Dejà-vu 43: I tassi a zero? Anzichè migliorare, peggiorano le aspettative

di Enrico Ascari (*) - 01/09/2014

Stampa Crea Pdf Invia Rss

Agosto, partito sotto pessimi auspici, è arrivato al traguardo senza grandi scrolloni per i mercati, pur confermandosi periodo atto ad agevolare sia le veloci scorribande dei predatori della finanza, sia le spesso velleitarie elucubrazioni degli analisti economici. Accade così, una volta tanto, di trovare più equilibrio nell’incessante movimento dei listini piuttosto che nelle opinioni dei cosiddetti esperti, scatenati nell’evocare scenari da incubo, soprattutto per l’Europa. Con l’ultima copertina del settimanale Economist come perfetta rappresentazione del concetto.
Mercati azionari volatili, ma non troppo. L’indice azionario globale chiude il mese leggermente sopra lo zero, asettica sintesi di marginali progressi per gli emergenti e Wall Street, il leggero calo di Tokio e di diversi mercati europei. Volatilità in brusco aumento ma solo per l’Europa e in esaurimento dopo la prima decade d’agosto. Tutto sommato poca roba considerando la combinazione tra peggioramento del quadro congiunturale, l’ombra lunga delle tensioni in Ucraina e Medio Oriente e la crescente dichiarata frustrazione di molti grandi gestori internazionali di fronte alle infinite immobilità europee. Con Francia e Italia sempre più al centro del mirino.
Contro la deflazione Euro debole. La valuta europea, come suggerito e ottenuto da Mario Draghi - l’uomo che “sussurrava ai mercati” - ha proseguito la sua discesa frenata avvicinandosi a quota 1,30 contro dollaro. Una svalutazione ormai del 6-7 per cento rispetto ai massimi dell’anno, utile in prospettiva per raffreddare i dilaganti timori di deflazione. Che ad agosto ha fatto la sua comparsa anche in Italia, accolta come l’ennesimo segnale dell’irreversibile declino del paese. A torto, perché deriva solo dal calo del prezzo delle materie prime importate, effetto congiunto dell’Euro forte ormai dietro le spalle e della riduzione dei prezzi petroliferi in dollari. Una manna per famiglie e imprese italiane destinata purtroppo a non durare a lungo.
L’ennesimo crollo dei rendimenti delle obbligazioni è stato il vero evento centrale del mese. Sui mercati interbancari, controllati più direttamente dalla BCE, i tassi sono a zero, sul brevissimo termine perfino negativi. In Italia i BOT a sei mesi sono stati emessi con un rendimento lordo dello 0,13 per cento. In parallelo continua l’inarrestabile calo dei rendimenti a lungo termine dei titoli governativi: il bund tedesco è sceso allo 0,9, il BTP italiano al di sotto del 2,40 per cento. Il tracollo dei rendimenti obbligazionari, accoppiato a dati congiunturali molto deboli, viene da molti considerato come la prova provata che i mercati – secondo costoro i migliori previsori degli scenari futuri – vedono all’orizzonte europeo più stagnazione e deflazione. Potrebbe essere un abbaglio.
La “riflessività” dei mercati. C’è il rischio di confondere l’effetto con la causa: i tassi che si schiacciano sono l’effetto (voluto) delle politiche monetarie non convenzionali (che hanno come obiettivo più crescita e inflazione) ma rischiano di diventare la “causa” dell’ulteriore peggioramento delle aspettative future. Ennesimo esempio della geniale intuizione dello speculatore filantropo George Soros sulla “riflessività” dei mercati, cioè sulla loro paradossale capacità di riflettere e amplificare una realtà virtuale, che dipende più dalle percezioni che dalla verità, amplificandola e condizionando il futuro “reale”. In definitiva: è in essere un infausto circolo vizioso che rischia di rendere ancora più inefficace e dannoso l’uso disinvolto della politica monetaria, alimentando aspettative economiche sempre più negative. E’ una spirale che va interrotta con un utilizzo più equilibrato degli strumenti di politica economica, non con un uso ancora più disinvolta della sola politica monetaria.
Ancora una volta, a Jackson Hole, Mario Draghi ha indicato il percorso riconoscendo che gravi difficoltà congiunturali si sommano a quelle strutturali. Rimangono necessarie le riforme dell’offerta, tanto a lungo evocate dagli economisti liberali e dalla stessa BCE. Ma ad esse vanno affiancate azioni più incisive sul fronte della domanda. Oltre alla politica monetaria si riconosce la necessità di utilizzare meglio la flessibilità prevista dalle regole europee e di accelerare sugli investimenti utilizzando il bilancio della comunità. Musica per le orecchie dei mercati e anche per quelle di Matteo Renzi. Anche perché Draghi ha già dimostrato di saper comunicare solo dopo essersi assicurato il consenso politico in Europa. Malgrado le mezze smentite non richieste del ministro delle finanze Wolfgang Schäuble, buone solo per ammansire l’opinione pubblica tedesca.

(*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.

Stampa Crea Pdf Invia Rss


Vuoi lasciare un commento o essere informato delle prossime novità di YouInvest? Compila questo breve form

Cognome *
Nome *
E-mail *
Il tuo giudizio su YouInvest *
Commento
Finalità del trattamento dei dati personali
Accetto le finalità del trattamento dei dati personali
Codice di verifica Cambia testo