Dejà-vu 51: il ribasso del prezzo del petrolio, se duraturo, è la più bella novità del terzo millennio

di Enrico Ascari (*) - 29/12/2014

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Il pessimismo “vende”. Per ragioni che non ho mai capito alle persone piace sentire dire che il mondo sta precipitando verso l’inferno, si innervosiscono e diventano sprezzanti  quando qualche stupido ottimista disturba il loro cinico compiacimento. (Deirdre McCloskey, economista e storica dell’economia, University of Illinois).

Una fantastica, deprimente, notizia.

Sembra incredibile ma la più eccitante notizia degli ultimi anni sta passando nell’immaginario collettivo  come una mezza tragedia, l’ennesimo segnale dell’incombente catastrofe mondiale.  Sepolta  all’interno di cervellotiche dissertazioni macroeconomiche o geopolitiche. Insomma  il ritornello dominante, dai social network alla stampa specializzata narra che il calo del petrolio è un fatto negativo, un danno per l’economia. Sarebbe la conseguenza di una nefasta spirale della domanda,  che si autoalimenterebbe cibandosi della caduta delle economie “emergenti”, travolte come birilli dalla crisi russa. Incluse quelle nette importatrici di petrolio. Scenari da incubo, alimentati nell’immaginario collettivo dal tam tam delle borse che “bruciano” miliardi. La realtà è ben diversa. La prima origine di quanto sta avvenendo è un eccesso strutturale di capacità produttiva causato anche da fattori positivi, come l’evoluzione delle tecnologie di ricerca e utilizzo dell’energia. La prima conseguenza è un inatteso regalo per i consumatori di tutto il mondo e un insperato aiuto alla crescita delle periferie europee, a partire dall’Italia. Sempre che i prezzi rimangano bassi, il che rimane da vedere. E proprio qui sta il punto. Essendo il controllo delle fonti energetiche la stella polare delle strategie delle superpotenze globali,  è forte il sospetto che, regolati i conti con la Russia, le convenienze del complesso “petrolifero- finanziario” e dei Paesi che lo sostengono tornerebbero a premere nella direzione del rialzo. Se viceversa, per fortunato accidente, i prezzi del barile dovessero a lungo rimanere sui livelli correnti o, perfino inferiori, la conseguenze sarebbero, malgrado il coro dei pessimisti,  indiscutibilmente positive e di portata ben maggiore di quanto non si immagini. Soprattutto per il tanto bistrattato ceto medio dei paesi occidentali.

Dove va il prezzo del petrolio

Il prezzo del petrolio, nella sua versione più pregiata, il brent, ha toccato il massimo dell’anno lo scorso 19 giugno a 115,71 dollari; da allora si  è  avvitato su se stesso fino ai 46 dollari raggiunti stamattina (minimo degli ultimi sei anni), lasciando sul terreno più del 50% in pochi mesi (vedi figura 1 aggiornata a fine dicembre). 

Figura 1

La velocità di caduta ha subito una significativa accelerazione dopo la riunione dell’Opec dello scorso 26 novembre,  che ha certificato la decisione del cartello di mantenere inalterate le quote di produzione malgrado l’eccesso di produzione rispetto alla domanda. Allora il brent passava ancora di mano sui 77 dollari a barile. C’è quindi  una causa indiscutibilmente di natura economica all’origine della recente discesa dei prezzi. Ciò non esclude che siano in azione altri più o meno opachi fattori.

Il prezzo dell’oro nero, semplicemente, non è pronosticabile. Domanda ed offerta sono condizionate da elementi economici di lungo termine molto complessi,  da fattori geopolitici imprevedibili anche nell’orizzonte immediato e, infine, dai volubili flussi della finanza, perfettamente in grado di allontanare il prezzo di qualsiasi merce dal suo presunto valore intrinseco per lunghi periodi di tempo. Anche quando, come nel caso del petrolio, le condizioni di domanda e offerta sono relativamente prevedibili.

I “fondamentali” del barile.

