Uber e i rischi dell'unico attivo dei taxisti

di Marco Liera (*) - 27/05/2014

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“E’ il nostro TFR”. Il taxista che mi carica all’aeroporto di Bari ha sentito gli echi dell’agitazione anti-Uber dei colleghi milanesi, e racconta che la sua unica ricchezza è la sua licenza, comprata a debito. Come molti altri che fanno quel mestiere. Scelte finanziarie malaccorte? Bisognerebbe vedere caso per caso quali erano le alternative occupazionali. Poi leggo sul FT che Uber sta trattando un nuovo round di finanziamenti, che la valuterebbe 10 miliardi di dollari, il triplo del round di appena nove mesi fa. Niente male per una società fondata cinque anni fa. E’ il capitalismo, bellezza. E mi viene in mente che nel suo ultimo libro il premio Nobel per l’economia Robert Shiller dimostra come l’innovazione finanziaria possa creare benessere diffuso anziché distruggerlo. E allora mi chiedo: come ridurre i rischi per le popolazioni come i taxisti con una ricchezza concentrata in una licenza? E’ un caso diverso dagli imprenditori che rischiano di fallire, perché la loro è una attività fortemente regolata, un servizio pubblico. Esposto in ogni caso alla ciclicità del mercato di riferimento, e all’aggressione di nuovi entranti che rompono le regole, come Uber. Che a Chicago ha già provocato una svalutazione dei “medallions”, ma a New York (dove pesa appena lo 0,17% dei pickups) no, almeno per ora.

Si potrebbe istituire un fondo per la stabilizzazione del valore delle licenze, finanziato dai taxisti quando smettono di pagare i propri debiti e investito in bond in euro tripla A. Con meccanismi di solidarietà per chi non riesce a contribuire. E poi, perché non mettere sul piatto della trattativa con Uber anche una sottoscrizione di warrants su azioni della società californiana? Sarebbe una decorrelazione quasi ideale: se il business di Uber dovesse continuare ad avere un successo maggiore delle attese, la quotazione dei warrants salirebbe, compensando almeno in parte l’eventuale svalutazione della licenza. Se l’operazione fosse stata fatta nove mesi fa, la performance sarebbe già eccezionale. I fondatori, gli investitori e i manager di Uber avrebbero rinunciato a parte del loro upside, certo. Ma forse si sarebbero risparmiati il lancio di uova. E' la sharing economy, bellezza!

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 26 maggio 2014

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