Dejà-vu 47: per Draghi si avvicina il momento dello scontro finale

di Enrico Ascari (*) - 08/11/2014

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La conferenza stampa del 6 novembre di Mario Draghi arriva dopo un prolungato periodo di instabilità sui  mercati  alimentata, tra l’altro, da pensieri, parole e opere dei principali banchieri centrali. Settimane nelle quali  Kuroda e la Yellen, governatori rispettivamente della Banca del Giappone e della Federal Reserve,  hanno agito;  Mario Draghi, viceversa,  ha  subìto un incessante sabotaggio mediatico.

 

Il primo ha stupito tutti con un ulteriore gigantesca scommessa di acrobazia monetaria portando gli acquisti  di titoli pubblici e privati fino a 700 miliardi di dollari annui. Procedendo a questi ritmi, nel 2016 (vedi grafico sopra) la Banca del Giappone avrà raggiunto una dimensione pari al 70% del Pil. Inoltre il fondo pensione statale ridurrà drasticamente la quota di titoli di Stato in portafoglio, che venderà alla Banca del Giappone, a  favore dell’investimento in azioni. L’obiettivo è quello, finora impossibile da raggiungere, di riportare l’inflazione al 2% con una storica operazione di repressione finanziaria basata sulla svalutazione dello yen e l’imposizione di tassi reali d’interesse negativi per un interminabile periodo di tempo. L’ovvio passo finale dell’esperimento sembra essere la cancellazione del debito in pancia alla banca centrale. Finora in Giappone il “quantitative easing” (QE), forse perché avviato troppo tardi, sembra non aver portato grandi risultati. Ora si raddoppia la posta.

Attivi delle banche centrali in % del PIL. Fonte: Gavyn Davies blog.

Janet Yellen, dopo qualche passo falso di troppo, ha finalmente chiuso l’ultima operazione di quantitative easing (QE), certificando l’uscita definitiva del paese dall’era della politica monetaria non convenzionale. Dal 2009 ad oggi gli attivi della Federal Reserve sono cresciuti da uno a 4,5 trilioni di dollari, con tre successive operazioni di QE. D’ora in poi torneranno progressivamente a ridursi con il rimborso dei titoli che andranno in scadenza. I tassi d’interesse rimarranno comunque a zero per almeno un altro anno. Negli Stati Uniti, con una politica fiscale estremamente espansiva fino al 2012,  in un contesto economico, istituzionale e demografico molto diverso da quello del Giappone, l’utilizzo massiccio di strumenti monetari non convenzionali ha con alta probabilità accelerato l’uscita dalla crisi e la normalizzazione del mercato del lavoro.

L’italiano che guida la BCE nel frattempo,  a parte un paio di interventi pubblici, ha mantenuto un basso profilo ma è stato colpito da una grandinata di critiche,  indiscrezioni e forse anche calunnie che ne hanno messo ha rischio la credibilità personale e dell’istituto che guida. Anche per Draghi la sfida principale riguarda l’adozione o meno dell’arma letale: l’acquisto di titoli governativi sul mercato. Da una parte  i profeti della nuova frontiera monetaria  considerano l’opzione indispensabile a maggior ragione a causa della politica suicida di autoflagellazione fiscale imposta a tutti da Strasburgo. Anzi, per loro è già troppo tardi.  Dall’altra, l’inesauribile lavorio di delegittimazione dei sacerdoti dell’ortodossia monetaria tedesca punta proprio a evitare questo esito, considerato letale. Tant’è che sono considerate operazioni illegali gli acquisti di titoli cartolarizzati già avviati dalle autorità monetarie europee.

In questo clima si arriva alla conferenza stampa che segue il conclave dei banchieri centrali di novembre.

