Quei mercati molto frequentati dai fondi pensione (esteri)

di Marco Liera (*) - 17/06/2014

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Tra i grandi fondi pensione internazionali, investire pesantemente in titoli di Stato indicizzati all’inflazione a lunga scadenza denominati nella valuta in cui verranno erogate le prestazioni è uno standard molto diffuso. Indipendentemente dalla situazione dei mercati e soprattutto delle aspettative di inflazione, le aste varate dai Governi su questi bond si concludono con il tutto esaurito. E la pressione della domanda comprime ovviamente i rendimenti. Alla fine di maggio un index-linked gilt scadenza 2052 è stato collocato dal Tesoro inglese con un rendimento reale negativo (-0,065%).

Anche a livello accademico c’è una abbondante letteratura che conferma la superiorità di questi strumenti nel garantire con la minore incertezza possibile l’erogazione delle pensioni future in tempi lontani mantenendo almeno il potere d’acquisto dei contributi versati. Alcuni beni reali come le commodities si rivelano assai meno affidabili rispetto a questo obiettivo, stante la notevole volatilità che li caratterizza. Tra le alternative ai bond inflation linked storicamente meno inaffidabili ci sono gli immobili locati a canoni che si rivalutano automaticamente per tenere conto dell’inflazione (una volta corretti per il rischio di morosità del conduttore), e le foreste da legname (timber).  

I fondi pensione, le cui risorse continuano ad aumentare. sono tipicamente investitori compra-e-tieni su questi mercati (in particolare su quello dei bond inflation linked a lunghissima scadenza), e la scarsità di venditori nel tempo potrebbe creare una insensibilità del loro andamento alla congiuntura economica globale. Gli altri investitori istituzionali (come i fondi comuni e gli hedge funds) e i risparmiatori hanno orizzonti temporali assai più brevi e non possono disinteressarsi troppo della volatilità. La segmentazione di questi mercati e la creazione di pool di liquidità separati per le diverse categorie di investitori sono fenomeni da seguire con attenzione perché potrebbero modificare in modo imprevedibile i profili rischio-rendimento attesi delle varie asset class.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 16 giugno 2014

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