Dejà-vu 49: Il referendum svizzero sull'oro: saggezza delle folle o follia collettiva?

di Enrico Ascari (*) - 28/11/2014

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La Svizzera è forse l’ultimo campione della democrazia partecipativa.I cittadini, con qualche limite, possono decidere praticamente di  tutto, sia a livello nazionale che cantonale. Con 100mila firme  possono perfino cambiare la Costituzione, mentre ne bastano la metà per abolire o modificare leggi varate dal Parlamento, con un referendum popolare, ovviamente. La semplicità delle regole a tutti i livelli, da quello istituzionale a quello giudiziario, passando per il mercato del lavoro, è il clamoroso vantaggio della Confederazione, il primo motivo per cui è sempre in testa alle classifiche sulla competitività internazionale.

 
 

Risultato: anche grazie alla assoluta libertà di licenziamento, malgrado l’alto costo del lavoro, con un sistema di garanzie sociali non certo di primordine ma sicuramente meno iniquo di quello italiano, il PIL cresce come quello tedesco o di più,  la disoccupazione viaggia poco sopra il 3% e  l’inflazione sta a zero, da sempre, senza preoccupare nessuno. Per non parlare poi delle partite correnti, in avanzo strutturale su livelli ben superiori al 10% del PIL (vedi grafico qui sotto). Esempio non replicabile a latitudini inferiori, si dirà. Forse.

Svizzera: saldo partite correnti/PIL

 

Certo, anche la Svizzera non è il paradiso. Tutt’altro. Il Paese è percorso, come altri, da pulsioni contradditorie, da crescenti frustrazioni, da anacronistici rifiuti. D’altra parte il “modello produttivo” va in parte reinventato. Da tempo, sia pure lentamente, si sgretola il ruolo di centralità nel sistema finanziario internazionale; la vocazione alla “protezione” della ricchezza viene scalfita mentre rimane difficilmente attaccabile la posizione privilegiata come hub europeo delle multinazionali globali[1]. Di questi aspetti strategici, però, l’elettorato non sembra sempre pienamente consapevole.

Lo dimostra il crescente smodato ricorso agli strumenti di democrazia diretta di cui negli ultimi anni si è fatto crescente abuso da parte di partiti, partitini e movimenti d’opinione,   portatori delle più svariate istanze, interessi e frustrazioni[2]. Sempre più spesso le “estreme” di destra e di sinistra  portano in votazione proposte discutibili che, se venissero accolte,metterebbero  in discussione i fondamentali ma fragili equilibri che garantiscono la prosperità del Paese.  Il Consiglio Federale (il governo della Confederazione) e il parlamento possono raccomandare ai cittadini di respingere o meno un’ iniziativa referendaria ma l’ultima parola rimane alla volontà popolare[3]. Che, in linea di massima, a differenza di quanto accaduto in più occasioni in Italia, viene rispettata.

Dagli ambienti conservatori o tradizionalisti sempre più spesso vengono partorite proposte favorevoli a limitare le “contaminazioni” esterne. Entro certi limiti un apprezzabile tentativo di preservare l’integrità di luoghi e tradizioni. Che stride però con le radici multiculturali del Paese. Anche da sinistra, pur con suggestioni a volte più apprezzabili, le iniziative spesso rischiano di mettere in discussione alcuni sacri totem rossocrociati. E’ rimasta famosa quella sui compensi per i top manager, bocciata l’anno scorso,   che proponeva di fissare un rapporto massimo di 1 a 12 fra lo stipendio più alto e quello più basso in una stessa azienda. Un incubo per le multinazionali che popolano i 26 cantoni svizzeri.

Tra qualche giorno,  domenica 30 novembre, arrivano altri tre quesiti referendari,  tutti da respingere, secondo il parere del Consiglio Federale, ma con qualche probabilità che prevalga il “sì”.

Il primo è tipico di un certo spirito conservatore, tradizionalista e antimodernista, con venature di ecologismo: “Stop alla sovrappopolazione – sì alla conservazione delle basi naturali della vita” è il questito da votare, che si  propone di limitare allo 0,2 per cento annuo l’aumento della popolazione residente in Svizzera dovuto all’immigrazione e di promuovere la pianificazione familiare nel quadro della cooperazione allo sviluppo.

