Dejà-vu 48. Peggio vanno le economie, meglio vanno i mercati

di Enrico Ascari (*) - 24/11/2014

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Un altro giro di giostra riporta i mercati nell’aria rarefatta d’alta quota. Ennesima severa punizione per i “non credenti”, quelli che troppo raziocinanti o paralizzati dall’incertezza continuano a perdere una dopo l’altra tutte le occasioni di questo bull market storico, iniziato nel marzo 2009 sulle ceneri della finanza mondiale. E continuano a sbagliare guardando il triste “qui ed ora” delle economie stagnanti piuttosto che l’immaginifico sole dell’avvenire continuamente acceso dalle Banche Centrali.

Anche nell’ultima settimana un micidiale “uno-due” dei padroni della moneta ha annichilito i pessimisti, ringalluzziti una volta di più da un PMI (indice degli acquisti flash di novembre – vedi grafico qui sotto) dell’Eurozona moscio, in ulteriore calo a 51,4 contro il 52,1 di ottobre, con la Germania particolarmente debole e da un dato ancora peggiore relativo all’economia cinese (indice PMI di Pechino a 50 – sul filo di lana tra espansione e contrazione, ai minimi da sei mesi).


Ha avviato la sarabanda nella nottata europea di giovedì la Banca Centrale Cinese, con la prima, inattesa, riduzione dei tassi d’interesse degli ultimi due anni. Mentre il tasso di deposito a un anno è stato limato di 25 bp al 2,75%, quello d’impiego sulla medesima durata ha subito un calo di 40 bp al 5,60%. Malgrado l’economia cinese viaggi ancora a velocità di crociera superiore al 7% annuo, la PBC (People Bank of China) ha interrotto una lunga fase di indecisione considerando come eccessivo il rallentamento economico domestico e internazionale.
Nella mattinata di venerdì è seguita a ruota l’ennesima prolusione pubblica di un instancabile Mario Draghi, davanti a una assemblea di banchieri riuniti a Francoforte. Proprio nel giorno in cui sono cominciati gli acquisti di asset backed securities da parte della BCE, l’italiano che guida Eurotower, dopo aver confermato il quadro a tinte fosche che caratterizza l’attuale congiuntura, con un crescendo ancora una volta sorprendente ha praticamente anticipato (tra le righe, ovviamente) che alla prossima riunione della BCE il 2 dicembre ci saranno ulteriori novità. “Supermario” ha ribadito che verranno usati tutti gli strumenti a sua disposizione per riportare l’inflazione verso il target ed è pronto ad ampliare l’acquisto di titoli a questo scopo: “Se la traiettoria attuale della politica monetaria non dovesse rivelarsi sufficientemente efficace a raggiungere questo obiettivo - ha detto aprendo a Francoforte il Congresso europeo dei banchieri - o se dovessero materializzarsi ulteriori rischi sull'inflazione, aumenteremo la pressione e allargheremo i canali tramite i quali interveniamo alterando ritmo, mole e composizione dei nostri acquisti di titoli”.

Il presidente della BCE ha anche toccato il tema dei cambi, cosa che fa sempre più di frequente. Con il QE (quantitative easing) la Fed americana e la Bank of Japan hanno favorito una significativa svalutazione dei rispettivi tassi di cambio, anche in una situazione in cui i rispettivi rendimenti di lungo termine erano già molto bassi. Ora potrebbe arrivare il turno della BCE, anche perché imprese e governi lo chiedono a gran voce. E infatti la moneta unica è subito scivolata sotto quota 1,24 (vedi grafico qui sotto).


Ma la reazione dei mercati è stata incontenibile fin dalla notte asiatica con il balzo dell’azionario cinese seguito da un’inarrestabile progressione durata tutta la giornata di venerdì su quelli europei, con la solita chiusura a Wall Street, sui nuovi massimi assoluti.
Il corale movimento rialzista, come d’abitudine, ha portato sulla cresta delle onde più alte la putrida schiuma di mercati, comparti e settori che più a lungo avevano sofferto il rifiuto se non l’onta delle vendite allo scoperto da parte degli investitori: dal bidone della spazzatura sono emerse all’improvviso le borse periferiche europee (con Piazza Affari a +3,6% di nuovo vicina ai 20.000 punti), i bancari, ma anche, soprattutto, i grandi negletti dell’anno, i titoli energetici e delle materie prime.
Alla grande quanto improvvisa rivincita della “voglia di rischiare” (e di star bene con le feste che si avvicinano) hanno partecipato non solo i mercati del credito più o meno speculativo, dai junk bonds ai BTP, ma perfino bund e treasury, oltre all’oro, al petrolio e alle divise più massacrate, dal rublo al real brasiliano (a proposito molto positiva in settimana la nomina a
ministro del Tesoro carioca di Joaquim Levy, già anni fa apprezzato sottosegretario all’Economia).
In conclusione i mercati si stanno indirizzando verso il tradizionale benigno e pacioso periodo natalizio nel migliore dei modi, come da previsioni. Avremo ancora qualche piccolo tormento ma sarà poca roba. La partita vera, come sempre riprenderà con l’anno nuovo.
La narrazione è molto semplice, perfino banale e, fino a prova contraria, rimane la stessa degli ultimi anni: peggio vanno le economie meglio vanno i mercati che rispondono alle sollecitazioni delle banche centrali. I cui tempi di risposta sono diventati ormai frenetici. Appena i timori della speculazione si trasfigurano in un aumento della volatilità si scatena la furia delle dichiarazioni rassicuranti dei banchieri centrali e dei loro “assistenti”. Solo gli amici della Bundesbank continuano a stonare e, quasi quasi, cominciano a diventare simpatici. Non a caso nell’ultimo verbale della Federal Reserve è emerso, ben nascosto tra le varie previsioni macro, il tema dell’incestuoso reciproco legame di dipendenza tra mercati e banchieri centrali.
Si sottolinea il rischio di apparire come il salvagente del mercato a tutti i costi. E proprio per questo motivo nel testo delle dichiarazioni dell’ultimo FOMC si è deciso di evitare ogni riferimento alla volatilità di mercato per evitare di rappresentare un comitato più preoccupato di quanto in realtà non fosse e di “portare a impressioni errate su eventuali risposte della
politica monetaria all’aumento di volatilità”.

(*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.

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