Dejà-vu 50: da petrolio e Google tax un freno agli squilibri mondiali

di Enrico Ascari (*) - 09/12/2014

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Godi, fanciullo mio; stato soave, stagion lieta è cotesta. Altro dirti non vo'; ma la tua festa ch'anco tardi a venir non ti sia grave”, Giacomo Leopardi, Il sabato del Villaggio.

Prima decade di dicembre “esemplare” per i mercati finanziari, con impatti, a volte contradditori, derivanti da eventi, segnali, aspettative originati in tutte le principali aree del pianeta. Un concentrato di rischi e opportunità che eccita e intimorisce, nella stagione della perenne attesa per la soluzione miracolistica dei banchieri centrali. Vedremo se la “domenica” dei mercati sarà all’altezza delle sempre rosee aspettative o se l’anno che verrà sarà più pesante del previsto. Di sicuro il 2014 che volge al termine ci annuncia che nei prossimi mesi le  dinamiche valutarie avranno un impatto decisivo.

Partiamo dall’Europa, che ha visto BCE e Bundesbank, in coppia,  tagliare per ultime il traguardo della revisione al ribasso delle stime di crescita di PIL e inflazione. Ritardo assolutamente non casuale, quindi colpevole. Gli economisti della “Buba” aspettano fino all’inizio di dicembre per dimezzare la crescita del prodotto tedesco nel 2015 dal due all’uno per cento. Malafede o incompetenza? Nel frattempo gli indici dei direttori degli acquisti (PMI) di novembre, ormai diventati l’unica misura della contemporaneità, confermano che l’anno in corso va spegnendosi con l’encefalogramma piatto. Domina le aspettative il rischio deflattivo.

Intanto le periferie mediterranee fanno parlare di loro.

In Italia è stato approvato e subito dimenticato dopo tante velleitarie polemiche, il Jobs Act. Servirà per aggiornare il pallottoliere delle pseudo riforme realizzate. Pseudo perché, comunque sia, ormai tutta la “ciccia” è nei famigerati decreti attuativi. Anche l’Agenzia Standard & Poor's, che nella tarda serata di venerdì ha sciabolato ancora al ribasso il rating del Belpaese a BBB meno - lo stesso di Colombia e  Russia, tanto per capirci - sentenzia che le norme “potrebbero essere ammorbidite” a causa di una “opposizione crescente” (dei centri sociali?). D’altra parte, lo ricorda anche il 48mo rapporto del Censis, annuale pastone che aggrega i luoghi comuni più di moda della sociologia spicciola, gli italiani sono sempre più “soli, impauriti, vulnerabili, ma anche cinici”. E tengono tutti famiglia, come sottolinea la Ministra Boschi (http://video.corriere.it/figlio-de-rita-censis-boschi-non-bel-messaggio).

Anche la Grecia continua a sorprendere. Nelle ultime ore si sta disperatamente negoziando un prolungamento del piano di salvataggio della Troika e il primo ministra Samaras ha deciso di anticipare le elezioni presidenziali di due mesi, anticipandole a dicembre (singolare analogia con l’Italia questo incrocio con le presidenziali). Se  il Parlamento non riuscirà ad eleggere il nuovo presidente della Repubblica con una maggioranza di due terzi, difficilmente raggiungibile, saranno convocate nuove elezioni politiche anticipate. Elezioni che oggi, secondo i sondaggi, sarebbero stravinte da Syriza, il partito populista di estrema sinistra, il cui programma di governo è stato presentato in settimana anche agli investitori londinesi, destando ilarità mista a sgomento. Azzeramento degli interessi e consolidamento per 60 anni del debito (a carico della BCE), salario minimo per tutti a 750 euro mensili e lotta all’evasione sono i tre punti principali di un programma simpaticamente antitetico a quello della Troika. Un buon viatico per farsi cacciare dall’Europa, ovvero spappolarla (ipotesi che desta in effetti crescenti entusiasmi in molti Paesi). Tutto ciò non ha impedito un notevole “rally” dei bond del Partenone, con i tassi sui decennali  tornati al 7 per cento, in recupero di oltre cento punti base.

Tornando più a nord,  a Francoforte, la giornata di giovedì è stata dominata dalla conferenza stampa mensile di Draghi che segue il comitato direttivo della BCE. C’è una notizia buona (anche se è vecchia): finalmente dal prossimo anno i conclavi dei  padroni della moneta si terranno ogni sei settimane invece che una volta al mese. Ridurre la frequenza sembra cosa buona e giusta. Non se ne può più delle incessanti dichiarazioni dei banchieri centrali, siano essi membri del direttorio, del comitato esecutivo o presidenti delle singole banche nazionali.  Tutto sembra ormai ruotare attorno alle parole (tante) e alle decisioni (per fortuna poche) di questi signori. La notizia “cattiva”, o presunta tale, è che anche questa volta,  come previsto, Mario Draghi non ha schiacciato il grilletto del QE (quantitative easing).

