Dejà-vu 28: Dalle elezioni una svolta per il futuro dell'euro

di Enrico Ascari (*) - 23/05/2014

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Mancano ormai poche ore alle prossime elezioni europee del 25 maggio. E’ un appuntamento elettorale che arriva troppo presto, con “il morto in casa” e che rischia, a torto, di essere snobbato. In ballo, nell’immediato,  non c’è, come molti vorrebbero far credere,  la sopravvivenza dell’Euro o  la diluizione del fiscal compact. La Germania, solitaria vincitrice della partita europea  non lo permetterà. Non c’è neppure una mitica e retorica alternativa tra un’ideale Europa dei popoli contrapposta a quella dei banchieri e dei burocrati, che indubbiamente ha dominato la scena negli ultimi anni. L’Europa non è la Svizzera, unico paese ad alto livello di sviluppo che possa ancora  permettersi una democrazia partecipativa[i]. Malgrado ciò la posta in gioco, per l’Europa e per l’Italia è molto alta. A livello comunitario,  riguarda  le politiche e le istituzioni. Temi poco eccitanti si dirà. Sbagliato. Nei prossimi cinque anni i policy makers europei finiranno, volenti o nolenti, per  indirizzare il futuro dell’Unione verso due traguardi alternativi. Il primo è quello della completa integrazione europea, l’Europa Federale.  Il secondo è il ritorno alla mera regolamentazione dei mercati sotto il dominio incontrollato della superpotenza tedesca. A dire il vero c’è una terza possibilità, forse la più logica: accelerare l’integrazione nell’Eurozona, l’area dei 18 paesi della UEM (Unione Economica e Monetaria) e ridurre ai minimi termini le aree di intervento a livello di Unione Economica (quella dei 28 paesi) ormai derubricata a ridicolo labirinto amministrativo. Temi di complessità siderale, oggettivamente incomprensibili alla maggioranza dei cittadini europei[ii]. I quali, da settimane, sopportano un interminabile dibattito sull’Euro, perfetto capro espiatorio, origine di tutti i mali, diventato perfino “crimine contro l’umanità”[iii]. Sarebbero tutti da vedere questi apprendisti stregoni alle prese con la gestione politica e tecnica della strategia d’uscita. Dopo aver innescato la bomba nucleare, si scioglierebbero come neve al sole, lasciando ovviamente tutte le responsabilità del disastro ai “tecnici”. Comunque i tifosi anti euro sappiano che non devono prematuramente abbandonare ogni speranza. Perché, alla lunga, la fine dell’Euro potrebbe  riaffacciarsi alla ribalta se non si porrà rimedio alla crescente divaricazione della performance economica dei paesi membri. Che non si fermerà senza una vera politica di bilancio federale. E qui entra in gioco l’Italia, che rimane il ventre molle della Comunità proprio perché, malgrado tutto, è ancora la terza potenza economica del continente e come tale con un potenziale autolesionistico e distruttivo ancora intatto. Un esito elettorale eccessivamente sbilanciato verso la protesta velleitaria farebbe in breve evaporare la fiducia dei partner europei e ritirare l’apertura di credito dei mercati finanziari. Renderebbe impraticabile il percorso verso una maggiore integrazione e condivisione delle risorse nell’Eurozona. Sarebbe  la migliore scorciatoia non per un’Europa diversa, voluta da molti, ma per un’Europa impossibile. Con tutte le conseguenze del caso.

Profetiche visioni

Il punto essenziale da comprendere è che nel medio termine o si procede verso uno vero stato federale sul modello americano, oppure l’intera costruzione europea  si sgretolerà lentamente, fino al possibile, improvviso, crollo finale. Che avrà uno o più attori protagonisti, da individuare tra i paesi con maggior peso economico della comunità. Potrebbe essere la Germania, per scelta; oppure l’Italia, per necessità; ma anche la Francia potrebbe dire la sua. Ma come, si dirà, la crisi dell’Euro non era finita? Forse per i mercati, spesso soggetti a improvvisi vuoti di memoria ed effimeri entusiasmi. D’altra parte solo poco più di due anni fa,  siamo arrivati a un passo dal baratro.[iv] Non illudano i significativi progressi fatti da allora. Che non vanno sbrigativamente sottovalutati ma rimangono condizione necessaria ma non sufficiente. Riguardano quasi esclusivamente la “questione finanziaria”, la messa in sicurezza del sistema bancario. Rimane irrisolta la contraddizione di fondo di un’area economica che condivide la stessa moneta ma non le politiche fiscali e di trasferimento delle risorse tra i diversi paesi che continuano ad ampliare  i differenziali di crescita.