Il secondo ha invece un taglio di tipo “sociale”, una proposta “contromano” rispetto alla consolidata tradizione rossocrociata  di benevola accoglienza per i “poveri” supericchi del pianeta, sempre più a corto  di facili approdi dove spiaggiare i patrimoni: “Basta ai privilegi per i milionari” è l’evocativa definizione di una proposta finalizzata ad abolire l’imposizione fiscale “forfettaria”, molto “light” per  gli stranieri domiciliati in Svizzera che non esercitano un’attività lavorativa ma dispongono di vaste ricchezze all’estero o tra le protettive vette alpine. Si tratta di un regime fiscale denominato “globalista”, molto noto anche nei salotti milanesi e nelle provincie del lombardo-veneto.

Non sfugge la discutibile coerenza delle citate proposte, che apparentemente avrebbero come unico tratto comune una qualche maldisposizione per lo straniero. Da una parte spaventa l’invasione, l’occupazione di spazi e territori, il dilagare del disordine urbano, il posto di lavoro rubato dagli stranieri, la pressione al ribasso sui salari. Trascurando però i vantaggi: maggiori profitti per le imprese, più alti consumi, più tasse per i cantoni. Temi spesso condivisi anche nel Nord Italia.[4] Dall’altra, sulla base di una romantica aspirazione all’equità fiscale, si pretenderebbe di tassare adeguatamente redditi e patrimoni che, se lo fossero, sparirebbero probabilmente come neve al sole, azzerando il gettito addizionale oggi incassato.

L’oro della patria.

Con il terzo quesito referendario  i cittadini elvetici avranno la possibilità di  “salvare l’oro della Svizzera” votando “sì” a una prescrizione che obbliga la BNS (la Banca Nazionale Svizzera, cioè la banca centrale) a mantenere  un  minimo del 20% degli attivi investiti in oro, vieta la vendita di metallo giallo,  impone la sua custodia all’interno dei sacri confini del paese.

La proposta è un missile sparato direttamente contro la Banca Nazionale Svizzera. Ne mette in discussione l’autonomia operativa e l’indipendenza rispetto al potere politico, espresso in questo caso direttamente dalla volontà popolare. Un paradosso non da poco[5] e, secondo molti, un clamoroso autogol che finirebbe per danneggiare la crescita economica e la stabilità del paese. Vediamo perché.

Il quantitative easing in salsa bernese.

Va ricordato, innanzi tutto,  che dal novembre del  2011 la BNS impedisce, acquistando tutti gli euro necessari, che il franco si apprezzi oltre la soglia di 1,20 contro la divisa europea.

 

Al tempo, in piena crisi dell’Euro, la banca centrale era stata costretta a “fare tutto quanto necessario” per bloccare l’apprezzamento del franco, oggetto del desiderio dei flussi di capitale internazionale. La divisa svizzera si era impennata fino quasi a sfiorare la parità con la moneta unica (vedi figura qui sopra).

Da allora l’obiettivo di evitare la deriva rialzista della divisa nazionale è stato garantitoda una specie di “quantitative easing” valutario che ha finito per imbottire il portafoglio della banca centrale rossocrociata di bund tedeschi e OAT francesi e che certamente non piace ai proponenti del referendum. In definitiva il peculiare “QE” della BNS si realizza ampliando il proprio passivo in franchi (cioè di fatto “stampando” moneta)  per acquistare attività finanziarie denominate in divise estere, prevalentemente euro, con l’obiettivo primario di evitare un eccessivo apprezzamento della valuta che aumenterebbe le pressioni deflazionistiche e frenerebbe la crescita economica. Che rimane una delle migliori nell’occidente.

La conseguenza è che negli ultimi anni anche la dimensione del bilancio della BNS è lievitata come quella delle altre principali banche centrali, passando da 120 miliardi di franchi nel 2007 a 273 nel 2010 e a oltre 490 miliardi di franchi alla fine del 2013[6] (quasi il 90% del PIL, vedi grafico qui sopra). Nel frattempo le riserve in valuta estera sono passate  da poco più del 50% al 90% dell’attivo, con una significativa riduzione degli investimenti in valuta nazionale e, soprattutto un drastico calo della percentuale investita in oro.