Cambio euro/dollaro

Ha però fatto capire che il colpo partirà nel primo trimestre del 2015, malgrado le plateali divisioni interne al consiglio direttivo. Comunque ha ribadito che le decisioni in BCE, come da statuto, si assumono a maggioranza semplice. La reazione immediata dei mercati, come in diverse altre occasioni del passato (clamorosa quella di fine luglio 2012 a seguito del “whateverittakes”) è stata  di rabbiosa frustrazione, con euro in impennata (vedi grafico sopra), obbligazioni e Borse in calo, seguita comunque da un completo ribaltamento in positivo. Non a caso l’ottava è finita in gloria con le chiusure di venerdì su nuovi massimi assoluti per i titoli decennali e trentennali italiani (con i rendimenti al minimo mai visto dell’1,97% sulla scadenza a dieci e del 3,2% - vedi grafico sotto – su quella a trenta) e con tutte le Borse in forte recupero a partire, come sempre, dai titoli bancari.

 

 

Rendimento a scadenza BTP 30 anni

D’altra parte ci si può aspettare, sull’esempio degli Stati Uniti, che siano le attese del quantitative easing, più che la sua effettiva messa in opera,  a fare crollare i rendimenti dei titoli di Stato. L’inizio delle operazioni di acquisto della Banca Centrale, di norma, favorisce l’effetto opposto. Quindi, avanti così: è infinita vigilia del QE che alimenta la stagione dei rialzi senza fine. Seguirà, poi, una “domenica” più dimessa e carica d’ansia.

L’area mediterranea, includendo di diritto al suo interno anche la Francia, rimarrà per molti versi uno dei luoghi da osservare con più attenzione nel corso del 2015. La possibile prosecuzione della nota deriva economica, che si affianca al crescente degrado sociale, favorisce esiti politici potenzialmente distruttivi per la stabilità dell’Unione Europea. E’ verosimile che il quadro congiunturale possa migliorare rispetto alle depresse attese attuali, grazie anche all’aiuto della BCE e alla stabilizzazione del sistema bancario. Ma non basta. E’ necessario un cambio di passo dell’Unione (che vuol dire un ribaltamento delle politiche seguite negli ultimi anni) e quindi una diversa posizione del blocco tedesco. Questa ipotesi rimane poco probabile e quindi lo scenario per l’Europa rimane a rischio, in particolare per i paesi periferici, i loro mercati azionari, i loro titoli di Stato.

Se in Europa l’orchestra suona uno stanco “slow”, negli Stati Uniti la musica è molto diversa. Ormai l’uno-due, Draghi al giovedì, dato americano sui nuovi occupati non agricoli al venerdì, è l’attrazione più apprezzata nel luna park dei mercati. E i NFP (Non Farm Payrolls) di novembre hanno battuto tutte le previsioni evidenziando un impressionante aumento degli occupati (321.000 contro 207.000 attesi), revisioni positive per i dati precedenti e, finalmente, anche una leggera crescita dei salari. Insomma, per ora, il motore americano continua a girare a pieni giri anche se l’impressionante performance del mercato del lavoro non si riflette ancora sulla crescita dei consumi. Ovviamente Wall Street ha terminato l’ottava, una volta di più, attaccata ai nuovi massimi.

L’ottimo dato USA ha favorito un marginale rimbalzo dei tassi d’interesse sui Treasuries,  ma soprattutto l’amplificarsi della volatilità sui mercati valutari, con il dollaro sugli scudi. L’euro, che durante la conferenza stampa del Governatore italiano era schizzato fino a 1,246, toccava nuovi minimi sotto 1,23. Ma è tutto il quadro valutario internazionale che segnala allarme rosso e apre ulteriori interrogativi sul futuro. La crescente divergenza delle politiche monetarie, il crollo delle materie prime e l’aumento delle tensioni geopolitiche sono forze in conflitto di crescente intensità che aprono il vaso di pandora di scenari difficilmente immaginabili.

Cambio dollaro/yen

Impressiona, ad esempio il crollo dello yen che in settimana ha sfondato quota 121 contro il dollaro (vedi grafico sopra). La divisa nipponica è tornata in prossimità dei livelli del 2007, deprezzandosi in meno di due anni di oltre il 50% non solo contro quella  americana ma anche rispetto lo yuan cinese. Una situazione  con notevoli potenziali di criticità ancora inespressi ma da valutare in prospettiva. Anche perché, pur considerando del tutto fisiologico il rallentamento della maggiore economia asiatica, rimane da vedere come verrà drenato il boom del credito e lo strutturale eccesso d’investimenti che da tempo sono osservati con crescente inquietudine. Intanto, nella settimana, per motivi anche di natura tecnica, è proseguita la spirale rialzista che ha interessato di recente i mercati azionari locali in Cina, che come spesso accade, sembra del tutto scollegata dalla dinamica dell’economia reale (vedi grafico sotto).

