Dejà-vu 56: quelle imprese italiane che in Borsa vanno al massimo

di Enrico Ascari (*) - 24/02/2015

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“…Voglio vedere come va a finire andando al massimo senza frenare, voglio vedere se davvero poi si va a finir male, meglio rischiare che diventare come quel tale quel tale che scrive sul giornale…” Vasco Rossi,  “Vado al massimo”, aprile 1982.

L’indice Nikkei di Tokio torna ai massimi degli 15 anni. Wall Street e Francoforte ritoccano quelli assoluti un giorno sì e l’altro pure. Le blue chips europee sono ancora in ritardo rispetto ai massimi relativi precedenti alla GCF (Grande Crisi Finanziaria), ma solo perché rallentati dal grande freddo che ha colpito il settore bancario. Anche lo SMI rossocrociato, malgrado il recente scivolone dovuto all’impennata del franco svizzero, staziona in prossimità dei livelli più alti, nell’ampia zona compresa tra gli 8.000 e i 10.000 punti: luoghi visitati in diverse occasioni, a partire dal lontano 1998, ancora poi nel 2000, nel 2007 e nel 2014. Ma mai bruciati al rialzo, forse a causa della strutturale sopravvalutazione dell’amatissimo franco e dell’inevitabile erosione del segreto bancario, che ne indebolisce i principali istituti quotati. Sono poche le eccezioni alla tendenza generale, prevalentemente nell’ambito dei paesi “emergenti”, a partire da Brasile e Russia, caratterizzati da una deriva macroeconomica e/ politica squilibrata, per un verso o per un altro. Insomma i mercati azionari “vanno al massimo” malgrado l’economia globale sia causa di costanti frustrazioni.

Nel breve termine è improprio cercare un rapporto diretto di causalità tra crescita economica e dinamica del mercato azionario. Anche nel medio andare il legame non è ovvio perché con l’accelerata globalizzazione dell’ultimo ventennio si è di molto indebolito il legame tra crescita degli utili per azione delle società e/o degli indici che le aggregano (la principale determinante dei prezzi azionari) e lo sviluppo del reddito del paese a cui la Borsa fa (prevalente) riferimento. Troppe le motivazioni di questo scollamento  per citarle tutte. Ne basta una, che ne porta con sé  diverse altre, a partire dalla distribuzione del reddito a livello globale e all’interno dei singoli paesi sviluppati: il prevalere delle regole oligopolistiche della corporation globale rispetto a quelle delle giurisdizioni statali.

Indice FTSE Italia Star

Nel lungo termine, comunque, l’effetto dei fattori macroeconomici e sociali sulla composizione e la dinamica degli indici azionari rimane palpabile. Basta guardare all’indice FTSE MIB della borsa di Milano, finalmente tornato pimpante nelle ultime settimane, ma ancora sotto di quasi il 50% rispetto ai massimi del 2007. Specchio evidente del declino del paese, si dirà, soprattutto se confrontato con l’andamento del DAX tedesco. Si tratta di valutazione realistica ma parziale. Realistica, perchè riflette il tracollo della domanda interna degli ultimi anni e la desertificazione del tessuto di microimprese che caratterizzava il Paese, le cui conseguenze si sono viste sugli attivi bancari, falcidiati dalle sofferenze. E di conseguenza su un listino di Borsa banco-centrico. Parziale perché se guardiamo all’indice FTSE Italia Star (vedi grafico precedente), composto da società con elevati requisiti qualitativi, prevalentemente multinazionali tascabili, il risultato è ben diverso. Questo indice, come quelli di Wall Street, è ai massimi storici. L’Italia aperta ai mercati internazionali combatte e vince ancora, malgrado tutto.

In definitiva anche quest’anno la corsa dei mercati azionari, sia pure rallentata, difficilmente si fermerà. I motivi sono noti da tempo ma non per questo perdono di forza. Il primo, più ovvio, è l’assoluta mancanza di alternative d’investimento credibili e ragionevoli in un ecosistema finanziario contaminato dalla psicosi della deflazione (dei redditi del ceto medio ma non dei profitti delle multinazionali) e ormai largamente dominato dai rendimenti negativi dei titoli obbligazionari sovrani di migliore rating. Su questo fronte le banche centrali non finiscono di stupire: quella svedese, la Riskbank ha di recente deciso di pagare un tasso dello 0,10% annuo alle banche locali che accedono ai suoi finanziamenti. Con il costo del denaro sempre più basso e in alcuni privilegiati casi negativo, la forza di gravità che dovrebbe limitare la corsa dei listini perde efficacia.

I mercati azionari europei, da tempo, sono poi al centro di una congiunzione astrale prospettica straordinariamente positiva. Mentre i risultati economici continuano a essere controversi (inclusi quelli del quarto trimestre 2014), a differenza di quelli delle aziende americane, il futuro è in netto miglioramento: l’azione della BCE, con le ricadute su Euro, tassi e il clima di fiducia, il crollo delle materie prime e, infine, un ammorbidimento del delirante rigore fiscale degli ultimi anni, sono tutti elementi determinanti, solo in parte già scontati dai mercati.

Le recenti indicazioni relative al PIL europeo del IV trimestre e gli indicatori anticipatori PMI di gennaio per l’Eurozona confermano un cambio di passo per le economie del vecchio continente. Tutto ciò avviene proprio mentre il ciclo americano sta rallentando, sia per il dollaro forte, sia per un inverno ancora una volta estremamente rigido. Anche questa’anno il dato del Pil del primo trimestre stupirà in negativo.

 Tutto ciò è già evidente nei flussi di investimento verso le borse europee tornati ampiamente positivi: la società di ricerca EPFR, che misura i movimenti in entrata e uscita dai fondi d’investimento, segnala nuove entrate in quelli azionari europei pari a 24,3 miliardi di dollari da inizio anno. Sembra che i Paesi che ne hanno beneficiato di più siano stati Germania e Grecia!

Proprio il sangue freddo e l’apparente disinteresse dei mercati vengono considerate una delle cause della clamorosa sconfitta della coppia di “fenomeni” Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis nel duello con la Germania di Wolfgang Schauble e Angela Merkel. Perché di questo, non di altro, si è trattato. Gli ellenici speravano di aumentare la posta con l’aiuto delle abituali reazioni dei predoni della finanza: niente di meglio di qualche coordinato attacco al debito italiano, per esempio, per ottenere un risultato in più al tavolo delle trattative. Ma avevano le spalle al muro: senza il sostegno della BCE il sistema bancario greco si sarebbe sbriciolato nel giro di poche ore. Niente di tutto ciò: il compromesso, molto al ribasso rispetto alle promesse elettorali, è stato come sempre raggiunto all’ultimo minuto. Il programma di salvataggio  è stato esteso solo per quattro mesi (non per sei come richiesto) e mantiene gli stessi vincoli e obiettivi.  La Grecia non si è sbarazzata  né della troika né di parte del suo debito. In più Schauble ha aggiunto sale sulle ferite: “I greci avranno molte difficoltà a spiegare l’accordo ai loro elettori”. Moriremo tutti tedeschi.  

 (*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.

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