Lo sviluppo tecnologico  migliora le tecniche di ricerca e estrazione, favorisce la scoperta e lo sviluppo di fonti energetiche alternative, determina lo sviluppo di nuove applicazioni e prodotti che consumano meno energia. Condiziona quindi secondo modalità difficilmente prevedibili domanda e offerta. La prima si è rivelata inferiore alle previsioni più rosee per il calo del tasso di crescita globale, gli effetti positivi della ricerca di energie alternative, il mutare dell’atteggiamento dei consumatori, l’adozione di norme nazionali e internazionali di incentivo al risparmio energetico. Ma le determinanti dirette e immediate del recente capitombolo dei prezzi sono da individuare soprattutto nell’inarrestabile crescita dell’offerta  globale.

Oggi la capacità produttiva mondiale, che include greggio, gas naturale liquefatto e biocarburanti è di circa 100 milioni di barili/giorno (m b/d) rispetto a una domanda di circa a 93 milioni. Secondo Leonardo Maugeri, uno dei pochi esperti che aveva previsto in tempi non sospetti il calo del greggio, l’origine della situazione attuale deriva prevalentemente dall’eccesso di offerta alimentata nel corso degli ultimi quindici anni da un grande ciclo di investimenti nell'industria petrolifera[i].

L’aumento dell’offerta deriva prevalentemente da tre nuovi tipi di produzione: le “sabbie petrolifere”, prevalentemente presenti in Canada, l’olio estratto dalle estreme profondità marine e lo “shale[ii] di estrazione prevalentemente americana. Queste nuovi fonti hanno aggiunto, solo negli ultimi cinque anni,  almeno un trilione di barili di produzione potenziale,  l’equivalente di oltre un trentennio di extra offerta che si somma alle riserve precedentemente stimate pari a 1,5 trilioni di barili.

I costi  di produzione di questo mare di petrolio in più sono variabili da giacimento a giacimento e spesso anche all’interno dello stesso, almeno per quanto riguarda lo shale oil. Sono difficilmente stimabili anche perché in costante riduzione grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie estrattive ma, in media, decisamente superiori a quelli tipici dei produttori OPEC. Differiscono anche in relazione alla tipologia del processo estrattivo  (cfr. figura 2).

Figura 2

La decisione dei sauditi sembra mettere a rischio soprattutto la sopravvivenza dell’industria dello shale oil americano, in pieno boom e con un alto livello di debito. Il costo medio dei produttori non appartenenti all’OPEC viene stimato nell’intorno dei 60-70 dollari, con punte superiori ai 90. Il che ovviamente aiuta a capire le recenti mosse non tanto del cartello, che al suo interno vede diversi attori con un disperato bisogno di massimizzare i flussi finanziari a breve, quanto del suo dominus, l’Arabia Saudita.

Sospetti e illazioni. “Il complesso petrolifero-finanziario”.

Stando alle dichiarazioni ufficiali dei ministri dell’OPEC sarà il prezzo a fissare d’ora in poi il giusto equilibrio tra domanda e offerta. Fino a decisione contraria, ovviamente. Sembra una tattica suicida ma è già stata usata con successo alla metà degli anni 80. Molto si è favoleggiato sulle motivazioni dei Sauditi.  Si passa dalla “pulizia etnica” dei produttori marginali, al regolamento di conti  nel turbolento cortile di casa del Medio Oriente. Di certo, visto quanto successo nelle ultime settimane, è lecito il sospetto che rilevanti interessi in qualche modo legati a Washington siano in azione per punire e ridimensionare la Russia di Putin, al prezzo di un (temporaneo) sacrificio dell’industria estrattiva nazionale. 

Dietrologia spicciola? Fantasticherie senza costrutto?  Può darsi. Ormai da tempo, però, le guerre convenzionali su larga scala sono state sostituite da quelle combattute nelle praterie della finanza globalizzata. Secondo una narrativa opinabile ma piuttosto credibile la caduta del petrolio sarebbe quindi funzionale al raggiungimento di un obiettivo di natura politica: punire la Russia per l’intervento in Ucraina. Una volta raggiunta la meta con l’aiuto dei sempre solerti apprendisti stregoni della finanza, sempre ammesso che i fili della trama non sfuggano di mano ai presunti burattinai, si assisterebbe a un rapido ritorno del petrolio verso livelli più consoni. D’altra parte per rimettere in riga i prezzi, basterebbe qualche crisi locale o, più semplicemente, un ribaltamento sempre possibile delle decisioni OPEC del mese scorso.

