Il welfare aziendale? Non deve creare pericolose illusioni di sicurezza

di Marco Liera (*) - 02/09/2014

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Nei giorni scorsi ho visitato l’antico birrificio Guinness a Dublino, nel quale fra tecniche di fermentazione dell’orzo e piante di luppolo ho appreso della straordinaria tradizione di welfare aziendale che fin dal diciannovesimo secolo ha contraddistinto l’azienda irlandese (che ora fa parte della multinazionale Diageo). In un Paese dal quale centinaia di migliaia di disoccupati emigravano in Nordamerica per cercare miglior fortuna, i capi della Guinness si preoccupavano di dare ai propri dipendenti abitazioni in locazione a canone contenuto, mutui casa a tassi agevolati, assistenza sanitaria, piani pensionistici, bonus per i funerali, aiuti economici per i figli sotto i 14 anni, mensa che serviva colazione-pranzo-cena, e ovviamente, due pinte di birra al giorno (ma solo per gli uomini sopra i 21 anni), che per i – credo pochi – non interessati potevano essere sostituite da un buono per fare acquisti alla cooperativa interna. Non stupisce che le dimissioni fossero molto rare, anche perché i salari erano superiori del 10-20% alla media di Dublino.
Mi chiedo se sistemi di welfare aziendale così generosi come quello della Guinness possano avere senso nelle corporations moderne, dove le parole d’ordine sono flessibilità, disponibilità al cambiamento, variabilità del salario. Un numero imprecisato di lavoratori desidera stabilità nel rapporto con il proprio datore, perché ha molta poca attitudine a vivere nell’incertezza. Non tutti vogliono fare i quasi-imprenditori, nella propria vita! Ma la realtà è che le aziende sono sempre meno in condizioni di offrire questa stabilità, per vari mutamenti globali più o meno desiderabili. Non mi pare esistano facili soluzioni a questo gap di aspettative. D’altra parte, credo che in uno scenario come quello attuale sistemi di welfare aziendale troppo paternalistici possano creare una illusoria percezione di sicurezza. A meno che nel welfare aziendale non sia inclusa anche una formazione al cambiamento e al miglioramento personale, purtroppo assenti dal nostro sistema scolastico.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 1 settembre 2014

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