Indice Shangai Composite vs attese di crescita del PIL cinese

Tornando al fronte valutario va segnalato che il principale focolaio di tensione, quello russo, rimane ben vivo. In settimana il rublo è precipitato verso nuovi abissi, mentre i tassi d’interesse sono saliti alle stelle. Un quadro tipico da crisi finanziaria, malgrado il Paese abbia (apparentemente) ancora ingenti riserve estere e un debito pubblico interno ancora modesto. La lettura della stampa anglosassone lascia molti dubbi sulla presunta “buona fede” dell’Unione Europea e di Washington. Troppi e eccessivamente complessi gli interessi in gioco. Probabilmente è in corso una guerra finanziaria non dissimile da quella che ha disarcionato i primi ministri dei principali Paesi mediterranei nell’autunno del 2011, sia pure combattuta da attori in parte diversi. Ma Putin sembra fatto di un’altra pasta, come conferma la spregiudicata chiusura del progetto South Stream e la ricerca di nuovi sbocchi in Asia per il gas russo.

Prezzo del petrolio Brent

Nelle ultime ore la spirale ribassista del petrolio (vedi grafico sopra) sembra autoalimentarsi per l’effetto congiunto della speculazione e della chiusura accelerata delle posizioni  ancora lunghe. Viaggia in parallelo con il rialzo del dollaro e, soprattutto con il corale calo delle divise emergenti, perfino di quelle di paesi importatori netti, come la Turchia e il Sud Africa, che hanno solo vantaggi dal calo del prezzo del greggio (il JP Morgan emerging currency index è sceso ai minimi dal 2010, anno della sua costituzione). Nel frattempo la Banca dei Regolamenti Internazionali con il suo documento trimestrale ha suonato un nuovo allarme sugli effetti che l’accelerazione della divisa USA potrebbe avere sul crescente debito in dollari di molte aziende e paesi delle economie in sviluppo.

Da ultimo vale la pena di enfatizzare due notizie apparentemente scollegate e di non grande impatto; segnali per ora deboli, meritevoli di ben altri sviluppi, che si vorrebbero considerare come i primi sintomi di un prospettico più equilibrato rapporto tra dinamiche dell’economia reale e della finanza.

La prima riguarda uno studio di analisti di BNP Paribas (http://www.ft.com/Flow of Opecpetrodollar set to dry up) secondo i quali il crollo del prezzo del petrolio, se dovesse trovare conferma nei prossimi anni, porterebbe a un trasferimento di ricchezza dall’OPEC ai paesi consumatori, stimabile nell’ordine dei 300-500 miliardi di dollari annui. Numeri che sarebbero ancora più alti considerando tutti i paesi produttori.  Si tratta di petrodollari che negli ultimi lustri  hanno avuto le destinazioni più svariate,contribuendo a gonfiare anche la liquidità sui mercati finanziari, oltre che essere destinati all’acquisto di partecipazioni azionarie, proprietà immobiliari e così via. Flussi che si sono aggiunti a quelli delle banche centrali e che incomincerebbero quindi a ridursi. Meno soldi sui mercati finanziari quindi e qualcosa in più nelle tasche dei consumatori o, se vogliamo, dei “produttori”.

La seconda, che è solo l’ultima di una  serie ormai lunga, è quella relativa all’introduzione della cosiddetta “Google tax” ( UK to bring in ‘Google tax’ in crackdown on multinationals - FT.com) da parte del Regno Unito. Si tratta di un’imposta del 25% sui profitti artificiosamente trasferiti altrove dalle multinazionali, che da tempo si sono specializzate in giochetti elusivi (tax inversion) per minimizzare il carico fiscale. Attività oggi più discussa ma da sempre ipocritamente agevolata non tanto dai paradisi fiscali più esotici, quanto da quelli, ben più importanti, posizionati alle nostre latitudini e ben tutelati anche all’interno dell’Unione Europea. La minimizzazione del carico fiscale, assieme ad altri rilevanti fattori, è una delle cause dell’aumento della quota dei profitti sul reddito nazionale di molti paesi avanzati. E’ anche uno degli elementi fondativi dell’impressionante marcia rialzista di Wall Street e di altri mercati azionari, che appare stonata rispetto all’andamento non proprio eccitante delle singole economie, ma meno anomala se si considera la dinamica esplosiva degli utili e dei cash flow delle corporation globali.

Tendenze che hanno caratterizzato gli ultimi 30 anni e che, nell’epoca della grande stagnazione, cominciano a generare qualche fastidio di troppo. Che disturberà, più poi che prima, si spera, le magnifiche e progressive sorti delle Borse di tutto il mondo.

(*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008. 

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