In definitiva il netto ridimensionamento dell’oro nero sarebbe accettabile solo se temporaneo.  Perché è comunque è visto come fumo negli occhi  dal complesso petrolifero-finanziario che da tempo si è aggiunto a quello militare nel condizionare la politica  estera americana. A maggior ragione da quando gli Stati Uniti hanno visto avvicinarsi l’insperato frutto dell’indipendenza energetica.

Attenti alla “bestia”.

I rischi della trama sopra delineata non sono marginali. I mercati finanziari non sono certo l’idilliaco luogo della ricerca del prezzo perfetto o il santuario dell’efficiente allocazione delle risorse. Ma non sono neppure sempre manipolabili a piacere. C’è il tempo dell’eccesso e quello della razionalità. Le guerre finanziarie si combattono con generali che suggeriscono più che dirigere, eserciti raccogliticci e indisciplinati, strategie contaminate dal precario e dalla casualità.  Il fuoco amico è fin troppo frequente, i danni collaterali abbondanti.

Gli eventi degli ultimi giorni e il racconto ultra-pessimistico che ha preso piede rischiano di produrre l’“autoavverarsi” delle profezie più nefaste (vedi Figura 3), con conseguenze dirette per la molto indebitata industria  dello shale oil Usa[iii] e indirette per il tanto citato “clima di fiducia”, ormai schiavo, secondo la disturbante narrativa dominante, dell’umore dei mercati finanziari.

Figura 3

In effetti l’attuale dinamica dei valori comincia a ricordare  quella del secondo semestre del 2008. Allora il prezzo del barile perse il 75% in sei mesi, precipitando da 150 a 40 dollari.  La spettacolare ascesa e successiva caduta dell’oro nero nel biennio 2007-2008 va attribuita quasi per intero a fenomeni di natura finanziaria. All’epoca petrolio e materie prime arrivavano da un boom speculativo tutto derivante dalla “finanziarizzazione di ogni cosa”, una delle tendenze più di moda del primo decennio del secolo.[iv] Il capitombolo di allora derivò dalla  liquidazione forzata delle posizioni speculative aperte a debito sulle principali attività finanziarie imposta dall’esplodere della crisi dei subprime. Malgrado ciò all’epoca si tentò di giustificarlo scontando le conseguenze dell’attesa recessione mondiale.

Che in effetti si verificò per poi evolvere verso l’infinita stagnazione nella quale ancora siamo immersi. Ma ciò non ha impedito un rapido recupero dei prezzi degli idrocarburi che già nel 2011 tornavano a  superare i 120 dollari, rimanendo poi sostanzialmente stabili nel  triennio successivo malgrado il progressivo consolidarsi di aspettative deflazionistiche e il correlato calo delle altre materie prime. Strano ma vero il petrolio è rimasto stabile a lungo (vedi Figura 4). Poi l’improvviso crollo che ha riportato i prezzi, al netto dell’inflazione, ai livelli della fine degli anni 70, all’apice della rivoluzione islamica in Iran.

Figura 4

Quale oil shock ?

Lo chiamano “oil shock”, o più propriamente “contro shock petrolifero”[v], ma sempre di evento dalle conseguenze potenzialmente raggelanti si tratta, secondo la narrazione dei mercati e dei commentatori finanziari. Eppure la storia e l’analisi economica ci insegnano quali sono le conseguenze di una improvvisa e duratura discontinuità dei prezzi delle materie prime. Che dovrebbero mantenere un certo grado di simmetria, sebbene l’incidenza dei consumi petroliferi sul PIL sia calata non poco in 50 anni. L’impennata del petrolio degli anni 70, portò alla stagflazione, un combinato disposto di alta inflazione e bassa crescita. Oggi gli effetti macroeconomici dovrebbero essere opposti.

