Investire nella scuola/8: il perdente rapporto costi/benefici di certe università

di Marco Liera (*) - 04/07/2014

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Nel Regno Unito un laureato su cinque diventa milionario, in termini di ricchezza accumulata negli anni. In tutti i paesi europei, tra il 2007 e il 2012, l’occupazione dei laureati è aumentata; l’Italia è l’unica nazione dove l’occupazione dei laureati si è ridotta (fonte: Almalaurea).

La bassa crescita e la diffusione di aziende medio-piccole che non valorizzano le lauree sono le principali cause di questa differenziazione. Ma va detto anche che il sistema universitario italiano ha brillato per autoreferenzialità e distanza dal mondo delle imprese. Le famiglie e i giovani fanno due conti: nel 2012/2013 il numero dei laureati è sceso di 34mila unità, con una contrazione dell’11% in soli 12 mesi. L’università, come ogni formazione, può essere vista come un investimento. Se la percezione, giusta o sbagliata che sia, è che non sia molto remunerativa rispetto alle risorse impiegate, le iscrizioni crollano. Ricordo che 30 anni fa un anno di corso in una prestigiosa università privata italiana costava a una famiglia “media” un milione di lire, pari a 1.364 euro attuali, considerando l’inflazione. Ora le matricole di quella stessa università pagano almeno 5mila euro. Nel frattempo sono migliorate le prospettive reddituali per un laureato? Non mi pare, anzi. Lo stipendio di ingresso agli inizi degli anni 90 per un laureato in una buona facoltà di economia era di 1,5 milioni di lire netti al mese, pari a 1.500 euro di oggi considerando l’inflazione. Con contratti a tempo indeterminato. I dati Almalaurea ci dicono che oggi i laureati che trovano un lavoro (con contratti precari) prendono 1.000 euro netti al mese.

Certo, il tasso di occupazione dei laureati è superiore del 12% a quello dei non laureati. Anch’io sono convinto che per molti giovani l’università sia più che opportuna, e per accedere ad alcune professioni che richiedono conoscenze “forti” (medico, ingegnere civile, etc.) sia giustamente indispensabile. Ma c’è anche un buon numero di università che meriterebbero solo di chiudere, viste le infime prospettive occupazionali che sono in grado di offrire. Al proposito andrebbero migliorate le misurazioni esistenti sull'efficacia ai fini occupazionali delle varie facoltà/università, per mettere famiglie e studenti nelle condizioni di scegliere più consapevolmente. 

E poi attenzione: i laureati guadagnano di piu' perche' hanno fatto l'universita' o semplicemente perche' hanno caratteristiche diverse da quelle che non l'hanno fatta? Senza scomodare il compianto Steve Jobs o Bill Gates (noti dropouts ai rispettivi college), puo' darsi che avrebbero ottenuto gli stessi risultati reddituali senza fare l'universita'. In mancanza di test efficaci, non e' possibile arrivare a conclusioni univoche. Non mi sento pertanto di biasimare a priori quei giovani "smart" con risorse razionate dalle rispettive famiglie che decidono di non iscriversi all’Università e tentare – con i soldi a disposizione – dei percorsi alternativi, in Italia o all’estero. La formazione extra-curriculare, quella che viene fruita fuori dalle scuole superiori e dalle Università (e quindi da aziende, volontariato, sport, training personali e professionali etc.), è destinata ad avere sempre più importanza. Per laureati e non.

(*) Pubblicato su BlueRating di giugno 2014

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