quanto velleitaria  analisi dello spaccato  sociale del paese ci ricorda che la crisi economica ha diffuso in Italia "… una percezione di vulnerabilità tale da far ritenere al 60% degli italiani che a chiunque possa capitare di finire in povertà, come fosse un virus che può contagiare chiunque. La reazione è un attendismo cinico…”, quello che accoglie invariabilmente con scherno o  scorno qualsiasi proposta di cambiamento.

 

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