Prima mossa: aumenta di un trilione il bilancio della BCE. Innanzi tutto, un Draghi insolitamente duro spazza via le voci, riportate dall’agenzia Reuters, di  dissensi interni al comitato direttivo.  Ribadisce che i programmi di acquisto di titoli strutturati e di finanziamento al sistema bancario, già in corso, riporteranno la dimensione del bilancio di Eurotower al livello del marzo 2012, cioè vicino ai tre trilioni di Euro, con un aumento di circa il 50% rispetto alla situazione attuale. Una decisione già annunciata dal Governatore ma secondo le indiscrezioni mai effettivamente condivisa all’interno del comitato di governo della banca, che si sarebbe così trovato di fronte al fatto compiuto. Non per la prima volta, per di più. Da più parti si sussurra che perfino l’ormai mitico “whatever it takes” del luglio 2012, il vero punto di svolta della crisi dell’euro, sia stato pronunciato senza un preventivo via libera del parlamentino dei governatori e tanto meno con la sponda politica della Cancelliera Merkel (come si è sempre ipotizzato).  Sia come sia “SuperMario” sottolinea che la decisione di aumentare il bilancio della Bce di un trilione di euro in un periodo massimo di due anni è stata assunta all’unanimità.

Il successo di Draghi non cancella comunque i dubbi di chi critica la cronica prudenza della banca: sempre in ritardo (“behind the curve”, usando il gergo tecnico degli analisti) rispetto all’evoluzione negativa di inflazione e crescita. Quale giustificazione si può addurre per il drenaggio di liquidità avvenuto negli ultimi 18 mesi nei quali il bilancio della BCE si è ridotto da tre a due trilioni di euro, mentre quelli della Fed e delle altre banche centrali continuavano ad ampliarsi? (vedi grafico in alto). Basta la giustificazione della strenua opposizione della Bundesbank? Probabilmente no.

Seconda mossa. Se necessario, arriva il quantitative easing. La stessa unanimità bulgara viene espressa rispetto alla  volontà  di utilizzare altri  strumenti non convenzionali (cioè l’acquisto di titoli governativi su larga scala, il famoso QE) se dovesse diventare necessario affrontare i crescenti rischi derivanti dal perdurare di un’inflazione troppo bassa. Un livello dei prezzi vicino al 2% annuo è il criterio determinante per valutare l’efficacia e la credibilità della BCE; il mancato raggiungimento di tale obiettivo va impedito perché implica un inaccettabile rischio reputazionale per i banchieri centrali europei. Anche ricorrendo all’acquisto massiccio di titoli  di Stato, pur considerandone pregi, difetti e peculiarità derivanti dall’assetto istituzionale europeo. E proprio su questo punto Draghi risponde con un messaggio chiaro e forte al presidente della Bundesbank nonché membro del Direttorio della BCE Jens Weidmann e agli altri membri dell’establishment tedesco che strenuamente si oppongono non solo ad un futuribile quantitative easing ma anche agli interventi sui titoli strutturati e garantiti emessi da emittenti privati già in corso di esecuzione. Mettendo, tra l’altro apertamente in discussione il sacro principio dell’indipendenza della banca centrale dal potere politico (tedesco in questo caso), tanto caro alla tradizione teutonica.

Terza mossa:  la deriva dell’economia impone tempi sempre più ravvicinati. Fin qui si potrebbe sostenere che Draghi non ha affermato nulla di nuovo. Non è così perché, sia pure implicitamente, il Governatore fa capire che nuove iniziative potrebbero essere considerate prima del previsto, forse già a dicembre. Lo si deduce dall’esplicito riferimento al fatto che gli organismi competenti della BCE sono già stati attivati per studiare e preparare gli ulteriori strumenti da utilizzare in caso di bisogno.

Azioni rese necessarie dalla crescente urgenza che deriva da un peggioramento dello scenario per crescita e inflazione, di cui ormai ha preso atto anche la Commissione Europea con la recentissima diffusione delle nuove stime per il 2015. Si tratta di una ennesima sforbiciata dello 0,6% e dello 0,4% su Pil e inflazione attesi, con il primo che a livello comunitario crescerebbe solo dell’1,1% e  con i prezzi in aumento solo dello 0,8%.  Insomma, malgrado un poco convinto ottimismo di facciata i rischi  rimangono prevalentemente quelli di un peggioramento di scenario. Per Draghi si avvicina il momento della verità, quello dello scontro finale con gli oppositori interni, che si nascondono, e quelli esterni, fin troppo visibili. 

(*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.

 

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