Le startup dovrebbero nascere dal benessere e invece sono molto spesso figlie della precarietà

di Marco Liera (*) - 18/08/2014

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La settimana scorsa scrivevo che dare azioni ai dipendenti puo' essere in molti casi meno preferibile rispetto ai classici aumenti di stipendio. Un lettore mi ha chiesto allora come sia possibile remunerare i collaboratori nelle startups, imprese nelle quali la compartecipazione alla (sperata!) crescita di valore e' spesso la forma principale, se non unica, di retribuzione. Al punto che e' in non poche startup e' arduo distinguere tra la posizione del fondatore/fondatrice da quello dei "dipendenti".
Mi pare che quello delle startup sia un puzzle, una situazione nella quale non si puo' arrivare a spiegazioni necessariamente logiche. In teoria, solamente persone che gia' versano in una buona situazione finanziaria avrebbero le caratteristiche per assumere un rischio imprenditoriale. Nella realta' e' facile constatare che le imprese sono sovente avviate da individui (da soli o in squadra, con vari gradi di coinvolgimento) che cercano proprio nella startup una via d'uscita alla precarieta' della propria situazione economica. Poiche' aprire una impresa e' per definizione una attivita' rischiosa, a volte questi soggetti riescono nel loro obiettivo, ma molte altre no, anche con tentativi successivi, aggravando ulteriormente la loro vulnerabilita'. E d'altra parte si puo' anche constatare che se non ci fosse stata questa "fame" non troppo razionale, non si sarebbero inventati nuovi prodotti e servizi e non si sarebbe creata occupazione (regolarmente stipendiata!) nel settore privato.
In Italia ci sono 6 milioni 40mila imprese secondo i dati Unioncamere, e nel secondo trimestre il saldo netto tra aperture e cancellazioni e' stato positivo per 9.619 unita', nonostante la (o a causa della?) crisi. Non e' noto quante di queste imprese abbiano alle spalle situazioni finanziarie personali relativamente solide e quante invece nascano dalla precarieta'. Sarebbe interessante costruire nel tempo delle statistiche al riguardo, soprattutto allo scopo di osservare eventuali differenze nelle rispettive probabilita' di successo/insuccesso.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 18 agosto 2014

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