Investire nella Scuola/15: Come vendere le proprie competenze nell'era dell'open data

di Marco Liera (*) - 29/01/2015

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A metà dicembre il gruppo Hearst – che tra gli altri pubblica Cosmopolitan ed Esquire - ha portato all’80% la quota di controllo di Fitch, la terza agenzia di rating per importanza. Il primo 20% l’aveva comprato nel 2006, e con l’ultimo deal ha investito complessivamente 2,4 miliardi di dollari. A vendere è stata la conglomerata francese Fimalac, che con la cessione di Fitch ha fatto un grande affare.

L’investimento in Fitch da parte di Hearst è la conferma che gli editori più lungimiranti stanno cercando di sottrarsi dipendenza dalla raccolta pubblicitaria, che non solo è declinante, ma soprattutto è asimmetrica (va sempre di più nelle casse di Google, Facebook & co.) e imprevedibile nelle sue dinamiche. Vendere informazioni che hanno utilità economica è la chiave per la sopravvivenza di molti editori. L’aveva capito già alla fine degli anni 90 Pearson, l’editore del Financial Times, trasformandosi in education company. Nell’era dell’open data, non è facile farsi pagare in cambio delle proprie conoscenze e competenze. La precondizione è che ci sia una attività di ricerca esclusiva, oppure la capacità di aggregare informazioni in modo innovativo. Poi ci deve essere un riconoscimento dell’utilità di queste conoscenze, che devono quindi servire di supporto alle decisioni. Il confine tra questo tipo di competenze (e l’attività di formazione che ne può derivare) da una parte e una vera e propria attività di consulenza dall’altra è spesso difficile da determinare. Tanto è vero che queste tre attività (data providing, formazione e consulenza) sono a volte fornite dalle stesse organizzazioni. In finanza, il limite è costituito dal fatto che la consulenza personalizzata agli investimenti è attività riservata. Ed è legata tipicamente ai servizi di intermediazione. Le organizzazioni della finanza quindi tipicamente hanno fornitori esterni di informazioni. Da qui il successo di Fitch, Moody’s, Standard & Poor’s, Bloomberg, Reuters, Pearson, Morningstar.

(*) Pubblicato su BlueRating di gennaio 2015

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