Dal punto di vista della “triste scienza” l’intero dibattito sull’ integrazione economica e monetaria europea è profeticamente riassunto in un saggio di Nicholas Kaldor, economista neokeynesiano, scritto nel 1971[v], vent’anni prima della firma del trattato di Maastricht. Parole scolpite nella pietra, unitario punto di riferimento di economisti di tutte le tendenze. Inclusi i più accaniti avversari dell’Euro, ben rappresentati, in Italia, da Alberto Bagnai[vi]. Vale la pena citarne alcuni passaggi.

 “… Prima o poi le nazioni europee saranno pronte per fondere le identità nazionali e creare una nuova Unione Europea, gli Stati Uniti d’Europa… Ciò comporterà la creazione di una “completa unione economica e monetaria”. Ma è un pericoloso errore credere che possa precedere l’unione politica o che possa agire “come una leva per arrivare a una unione politica di cui nel lungo termine non si potrebbe fare a meno”. Questo perché la creazione di un’unione monetaria e di un controllo comunitario sulle politiche di bilancio nazionali genera delle pressioni che portano alla distruzione dell’intero sistema che alla fine impedirà lo sviluppo di un’unione politica, invece di favorirlo... l’unione politica presuppone una integrazione e non solo una armonizzazione fiscale. Richiede la creazione di un governo comune e di un parlamento che abbiano la responsabilità almeno della maggior parte della spesa erogata oggi dai governi nazionali, finanziata da un’imposizione fiscale omogenea tra i diversi stati membri. Con un sistema integrato di questo tipo le aree più prospere sussidiano automaticamente quelle più depresse e i paesi con esportazioni in calo ottengono benefici indiretti versando di meno e ottenendo di più dal ministero delle finanze comunitario. Le tendenze cumulative al progresso e al declino < le divergenze nei trend di produttività e competitività> vengono così tenute sotto controllo da stabilizzatori fiscali che costringono le aree in “surplus” a erogare automatico aiuto fiscale a quelle in “deficit”. L’assenza di una politica fiscale comune, con una moneta unica e il mero controllo comunitario dei budget dei singoli paesi,  impedirà agli stati membri di adottare politiche discrezionali di piena occupazione o di assorbire shock esogeni sui livelli di produzione  e occupazione.”

In definitiva Kaldor ci dice che: a) l’unione politica deve precedere, non seguire quella economico monetaria; b) adottare una moneta comune senza integrazione fiscale, che è molto di più del  controllo o dell’armonizzazione, amplifica gli squilibri tra gli stati membri che perdono la sovranità monetaria; c) ciò impedisce l’adozione delle necessarie politiche di aggiustamento ciclico a meno di non infrangere le regole di coordinamento delle politiche fiscali; d) l’esito finale di questo processo rischia di far fallire l’obiettivo ideale iniziale di integrazione politica o unione federale, portando alla catastrofe. Quella evitata per un soffio nel 2011.

