Dejà-vu 41: come uscire dalla retorica del PIL

di Enrico Ascari (*) - 07/08/2014

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Il mai tanto atteso dato Istat sul PIL del secondo trimestre ha confermato le peggiori aspettative: la crescita italiana è ancora “in ghiaccio”. La chiamano recessione “tecnica” (due trimestri consecutivi di riduzione del PIL). Non si dispone ancora di sufficienti dettagli ma sembra che manchino all’appello investimenti e domanda estera. D’altra parte il ciclo economico internazionale, Stati Uniti a parte, sta rallentando soprattutto in Europa. E gli ultimi dati sugli ordinativi all’industria tedesca lo confermano in pieno. Solo ingenuità o malafede potevano far credere che  il bonus di 80 euro mensili, peraltro in busta paga solo da fine maggio, potesse impattare da subito i consumi. Un effetto lo avrà, ma solo se diventerà permanente, come garantito dal Governo, e comunque non potrà che essere di poche frazioni di punto percentuale. Ma associazioni di categoria e lobby, di cui si farebbe volentieri a meno, e perfino illustri  editorialisti di  lunghissimo corso, appartenenti di diritto al cerchio poco magico che ha assistito o contribuito alla rovina del paese, si sono disinvoltamente uniti alla montante canea dei distruttori e dei “benaltristi”.

Matteo Renzi deve tirare dritto, urlare al paese due verità e infine evitare, tra i tanti possibili, almeno un paio di imperdonabili errori.

Prima verità: tutti crescono poco. Nel mondo globalizzato post crisi finanziaria, caratterizzato da uno strutturale eccesso di offerta di beni, servizi e lavoro, incluso quello altamente qualificato, il tasso potenziale di crescita dei paesi occidentali rimarrà a lungo nettamente inferiore rispetto al passato. E’ la “nuova normalità”, le cui cause sono troppo spesso disinvoltamente trascurate. Gli Stati Uniti, in condizioni ottimali, possono viaggiare a ritmi del 2-2,5 per cento annuo. Hanno la leadership tecnologica e la moneta di riserva mondiale, quindi i maggiori gradi di libertà in termini di politiche economiche realizzabili. E’ il tasso di crescita medio dell’ultimo triennio. La Germania, il centro gravitazionale dell’Eurozona,  non sembra in grado di superare la barriera dell’1,5 - 2 per cento. Per la maggior parte degli altri paesi, se trascuriamo le oscillazioni congiunturali, siamo allo “zero virgola”. Se poi escludiamo le diverse dinamiche demografiche, i differenziali di crescita del reddito reale pro capite si restringono ulteriormente e convergono, ormai da un ventennio, verso lo zero. Non sono questioni alla portata dei  singoli governi nazionali.

Seconda verità: Italia fanalino di coda. Ciò detto è fuori discussione che l’Italia, di tutti i paesi sviluppati, è quello con la peggiore performance  economica su tutti gli orizzonti temporali dagli anni ’90 in poi.  Negli ultimi cinque anni il reddito nazionale è calato in termini assoluti ormai del dieci per cento. Il PIL è su livelli inferiori a quello del terzo trimestre del 2000. Globalizzazione e moneta unica sono variabili esogene per tutti, ma l’Italia  le ha digerite peggio degli altri. C’è quindi una seconda non scontata verità da urlare senza sosta ai sempre troppo pochi che vogliono capire:  tutte le cause del declino  e del progressivo impoverimento relativo, se non assoluto, del paese sono radicate nel nostro dna.

Renzi deve vincere in Italia prima che in Europa. E’ quindi a Roma che bisogna incidere con il bisturi, senza troppe distrazioni o alibi. Sotto questo profilo l’incombente  semestre europeo a guida italiana configura più trappole che opportunità  per l’esuberante Presidente del Consiglio e i suoi giovani colleghi. Il primo errore da evitare è quello di  generare troppe aspettative miracolistiche in termini di flessibilità delle regole di bilancio o di grandi investimenti comunitari in arrivo. Il reticolo asfissiante di vincoli e controlli faticosamente costruito negli ultimi anni (dal fiscal compact al “six-pack”) non si toccherà; l’unico aiuto potrà arrivare dalla Banca Centrale Europea. Ricordiamoci infine che al di là delle affermazioni di principio e delle favole, l’Italia è in competizione sui mercati interni e globali con gli altri partners comunitari. Purtroppo non esistono modelli alternativi o terze vie. Chi prima riforma, e tutti hanno del lavoro da fare, prima recupera, a danno dei competitori. Basta guardare la Spagna.  

Uscire dalla logica distorta del “denominatore”. La maledizione della crescita zero o peggio negativa, in un contesto di vincoli europei basati sulle frazioni (deficit/PIL, debito/PIL) comporta il fallimento seriale  nel perseguimento degli obiettivi di bilancio, causato dal tentativo di stabilizzare il rapporto con il denominatore in discesa. Il secondo errore da evitare a tutti i costi, sarà quello di impostare in autunno l’ennesima manovra correttiva che avrebbe come unico effetto l’ulteriore avvitamento di consumi e investimenti. E’ la tragicommedia degli ultimi vent’anni. Commesso da tutti, o sotto scacco, o per l’impossibilità di uscire dalla logica “tassa e spendi”. Da Amato, nel ’92, a Letta, passando per Ciampi, Berlusconi, Prodi, ancora Berlusconi, senza soluzione di continuità.  Che si sforino quindi, di poco, i limiti di bilancio. I partner lo accetteranno se nel frattempo riusciremo a presentarci con una decente revisione della spesa e qualche passo avanti sulle riforme istituzionali e della pubblica amministrazione.

Tenere duro.  Anche perché a partire dagli ultimi mesi dell’anno il vento potrebbe cambiare direzione. Qualche frazione decimale di PIL la porterà Draghi con  le nuove massicce operazioni di rifinanziamento delle banche; se reso definitivo il “bonus Renzi” aggiungerà qualche altro “zero virgola” alla crescita. Infine potrà tornare a incidere l’effetto fiducia, il potente moltiplicatore delle aspettative che ora si sta spegnendo. Ma che potrebbe riaccendersi se il Governo riuscirà a ottenere qualche tangibile risultato, superando la strenua resistenza dei poteri “marci” e l’incontrollato dilagare di demagogia e ignoranza, del “tanto peggio, tanto meglio”.   Renzi però dovrà correre sempre più veloce e con crescente determinazione, sperando che nel frattempo i mercati non perdano definitivamente la pazienza. Solo allora il PIL potrà “ripartire” ma, inutile illudersi, nella migliore delle ipotesi, ci vorranno dai cinque ai dieci anni di duro lavoro per tornare ai livelli del 2007.   

(*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.

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