Le azioni ai dipendenti? Per molti di loro un aumento di stipendio è preferibile

di Marco Liera (*) - 11/08/2014

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In vari settori dell’economia da anni si sta allargando la forbice tra la remunerazione del fattore capitale e quella del fattore lavoro, un fenomeno che ha contribuito all’aumento delle diseguaglianze. Una delle possibili compensazioni di questo allargamento consiste nel far compartecipare i lavoratori alla crescita del valore della propria azienda. In altre parole, farli beneficiare di parte della sempre più generosa remunerazione del fattore capitale tramite piani di stock option, stock grants e così via. Una strategia, sia ben chiaro, che non è a costo zero per gli azionisti (di maggioranza o minoranza che siano) perchè comporta una loro diluizione. Ma che in vari Paesi è incentivata sotto il profilo fiscale e contributivo. 

Dal punto di vista del lavoratore, l’alternativa tra un aumento di stipendio e una compartecipazione alla crescita del valore della propria impresa non è neutrale. Pensiamo a un 30enne che deve pagare ogni mese la rata di un mutuo o il canone di locazione per la propria casa: non potrà certo finanziare questi impegni con stock option o azioni dell’azienda per la quale lavora, spesso vincolate per periodi più o meno lunghi (vesting period). In generale, esistono delle uscite incomprimibili delle famiglie che non possono essere rinviate al momento della maturazione del valore dei propri diritti azionari.  Per di più, investire una parte del benessere in azioni di un solo emittente può rappresentare una indesiderata e sconsigliabile concentrazione di rischio. In Italia l’utilizzo del TFR a volte previsto per l’acquisto agevolato di azioni del proprio datore del lavoro è una scelta ulteriormente forzata dal punto di vista della finanza comportamentale. Il TFR è interpretabile infatti come risparmio precauzionale, mentre le azioni sono sempre un impiego aspirazionale, finalizzato all’aumento del proprio benessere. I due conti mentali sono ben separati.

La compartecipazione alla crescita di valore della propria impresa può quindi essere proposta legittimamente a quelle fasce di lavoratori la cui situazione finanziaria e reddituale rende più indifferente l’alternativa dell’aumento di stipendio. Probabilmente si tratta di quei dipendenti con maggiore anzianità e/o più qualificati, i cui redditi correnti sono più che sufficienti per coprire le spese incomprimibili. Per tutti gli altri, meglio rinviare il momento in cui diventare ”capitalisti”.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore dell'11 agosto 2014

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