Dejà-vu 30: Il "grande nulla" per le scelte di investimento

di Enrico Ascari (*) - 03/06/2014

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La volatilità è in trance. O meglio, dà ancora flebili, impercettibili ma stazionari segnali di vita. Gli indicatori che misurano e/o prevedono l’ampiezza delle oscillazioni dei prezzi finanziari e dei corrispondenti rendimenti di periodo seguono un lento apparentemente inarrestabile declino. Dai futures sul petrolio, ai mercati dei cambi, dalle borse di mezzo mondo, ai mercati obbligazionari, i segnali sono univoci e convergenti.

L’indice dei cosiddetti “mercati di frontiera”, che include paesi come il Kenya, il Qatar, il Botswana, e il Vietnam nel 2013 è stato persino meno volatile di quello dei mercati sviluppati (con una deviazione standard annualizzata del 17,4%, contro il 23,7%). E’ un fenomeno evidente da tempo, da alcuni considerato incomprensibile, da molti insostenibile. Perché la misura della volatilità è sempre stata a sua volta molto volatile, soggetta a improvvise fiammate, seguite da lunghi periodi di relativa stabilità. Su livelli ben più alti di quelli attuali, però.

Di solito le ardite risalite corrispondono a cali o tracolli dei prezzi, mentre una bassa volatilità va a braccetto con moderati e prolungati rialzi dei valori. I primi killer della volatilità sono da tempo le banche centrali, la cui azione è stata finalizzata, direttamente o meno - secondo i punti di vista - all’amorevole sostegno dei mercati della finanza. Un’altra possibile determinante della caduta della volatilità è la progressiva rimozione dei fattori di rischio geopolitico ed economico dagli scenari dei gestori.

I cieli delle aspettative non sono mai perfettamente sereni, ma mai come oggi sembrano tali. Fuor di metafora, l’esercizio di ricerca e catalogazione dei rischi conosciuti o immaginati è stato replicato fino allo sfinimento e ormai si è evoluto in stucchevole ritornello che non spaventa, piuttosto annoia. Qualche esempio? Il motore dell’economia americana sembra girare al regime giusto, né troppo alto, né troppo basso: il PIL negativo del primo trimestre è stato derubricato ad aberrazione statistica, dovuto a un temporaneo calo delle scorte e al maltempo. Il tanto evocato rallentamento cinese non eccita più, tanto tutti sanno che i numeri sono manipolabili e quasi certamente manipolati. I paesi emergenti, dove ovviamente nell’immaginario collettivo non tutto si può smacchiare, con qualche risultato elettorale favorevole e un po’ di benevolenza dei mercati, sono usciti dal cono d’ombra del rifiuto. L’accordo sul gas tra Russia e Cina ha eclissato anche gli ultimi residui d’attenzione verso le vicende ucraine. L’ eventuale deflazione in Europa è una ferita già anestetizzata dal prossimo giro di valzer della BCE. Infine anche l’incognita delle elezioni europee è stata spazzata via dal tavolo: il risultato in Italia, promessa di una novella stabilità, ha più che compensato il successo relativo dei movimenti nazionalisti ed euro fobici altrove. Che non spaventano più di tanto i mercati, anzi. Ormai sono considerati dai più solo “utili idioti”, lo spauracchio che finalmente favorirà una qualche svolta meno rigorista in Europa. Valutazioni tutte forse superficiali ma che, per ora, hanno il pregio di “avere ragione”, di essere causa ed effetto dell’andazzo dei mercati negli ultimi tre anni.

In questo quadro nel grande caleidoscopio delle attività finanziarie globali ormai domina il colore verde. Tranne pochissime eccezioni, come gli “inutili” replicanti dei metalli preziosi e qualche mercato azionario (Russia e Cina), sale tutto. Piano, con prudenza, in corale movimento che accomuna azioni e obbligazioni, settori e comparti da tempo considerati sopravvalutati e altri, che se non lo erano, ora si sono molto avvicinati al gruppo, come le azioni europee. L’universo delle scelte d’investimento sembra diventato il “grande nulla” un mondo ormai privo di attività finanziarie caratterizzate da un almeno decente appeal di potenziale rivalutazione basato su evidenti valori fondamentali. Certo, se sostituiamo l’aggettivo “evidenti” con “inespressi” o “potenziali”, forse qualche alternativa si trova ancora, senza nemmeno cercare troppo lontano. Piazza Affari potrebbe essere una di queste, con il settore dei finanziari ancora come candidato principale, ammesso che siano digeriti i nove miliardi di aumenti di capitale attesi nei prossimi due mesi (Monte Paschi e altre).

Non casualmente l’ultima ottava post elezioni ha visto un ovvio ritorno di fiamma verso i mercati finanziari domestici, con significativi recuperi verso i minimi dello spread (di nuovo a quota 160) e verso i massimi del listino azionario. Wall Street e la borsa di Francoforte hanno segnato, ancora una volta, nuovi record. Gli evidenti nuovi afflussi di capitale verso i lidi europei, che invertono la tendenza negativa delle sette settimane precedenti (dati EPFA sui fondi comuni), arrivano probabilmente da chiusure di posizioni sulle valute e attività finanziarie in paesi emergenti. Dopo diversi mesi di recupero, gli ETF di riferimento per l’area segnano infatti un segno negativo. La settimana entrante sarà condizionata dalla riunione della Banca Centrale Europea del prossimo cinque di giugno, dalla quale si attendono decisioni “forti”: a) una ulteriore limatura del tasso di riferimento di 10-15 punti base; b) la novità assoluta di un tasso negativo per i depositi sulla banca centrale; c) provvedimenti di incentivo del credito bancario a favore delle piccole e medie imprese; d) forse un rinnovo parziale dei finanziamenti a lungo termine per il sistema bancario (LTRO). Vedremo se, come spesso accade, il mercato, dopo aver “comprato” le attese, “venderà le notizie”, oppure se Mario Draghi saprà ancora una volta sorprenderci.

(*) Nato nella ormai universalmente nota Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.

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