Il successo della politica dei banchieri centrali rossocrociati si misura con il fatto che negli ultimi 18 mesi  la BNS non ha dovuto effettuare ulteriori interventi sul mercato dei cambi. Solo di recente, con il ritorno di qualche nube sugli orizzonti europei e una rinnovata debolezza dell’Euro il cross EUR/CHF è tornato pericolosamente vicino al livello di 1,20.

Politica monetaria compromessa.

Se passasse il “sì” referendario l’istituto di emissione dovrebbe acquistare in cinque anni (il periodo previsto per l’adeguamento) circa  1700 tonnellate di oro per passare dall’attuale quota del 7 % al 20% del totale degli attivi, investendo oltre 65 miliardi di franchi.

Si tratta  di un quantitativo pari a circa la metà dell’oro estratto in un anno dalle miniere di tutto il mondo, equivalente a quello depositato a garanzia degli ETF che investono in oro fisico. Ovviamente sarebbe una festa per gli irriducibili “gold bugs”, la schiera di fanatici che considerano ancora il metallo giallo l’unica ancora di salvezza contro la deriva delle politiche monetarie non convenzionali e lo spauracchio della creazione della moneta a go-go. Anche perché l’accumulo di lingotti della SNB sarebbe “anticipato” dalla speculazione degli operatori.

Gli acquisti verrebbero finanziati liquidando in parte le divise estere accumulate negli ultimi anni. Ribaltando completamente, e senza validi motivi, gli indirizzi di politica monetaria attuati nel corso della drammatica crisi europea. L’alternativa sarebbe quella di “stampare” una quantità ancora maggiore di franchi  per comprare l’oro necessario.

Nella prima ipotesi si perderebbe il controllo del cambio, che si rivaluterebbe ulteriormente, alimentando le spinte deflazionistiche. Infatti,  anche in Svizzera come altrove, con i  tassi d’interesse a zero ormai da anni, l’espansione del bilancio della banca centrale attraverso operazioni non convenzionali rimane l’unico strumento a disposizione per combattere la deflazione, la stagnazione economica, ovvero l’eccessivo apprezzamento della divisa, fattore che alla lunga favorisce o determina i primi due.

 

 

Nella seconda ipotesi, che implicherebbe un’espansione ancora maggiore del bilancio della Banca Centrale,  si correrebbe il rischio di inflazionare eccessivamente alcuni settori già esuberanti, come quello immobiliare, in pieno boom (vedi grafico qui sopra).[7]

Infine, tra le gravi controindicazioni che deriverebbero da una limitazione della discrezionalità della BNS, andrebbe segnalato il notevole aumento della rischiosità del portafoglio d’investimento. Infatti  i profitti della banca centrale, che annualmente vengono distribuiti alla Confederazione e ai cantoni, dipenderebbero in misura abnorme dal volatile andamento del prezzo dell’oro (grafico qui sotto)[8]. Sono risorse preziose con le quali si finanzia, tra l’altro, la competizione fiscale con le regioni del Nord Italia. Non solo. Il divieto di vendita del metallo giallo lo renderebbe di fatto inutilizzabile quando maggiormente utile, come un estintore rotto in caso di incendio. Di fatto l’oro non potrebbe essere venduto contro franchi svizzeri nel caso, certamente improbabile  ma non impossibile, in cui dovesse essere difesa la valuta.

Le ragioni del “sì”.

Non mancano quindi numerosi motivi razionali  per bocciare il referendum. Malgrado ciò alcuni sondaggi avevano evidenziato la possibilità che il “sì” potesse, malgrado tutto, spuntarla. Non casualmente erano aumentate le scommesse su una possibile “rottura del pavimento” di 1,20 del cross EUR/CHF. Va detto che gli ultimi test sull’elettorato danno per quasi certa la vittoria del “no”. Ma quali sono le ragioni del “sì”?  Difficile trovarle. Possiamo provare a dividerle in due categorie, quelle di natura tecnica o pseudo tale e quelle riferibili all’ambito della “metafisica”.