Aumenta la crescita globale.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale un calo del 20% del prezzo del greggio vale, a parità di altre condizioni, una maggiore crescita media globale dello 0,5%, non poco rispetto alle attuali prospettive. Si tratta di un trasferimento dai pochi ai tanti che determina solo un modesto ma comunque positivo aumento della domanda globale ma ha conseguenze rilevanti sotto il profilo della distribuzione dei benefici a livello geopolitico e tra le diverse classi di percettori del reddito. Se la riduzione della rendita petrolifera fosse permanente ne conseguirebbe un rilevante calo dei costi di produzione in innumerevoli filiere industriali con un rilevante vantaggio per i paesi trasformatori. Si tratterebbe di uno shock dell’offerta con effetti non dissimili da quelli che potrebbero arrivare dalle tanto strombazzate riforme strutturali (supply side)[vi]. Lavoro e materie prime sono infatti i due fattori diretti di costo più rilevanti per le imprese.

Vantaggi per i consumatori

Ma i vantaggi maggiori sarebbero per le famiglie: la riduzione dei prezzi dell’energia rappresenta un minore costo fisso equivalente a una riduzione fiscale o a un aumento del reddito reale, di dimensioni potenzialmente rilevanti per il ceto medio. Un trasferimento di reddito che, una volta tanto, non sarebbe a carico delle casse statali o della quota di profitti delle imprese (le quali saranno complessivamente beneficiarie nette in misura dipendente dal tipo di attività svolta). L’impatto sarebbe tanto più rilevante in quanto rappresenterebbe  il primo vero segnale di discontinuità di una tendenza di stagnazione dei salari reali e dei redditi medi che coinvolge tutto l’occidente da almeno un trentennio.

Cambiano le ragioni di scambio

Il secondo effetto rilevante è quello della redistribuzione del potere d’acquisto e del riequilibrio delle ragioni di scambio tra paesi produttori e consumatori sullo scacchiere internazionale. Tra i vincenti si segnalano i grandi utilizzatori di risorse naturali con una produzione interna non rilevante: Cina, India, Giappone, Europa. L’elenco dei perdenti apparentemente è ovvio ma bisogna considerare non solo la dimensione della rendita petrolifera persa ma anche l’impatto della stessa sulle risorse da utilizzare all’interno del paese. La Libia, con una spesa interna finanziata al 100% dal petrolio, è in cima alla lista dei paesi danneggiati.

I vantaggi per l’Italia

Tra i primi beneficiari di una eventuale bonanza petrolifera figura l’Europa, dove l’alto costo dell’energia è uno dei fattori competitivi che destano le maggiori preoccupazioni (cfr.  Manufacturers demand co-ordinated European energy policy - FT.com, March 13). I costi dell’energia pesano per oltre il 10% nell’indice dei prezzi europeo. Tra i Paesi europei l’Italia è in prima fila sia come importatore netto di petrolio e derivati, sia per l’altezza del costo per imprese energivore e famiglie.  In Italia[vii] la fattura energetica è stata di oltre 56 miliardi di euro nel 2013 e sarà di circa 55 miliardi nel 2014. Se per tutto il 2015 il prezzo del barile si stabilizzasse sui valori attuali ne deriverebbe un risparmio netto di circa 14 miliardi. Si tratta di denaro – spiega il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli – che finirà tutto nell’economia reale, in misura di circa lo 0,7%-1% del PIL). Nessuna politica espansiva ha fatto tanto in Europa negli ultimi 10 anni. Ulteriori vantaggi verranno poi alle imprese (e quindi indirettamente anche ai consumatori) dalla riduzione del prezzo del gas, che in Europa è in buona parte ancora legato al prezzo del petrolio, e dell’elettricità, che dal gas dipende in gran parte.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                I rischi per l’economia globale.

Su questo fronte il rullare dei tamburi di economisti e commentatori è incessante. Il calo del petrolio porta con sé una montante marea di vere o presunte controindicazioni dirette e indirette, cioè derivanti degli effetti che potrebbero conseguire all’azione dei mercati finanziari.

Tra gli effetti diretti il più ovvio è quello derivante dalla prevedibile  riduzione di investimenti e abbandono di progetti non più profittevoli da parte delle compagnie petrolifere. Ciò ha un effetto diretto negativo sul prodotto interno lordo di dimensioni comunque molto inferiore rispetto  a quello derivante dall’aumento del potere d’acquisto delle famiglie.

