Italia in recessione prolungata, la rivalutazione delle pensioni contributive diventa negativa

di Marco Liera (*) - 20/10/2014

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L'ISTAT ha certificato la settimana scorsa che il PIL italiano non cresce dal secondo trimestre 2011. Tra le varie spiacevoli conseguenze, si pone il problema della rivalutazione del montante delle pensioni calcolate con il metodo contributivo. Questo tasso e' pari alla media della variazione del PIL nel quinquennio precedente. Per il montante accumulato a fine 2012 e' stato applicato un tasso dello 0,16%. Come ricordato sul Sole-24 Ore del 29 settembre scorso, quest'anno potrebbe essere la prima volta che la rivalutazione diventa negativa, relativamente al montante contributivo maturato fino a fine 2013. La questione non riguarda solamente i lavoratori piu' giovani, quelli che hanno cominciato a lavorare dopo il 1995. La riforma Monti-Fornero del 2011 infatti ha previsto l'applicazione del metodo contributivo anche per i lavoratori che hanno cominciato a lavorare prima di quell'anno, relativamente ai contributi versati a partire dal 2012.

In attesa di auspicabili limitazioni alle riduzioni che il montante contributivo potra' subire a seguito della congiuntura negativa (per esempio, applicando il tasso negativo fino a concorrenza con le rivalutazioni precedentemente maturate, oppure introducendo un "deflation floor", che si realizza ponendo pari a uno il coefficiente in caso di recessione prolungata), va sottolineato che in termini reali la perdita di potere d'acquisto delle pensioni contributive e' gia' nei fatti perche' e' dal 2011 che il tasso di rivalutazione e' negativo al netto dell'inflazione. Le casse professionali che applicano il metodo contributivo e che investono sui mercati finanziari le risorse degli iscritti, traendone un rendimento che a oggi è stato quasi sempre superiore alla rivalutazione del PIL, possono trovare una via d'uscita in una recente sentenza del Consiglio di Stato. Il 18 luglio i giudici della sesta sezione, chiamati a decidere su un ricorso in appello dell'ENPAIA, hanno stabilito che "le leggi stabiliscono un trattamento obbligatorio minimo che va assicurato, ma non vietano che le singole casse possano - senza oneri per lo Stato - prevedere, utilizzando gli utili della gestione, una rivalutazione maggiore che consente di erogare trattamenti pensionistici piu' alti". Questa sentenza ha ribaltato una precedente decisione del TAR del Lazio, che aveva ritenuto legittima la contrarieta' del ministero del Lavoro all'aumento del tasso di rivalutazione dei contributi dell'ente.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 20 ottobre 2014

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