Dejà-vu 42: Le correzioni di Borsa? Sono un tardivo bagno di realismo

di Enrico Ascari (*) - 10/08/2014

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Temute, attese, a volte auspicate. Innocui lampi a ciel sereno o progressione di boati temporaleschi che esplodono nello scatenarsi della furia degli elementi. Le “correzioni” di borsa non hanno standard definiti. Convenzionalmente se ne definisce la dimensione: dal 3 al 10%. Oltre si entra nel regno dei “mercati orso” di cui se ne decreta l’ufficialità, a giochi fatti, con un calo del 20%. Ma il passaggio dall’auspicata fisiologica limatura dei prezzi alla spirale ribassista, che alimenta ansie e rimpianti,a volte è questione di poche ore.
Aumenta la volatilità. L’ottava appena conclusa ben rappresenta la fenomenologia della “correzione”. Impercettibile ed effimera a Wall Street, che chiude la settimana perfino con un minimo segno positivo, con la solita impennata finale contromano. Disomogenea in Asia, dove quasi solo Tokyo, zavorrata dallo yen in recupero, ha pagato pegno. Diffusa e persistente in Europa, con Francoforte che ha pagato il maggior prezzo, perdendo oltre il 2 per cento. Esagerata e scomposta, come sempre, a Piazza Affari, che ha lasciato sul terreno quasi il 6 per cento, affossata dalle banche (-8%). I bassi livelli di liquidità, caratteristici del periodo, hanno favorito le scorribande ribassiste degli operatori più scaltri e la rinnovata corsa alle “attività sicure”, alimentata dalle chiusura delle posizioni più fragili.
Consenso tradito. Il bilancio del 2014, finora, non è privo di aspetti ironici. Le obbligazioni governative, oggetto di unanime consenso negativo a inizio anno, sono salite alle stelle. Il rendimento del bund tedesco ha toccato nuovi minimi storici all’1%. I mercati azionari, viceversa, arrancano. I migliori rimangono quelli emergenti, a partire da India e Cina, anche in questo caso contro le aspettative prevalenti. Inossidabile, per ora Wall Street, aiutata da risultati aziendali nel complesso discreti. Piazza Affari, la migliore in assoluto a metà maggio, in tre mesi ha corretto del 16% tornando alle stesse quotazioni di inizio anno.
Fattori di preoccupazione. Rischi geopolitici, rinnovati timori sulla crescita in Europa e frustrazione per l’apparente mancanza di tangibili risultati del processo di riforme in Italia sono stati i tre elementi dominanti della settimana. Sul primo fronte si tratta di reazioni fisiologiche. C’era, se mai da stupirsi per la loro precedente impalpabilità. Per quanto riguarda la crescita europea, un Mario Draghi meno convenzionale del solito, ha ribadito che è “debole, fragile e disomogenea”. Nel qualificare l’affermazione non ha potuto evitare di considerare come i primi segnali di vitalità economica beneficino i paesi che con più convinzione hanno iniziato, volenti o nolenti, il percorso delle riforme strutturali. La Spagna e perfino la Grecia. In Italia, viceversa, il dato del PIL del secondo trimestre è suonato come conferma di ritardi ormai inaccettabili.
La partita vera si giocherà in autunno. Draghi ha sottolineato che la politica monetaria della Bce diventerà progressivamente più espansiva di quella americana, contenendo la forza dell’Euro e le spinte deflazionistiche. Le nuove operazioni di rifinanziamento della BCE (TLTRO) permetteranno di aumentare l’offerta di credito. La revisione della qualità degli attivi bancari in corso ridurrà le incertezze sulla solidità del sistema bancario. Anche la Bundesbank sembra più consapevole della necessità che la domanda interna in Germania contribuisca alla crescita comune. Mancano all’appello gli investimenti, pubblici e soprattutto privati, che dipendono dalle aspettative e dal miglioramento della fiducia degli imprenditori. E’ il tema delle riforme dell’offerta, quelle che ancora non si vedono in Italia. Dove però, malgrado la cagnara degli ultimi giorni, qualche segnale positivo non manca. Dalla riforma del Senato alla soluzione forse definitiva della vicenda Alitalia. Alla consapevolezza che la strada è obbligata. Dalle prossime mosse del governo Renzi dipenderà molto del futuro dei BTP e delle borse europee.

(*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.

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