C’è poi lo spettro fasullo della deflazione che, inevitabilmente sarebbe in salsa “giapponese”. Un’aspettativa che si autoalimenterebbe fino a diventare certezza. Certezza di chi? Chi sono i “proprietari”, ovvero i fuochisti di queste attese? Ma, ovviamente sono loro, i giocolieri della finanza che le esprimono, attraverso numeri espressi dalle curve sull’inflazione attesa, pura aria fritta basata su congetture al quadrato. C’è la deflazione “buona”, quella che deriva da un calo esogeno e permanente dei prezzi e quella “cattiva” che dipende da aspettative di domanda calante che si autoalimentano. Questa diventa pericolosa solo quando le famiglie scelgono deliberatamente di non spendere perché si aspettano prezzi più bassi in futuro.  Oggi, se la spesa si riduce è solo perché cala il reddito disponibile, il potere d’acquisto. Nessuno evita di riscaldare l’appartamento o di fare il pieno di benzina perché si aspetta prezzi in ulteriore discesa. La domanda da porsi è:  la deflazione da calo dei prezzi energetici a chi fa male davvero?

Oltre all’industria petrolifera perde la finanza.

Il petrolio, l’ “oro nero”, negli ultimi 50 anni ha progressivamente sostituito il metallo giallo come “deposito di valore” non ufficiale. Con un enorme vantaggio: che il petrolio e i suoi derivati, a differenza dell’oro, hanno un valore d’uso enorme come fonte energetica.  I “petrodollari”, non a caso termine inventato con la prima crisi petrolifera degli anni 70 e tornato di moda nelle ultime settimane, hanno giocato a lungo  un ruolo centrale, per anni di dominio, poi comunque di condizionamento, all’interno del reticolo sempre più ipertrofico dei flussi finanziari internazionali. Parzialmente oscurato di recente da altri fenomeni pertinenti l’esplosione della globalizzazione commerciale e finanziaria. Oltre all’industria petrolifera, ai suoi santuari intoccabili, ai suoi P aesi di riferimento – un blocco certamente non omologabile e tutt’altro che omogeneo – il calo dei prezzi dell’olio combustibile dà fastidio all’industria finanziaria. Caratterizzata anch’essa da una pluralità d’interessi ma, in ultima analisi, prima beneficiaria di tutte le recenti tendenze della dinamica capitalistica globale. A partire dall’esplosione dei flussi finanziari di cui l’industria è ovviamente la prima beneficiaria.

Si tratta di dimensioni quantificabili nei trilioni di dollari. Secondo Martin Wolf,Two cheers for the sharp falls in oil prices - FT.com un calo di 40 dollari per barile del prezzo del petrolio comporterebbe un trasferimento di risorse finanziarie dai produttori ai consumatori stimabile in circa 1,3 trilioni di dollari all’anno.  Per BNPParibas se il prezzo del petrolio si stabilizzasse sui 70 dollari si ridurrebbe di 350 miliardi l’anno il flusso di petrodollari investito nei mercati finanziari e immobiliari. Flussi che secondo Citigroup negli ultimi cinque anni sarebbero aumentati di almeno 500 miliardi l’anno.

Sono fondi che irrorano i mercati immobiliari più alla moda, alimentano i patrimoni delle private banks più esclusive, ingrassano i conti degli Hedge Fund più riservati, in definitiva sostengono la domanda di attività finanziarie, a partire dai Treasurys americani e i Bund tedeschi, con rivoli che irrorano comunque tutti gli angoli del sistema. Le stime delle dimensioni di stock e flussi possono differire ma il concetto è fin troppo ovvio:  con la rendita petrolifera si riduce anche quella finanziaria a tutto vantaggio dei consumatori finali.

