Quel 10% di italiani che sta diventando sempre più ricco

di Marco Liera (*) - 13/06/2014

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A fronte dei dati sulla disoccupazione in drammatico peggioramento e delle incognite sulla necessità di una manovra aggiuntiva, la Banca d’Italia nella sua Relazione Annuale rivela dei numeri sorprendentemente positivi sui flussi finanziari delle famiglie italiane. Tra il 2012 e il 2013 è praticamente raddoppiato da 21,2 a 40,2 miliardi di euro il flusso di investimenti effettuati dalle famiglie (tenuto conto della riduzione dei debiti). Si tratta di un dato aggregato, che va letto insieme a quello che riguarda l’aumento della polarizzazione della ricchezza. I dati dell’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane indicano che nel 2012 la quota di ricchezza netta detenuta dal 10 per cento dei nuclei più ricchi è aumentata al 46,6 per cento, dal 45,7 del 2010.
Si può supporre che anche i crescenti flussi positivi del 2013 siano stati asimmetrici e quindi abbiano riguardato soprattutto una minoranza di famiglie italiane, che grazie alle maggiori possibilità di risparmio (oltre che ai rendimenti dei propri attivi) diventano sempre più ricche. Di fronte a una quota crescente di individui che è costretta a prelevare dai risparmi per prelevare i propri consumi, ne esiste un’altra che invece continua ad accantonare. Le private banks e le reti di promotori finanziari da una parte spingono le famiglie benestanti a riallocare i propri attivi da impieghi obbligazionari a prodotti finalizzati (come i fondi comuni, le polizze Vita e i fondi pensione). Dall’altra cercano di intercettare questi nuovi flussi finanziari, che nel 2013 hanno appunto riguardato le classiche proposte del risparmio gestito.
Posto che la polarizzazione della ricchezza e dei risparmi ha delle conseguenze sociali indesiderate e incontrollabili, occorre accettare il fatto che una fetta non irrilevante della popolazione non solo non se la passa male, ma sta anche migliorando il proprio benessere. Si nota poco, perché l’attenzione dei media è giustamente rivolta a chi sta peggio. E poi perché nella scelta tra cambiare l’automobile (e quindi farsi notare) o sottoscrivere un fondo comune o una polizza Vita queste persone probabilmente preferiscono la seconda opzione.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 9 giugno 2014

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