Dejà-vu 31: la BCE non è l'unico protagonista nel teatrino dei mercati

di Enrico Ascari (*) - 08/06/2014

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Dopo le parole i fatti. Con la raffica di provvedimenti annunciati da Mario Draghi lo scorso giovedì la Banca Centrale Europea ha messo la museruola alla maggioranza dei vociferanti scettici. Tutte le armi a disposizione sono state utilizzate, fatto salvo l’ordigno nucleare del “quantitative easing” su larga scala, che rimane comunque ancora disponibile in futuro se “dovesse diventare necessario”. L’insieme delle misure aumenta la probabilità che la crescita congiunta di domanda reale e inflazione in Europa sia meno flebile di quanto ipotizzato dalle più recenti previsioni dell’ufficio studi della BCE, almeno a partire dal 2015. Tali obiettivi sono perseguiti riducendo nella sostanza a zero il livello dei tassi d’interesse di riferimento per il sistema bancario e penalizzando con un tasso negativo dello 0,1 per cento i fondi che le banche depositano nei forzieri di Francoforte, ancora pari a circa 120 miliardi di euro. Inoltre si prevede l’erogazione di nuovi finanziamenti (TLTRO) fino a 400 miliardi di euro agli istituti bancari, finalizzati all’espansione dei crediti verso il settore reale dell’economia (con esclusione degli impieghi di natura finanziaria e immobiliare). Ovviamente i risultati dipenderanno in larga misura dall’aumento della domanda di credito da parte delle imprese, che oggi viaggia su livelli da prefisso telefonico, e che a sua volta dipende da un variegato insieme di fattori non direttamente controllabili dai signori della moneta. Il principale dei quali, però, è di natura prevalentemente immateriale, se vogliamo “sentimentale”: parliamo dello “stato delle aspettative”, del volubile grado di fiducia, il potente catalizzatore degli “animal spirits” imprenditoriali, determinante volano di crescita per gli investimenti delle imprese e i consumi delle famiglie. Le azioni adottate, malgrado il rognoso scetticismo ancora difficile da scalfire, sono tali da poter esercitare, sia pure indirettamente, un effetto positivo anche sulle attese degli operatori economici, oltre che direttamente sul potenziale d’ espansione del credito del sistema bancario. Che mai come oggi è stato oggetto della vocale e pressante moral suasion dei banchieri centrali, anche perché in Europa è lo snodo centrale, se non unico, della trasmissione della politica monetaria verso il sistema produttivo. Banche che, sotto la spada di Damocle dell’ Asset Quality Review, la ramazza degli attivi bancari spazzatura, stanno chiedendo al mercato 45 miliardi di nuovo capitale e continuano a ridurre gli attivi.
Passando dall’economia reale all’ecosistema della finanza le decisioni assunte dalla Bce hanno una portata storica probabilmente simile a quelle conseguenti al “whatever it takes” del luglio di due anni fa. In primo luogo hanno il chiarissimo obiettivo di ridurre la frammentazione dei mercati finanziari nella zona Euro, la metastasi da estirpare per garantire una sana sopravvivenza della moneta unica. Tradotto per i risparmiatori ciò significa che la Banca Centrale apre la strada verso un ritorno dei differenziali tra i rendimenti dei titoli governativi dell’area verso i livelli prevalenti prima della crisi. Ovviamente ciò va inteso alla lettera: per arrivare alla meta c’è ancora da percorrere uno stretto sentiero in salita dove il duro lavoro “di gambe” spetta ad altri (leggi governi e “riforme strutturali”), non alla BCE. E una prima importante conferma è già arrivata dai mercati nella giornata di venerdì, con le obbligazioni dei periferici tutte al galoppo. Ma non sono coinvolte solo le periferie mediterranee. L’azione di Draghi accelera la corsa al “carry trade” globale che coinvolge tutte le attività finanziarie ancora portatrici, speriamo sane, di un sia pure minimo premio per il rischio, a partire dalle obbligazioni dei paesi emergenti. Inoltre le misure adottate migliorano ulteriormente le prospettive per le azioni del Vecchio Continente, a partire dai titoli bancari e dai comparti più esposti alla domanda interna. Infine, in prospettiva, dovrebbero favorire il necessario indebolimento dell’Euro. Di tutte le previsioni questa sembra la più controversa, a nostro avviso più nel breve che nel lungo termine. Forti afflussi di capitale verso le attività finanziarie europee potrebbero infatti, come accaduto fino a marzo, rafforzare la divisa unica, eventualità questa che la BCE dovrà cercare di scongiurare con tutte le sue forze, sempre rimanendo nei “limiti del suo mandato” – come ossessivamente ripete Mario Draghi - per riportare l’inflazione verso l’agognato due per cento.
Scenari rosei, in definitiva. Vero, con due prudenti precisazioni finali. La prima: in che misura i mercati hanno già scontato le decisioni assunte giovedì, prima e dopo l’algida conferenza stampa del Governatore? Nel breve termine molto, ma se allunghiamo l’orizzonte oltre l’immediato, poco o niente. La seconda: le banche centrali sono il primo attore sulla scena dei mercati finanziari, ma non l’unico. Il “teatrino” della finanza può avere copioni più o meno avvincenti e lo spettacolo in corso si è meritato un grande successo di pubblico (ovviamente di quello che ha capitali finanziari investiti). Ma c’è un problema: in prospettiva rischia di diventare stucchevole, troppo abusato; nuovi imprevedibili comparse potrebbero saltare sul palco a stravolgere l’eccitante trama odierna. Insomma il finale, come sempre quando si tratta di mercati, non è scritto. Fuor di metafora: con i tassi a zero le borse prevalentemente sui massimi degli ultimi cinque anni i margini di sicurezza rispetto a possibili imprevisti si sono ridotti a poca cosa. Ciò detto, avanti con consapevole ottimismo. I problemi veri per azioni e obbligazioni paradossalmente arriveranno solo quando le economie europee ricominceranno a crescere davvero. Per questo però, c’è ancora tempo.

(*) Nato a Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.

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