Quella riforma sulle pensioni bocciata 30 anni fa dagli italiani

di Marco Liera (*) - 30/09/2014

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Sono passati 30 anni dalla prima riforma (bocciata) delle pensioni. Era l’estate 1984 quando l’allora ministro del Lavoro Gianni De Michelis presentò un DDL che faceva seguito ai risultati dell’attività della Commissione Castellino istituita tre anni prima, che aveva già messo in evidenza varie criticità del sistema pensionistico. Il progetto di riforma prevedeva un allungamento graduale dell’età pensionabile a 65 anni, un limite (24 milioni di lire, pari a 33.355 euro attuali) alla retribuzione pensionabile, l’assoggettamento di tutti i lavoratori (dipendenti pubblici e privati, autonomi) alle stesse regole e infine il varo della previdenza integrativa, con la deducibilità integrale della contribuzione.

Il tetto retributivo avrebbe consentito di modellare le pensioni obbligatorie come delle prestazioni veramente di base, alle quali le persone con redditi più alti avrebero potuto sommare le rendite integrative che avevano pari dignità di quelle del primo pilastro sotto il profilo della deducibilità dei contributi. Tra l’altro quelli erano anni generosi per la capacità di risparmio delle famiglie, risparmio che poteva essere finalizzato verso la previdenza integrativa.

Il progetto di riforma fu impallinato dalla Democrazia Cristiana e da altri partiti, oltre che da numerose categorie: dirigenti, quadri, magistrati, giornalisti e così via. La cosiddetta "società civile", insomma. Bisognò attendere altri otto anni per avere la prima riforma approvata delle pensioni, quella firmata in emergenza dal Governo Amato con l’Italia sull’orlo del default. Basti ricordare che tra il 1984 e il 1992 il rapporto debito/PIL passò dal 74 al 105% (mentre oggi viaggiamo verso il 136%).

La storia non si fa con i se e con i ma. Ipotizzare “cosa sarebbe successo” se quella riforma fosse stata approvata 30 anni fa porta a conclusioni incerte. Anche senza quella riforma, si poteva ridurre l’enorme sommerso che ha sottratto anno dopo anno base contributiva. Questo è stato fatto solo in minima parte. Occorre tenere conto che le pensioni sproporzionate rispetto ai contributi hanno permesso a varie famiglie di sopravvivere. D’altra parte, hanno contribuito ad azzoppare la crescita. Ma la realtà è molto semplice: la maggioranza degli italiani non volle cambiare le pensioni, con tutte le conseguenze che ne sono derivate. E’ la democrazia, bellezza.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 29 settembre 2014

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