A una buona parte dell’industria del denaro  non piace – anche se sempre sarà costretta a negarlo -  che i fiumi purpurei di moneta finiscano finalmente per irrorare le rinsecchite praterie dell’economia reale. Non a caso sono tanto amate le politiche non convenzionali delle banche centrali: associano alle ricadute presunte e  difficilmente quantificabili sull’economia, che le giustificano,  a quelle, certe, della liquidità che gonfia i valori della finanza. C’è il sospetto che non sia vista di buon occhio neppure l’eventuale riduzione della disuguaglianza crescente nella distribuzione dei redditi e della ricchezza che ha caratterizzato soprattutto nei paesi dell’Occidente avanzato l’ultimo trentennio.

Se colleghiamo i puntini non sfugge, a questo punto, che calo dei prezzi dell’energia, se dovesse durare a lungo,  potrebbe rivelarsi fenomeno tale da modificare al margine, tendenze di natura secolare. Un travaso di risorse di larga portata dalla rendita petrolifera (e, in ultima analisi finanziaria, visto che tale rendita non può essere interamente consumata) al portafoglio dei consumatori globali sarebbe un prezioso regalo che potrebbe permettere alle economie sviluppate di uscire dalla peggiore stagnazione  dell’ultimo secolo.

(*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.

 

 



[i]http://www.repubblica.it/economia/2014/11/29/news/leonardo_maugeri_troppa_offerta_di_greggio_e_non_c_il_coraggio_di_tagliare_la_produzione-101702664/ Dal 2010 le major e le società nazionali hanno investito circa  2.500 miliardi di dollari in esplorazione e sviluppo di nuove riserve di petrolio e gas, usando tecniche sempre più innovative e riducendo i costi di estrazione.

 

[ii] C’è da fare una fondamentale distinzione tra l’estrazione di gas naturale attraverso tecniche di “frantumazione” (shale gas)  e quella di petrolio (shale o tight oil). Nel primo caso i costi di estrazione americani sono ai livelli minimi mondiali. Non a caso si prevede che nei prossimi anni gli Stati Uniti diventino uno dei  principali esportatore di gas naturale. Nel secondo, viceversa, i costi di estrazione, seppure estremamente variabili, sono molto alti.

[iii] Le operazioni di  fracking sono molto dispendiose. La particolare natura delle rocce scistose all’interno delle quali è intrappolato il petrolio implica la necessità di aprire sempre nuovi pozzi per mantenere invariati o aumentare i livelli produttivi. Un'analisi di Bloomberg sui bilanci di 60 società di esplorazione “shale” quotate negli Stati Uniti  ha evidenziato che a fine giugno i debiti ammontavano a 190,2 miliardi di $, in crescita di 50 miliardi dalla fine del 2011. Negli ultimi quattro anni il fardello è quasi raddoppiato, mentre le entrate sono aumentate di appena il 5,6%. Il settore energia, proprio a causa dell'impetuoso sviluppo di shale oil e shale gas negli Usa, secondo Barclays rappresenta oggi il 15,7% del mercato dei junk bond, che a sua volta vale 1.300 miliardi di $. Dieci anni fa pesava solo per il 4,3%.

[iv]La definitiva consacrazione delle commodities come nuova attività finanziaria, replicabile con l’utilizzo della finanza derivata e strutturata ovvero con il ricorso a veicoli indicizzati di varia natura, favorì la spettacolare ascesa delle materie prime, anche agricole e industriali, fenomeno che contribuì, insieme a  quello ben più famoso della bolla immobiliare,  a creare le condizioni per il successivo epocale crollo.

[v] http://www.repubblica.it/economia/2014/12/14/Rampini I giorni neri del petrolio:  “Il 2014 si chiude all'insegna del "contro-shock petrolifero". È una crisi vera…. una tempesta paradossale, contro-intuitiva…. Il formidabile cambiamento che l'ha scatenata è a priori positivo per tutti quei paesi come l'Italia che sono consumatori e importatori di energia….(ma)…la settimana scorsa si è chiusa con le Borse europee in caduta libera…A scatenare quest'ondata di paura è appunto il contro-shock energetico”

[vi] Riforme che rimangono indispensabili nel settore dei servizi pubblici e privati.

[vii] Si veda Scenari Economici n. 22, Centro Studi Confindustria, 22 dicembre 2014 e http://www.enerblog.it/prezzi-del-petrolio-benefici-italia-141212/.

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