Le prime hanno di solito radici nelle tradizioni dell’ortodossia monetaria.  La BNS è la banca centrale che ha la maggiore dimensione di bilancio relativo al PIL tra i maggiori istituti di emissione, con un eclatante squilibrio in termini di rischi tra attivi e passivi. I primi sono ovviamente soggetti all’alea dei cambi (ma abbiamo visto che l’oro oltre ad essere volatile è anche illiquido e a rendimento zero); disturba alcuni la prevalenza negli attivi  di una valuta “artificiale”. Ad esempio Oswald Gruebel, ex presidente di UBS, ha commentato tempo fa: “Fissando un corso massimo contro una divisa di trasferimento artificiale, la Svizzera si assume i rischi che gravano sulla Zona euro, a causa dell’indebitamento esagerato di diversi Paesi”. Per altri la Banca Nazionale sarebbe diventato il più grande hedge fund mondiale, oltre a manipolare il mercato dei cambi. In particolare l’ultima critica sembra del tutto fuorviante. I fondi speculativi utilizzano la leva finanziaria e, a differenza delle banche centrali, non battono moneta. In generale comunque queste posizioni fanno riferimento alla suggestione che il metallo giallo possa proteggere dal presunto svilimento  della moneta cartacea, dal “modernismo” monetario tanto di moda ai giorni nostri. Si evoca una sorta di solitario e antistorico ritorno a un gold standard imbastardito.

Le seconde sembrano più che altro alimentate da ancestrali timori che condizionano parte dell’elettorato. A partire dalla sindrome dell’accerchiamento, rafforzata, ad esempio, dall’assalto americano e internazionale al bastione del segreto bancario svizzero, ormai a brandelli. La difesa dell’oro della patria sarebbe intesa come un  vaccino contro  la fenomenologia del disordine internazionale. Il mito romantico che una moneta protetta dalle riserve auree possa garantire la forza e l’indipendenza della nazione e la sua difesa contro incontrollabili potenze esterne rimane una velleitaria illusione in un mondo dominato dalle multinazionali. Istituzioni che da tempo hanno trovato solerte accoglienza tra i confini confederali grazie all’efficienza e alla stabilità di un modello istituzionale invidiabile. E che, prima o poi, potrebbero cambiare idea se la stabilità del sistema legale ed economico venisse messa sempre più spesso in discussione  dall’emotività dell’elettorato. La vittoria del sì il 30 novembre, per quanto improbabile, più che un esempio di saggezza delle folle andrebbe catalogato tra gli episodi di follia collettiva.

(*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.  



[1]Bisogna capire l’evoluzione del difficile rapporto con l’Europa comunitaria, considerando anche il destino dei “paradisi fiscali” interni alla comunità, Lussemburgo e Irlanda.

[2]Si veda http://www.admin.ch/ch/i/pore/va/vab_2_2_4_6.html . Dal 2011 al 2014 si sono tenuti 33 referendum.

[3]Oltre alla maggioranza dei voti validi è necessaria anche la maggioranza dei cantoni.

[4]Con una significativa differenza però: che in Svizzera non si scherza con le regole della convivenza civile, a partire dalla tutela del decoro dell’ambiente, mentre in Italia è sotto gli occhi di tutti l’incontenibile degrado di periferie e centri urbani, colpevolmente trascurati da amministrazioni imbelli o impotenti.

[5]Il paradigma dell’indipendenza delle banche centrali dal potere politico è una delle tante “favole” raccontate troppo a lungo. Principio discusso e discutibile, frequentemente nel corso della storia è diventato carta straccia non solo nei Paesi caratterizzati da fragili istituzioni,  spesso maltrattati dalle scorribande della peggiore politica. Ciò non di meno il principio è stato un mantra della visione liberista della gestione economica durante gli ultimi due decenni del secolo scorso. La storia degli ultimi 20 anni, però,  l’ha messo ampiamente in discussione, sia in America, che in Europa. L’aspetto più paradossale è che i principali avversari, con parole e fatti dell’indipendenza della BCE sono, guarda caso, proprio i tedeschi, che della presunta indipendenza della Bundesbank hanno fatto un totem.

[6] Alla fine del 2007, la Banca nazionale aveva un attivo totale pari a 120 miliardi di franchi, composto da 35 miliardi in oro, 35 investiti in CHF e 50 miliardi in divise. Nel corso degli anni 2000 la SNB ha venduto oltre 1500 tonnellate d’oro a prezzi decisamente inferiori rispetto agli attuali.

 

[7]Il rapporto tra mutui ipotecari e Pil è cresciuto fino al 140% in Svizzera. Negli Usa, nel 2008, non superava il 100%.

[8] Nel 2013 la BSN ha registrato una minusvalenza di 15 miliardi di franchi sulla posizione in oro.

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