Dalla triste scienza all’arte del possibile

Ovviamente i padri fondatori dell’Euro erano ben consapevoli dell’“azzardo fatale” derivante dall’adozione di un’unica moneta in un’area economica caratterizzata da scarsa mobilità del lavoro e un livello di armonizzazione fiscale minimo. E’ noto che l’accelerazione di un processo che incubava da tempo è stato il prezzo richiesto alla Germania dal Presidente francese Mitterand per accettare la riunificazione tedesca. Prezzo pagato malgrado l’opposizione della Bundesbank, che in cambio otteneva il protettorato istituzionale sulla BCE.  La sfida alle future generazioni è stata quella di forzare i paesi europei a fare un salto verso una maggiore integrazione fiscale e politica. Esattamente il percorso previsto e sconsigliato da  Kaldor . Messo in piedi, oltretutto, bruciandosi i ponti alle spalle, cioè evitando di prevedere nei trattati una procedura di uscita dall’Euro. Nelle parole dell’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt: “Questa è la forza dell’euro, che nessuno può andarsene senza danneggiare in modo severo il suo Paese e la sua economia”. L’euro quindi è stato prima di tutto una scelta politica e solo la politica (non la BCE) può garantirne la sopravvivenza. Perché ciò sia ancora possibile la condizione necessaria è che si acceleri il processo di integrazione europea, o almeno o forse solo, dell’Eurozona.  D’altra parte sono state proprio le carenze nel processo di integrazione economica e monetaria a rendere drammatica la crisi dell’Euro, innestata comunque dalla deriva criminogena del sistema finanziario globale. L’economista Giacomo Vaciago[vii] sostiene che “…non possiamo avere una buona unione monetaria se non è buona l'unione economica, e viceversa. Ciò era ovvio 25 anni fa, ma non tutti se lo sono ricordato e non abbiamo saputo garantire che i progressi nei due campi fossero continui e contemporanei… in tutti e due i campi si è fatto poco… senza unione bancaria, l'unione monetaria neppure c'è…” e anche per quello che riguarda l’unione economica ”… che doveva significare un grande, unico, e buon mercato, ben regolato e vigilato (antitrust, etc.) e con le appropriate politiche strutturali, regionali, sociali che servono a dare equità oltre che efficienza ad una buona economia di mercato…abbiamo in questi anni scoperto che solo per una parte dell'economia… valeva la regola della competizione e quindi la sovranità di scelta del consumatore. Ma questo sarà circa un terzo dell'economia: per il resto, abbiamo visto che non vince il migliore, nell'interesse suo e dei suoi clienti, ma vince, a spese del consumatore, chi più è "protetto" di volta in volta dalla politica, da una qualche corporazione.”

Stessa opinione ha espresso di recente Mario Draghi: “le difficoltà di reazione alla crisi sarebbero state minori con un maggior livello di integrazione, piuttosto che il contrario. Il punto è che bisogna andare verso una maggiore integrazione che migliori l’efficienza ma tenga in dovuto conto anche l’equità. E poi oltre alla stabilità ci deve essere dell’altro, maggiore crescita e più lavoro”[viii]

Qualche progresso

Malgrado tutto “fare l’Europa si può”. Certo servono elites europee all’altezza di un compito che rimane ideale e politico, prima che economico. Ma che, nell’immediato, non può più prescindere dall’ineludibile dato di fatto che il vecchio continente è piagato dalla disoccupazione e rischia di essere preda della deflazione. Ciò non toglie che, dall’ormai  famoso G 20 di Cannes del novembre 2011, tra mille compromessi, numerosi errori e qualche ruvida intromissione negli affari interni di un paio di paesi “devianti”, qualche passo avanti sia stato realizzato, anche se solo sul fronte della stabilizzazione finanziaria. Per rendersene conto basta rileggere alcuni passaggi di un articolo scritto da Guido Tabellini durante le ore più buie della crisi[ix]:

“Le riforme nazionali sono una condizione necessaria ma non sufficiente per arrestare la crisi. La ragione è che la sfiducia non riguarda più il singolo Paese, ma l'intera zona euro. Ormai si è diffusa la convinzione che le fondamenta stesse dell'euro sono viziate da un difetto costitutivo. In tutti i Paesi avanzati, la banca centrale ha il compito di tutelare la stabilità finanziaria, agendo da prestatore di ultima istanza. La Bce questo compito può svolgerlo solo a metà: essa può offrire liquidità alle banche in difficoltà, ma non può farlo nei confronti degli Stati dell'euro. Il risultato è che i Paesi ad alto debito pubblico sono lasciati in balia dei mutamenti di umore dei mercati. Fino a che la fiducia dura, tutto va bene. Se per qualche ragione la fiducia vacilla, il peso del debito diventa presto insostenibile. Questo problema è aggravato da un secondo grave difetto nelle fondamenta dell'euro: la politica monetaria è stata centralizzata, ma la supervisione bancaria è rimasta una competenza nazionale. E oggi le autorità di supervisione non si fidano più l'una dell'altra. La sfiducia è così diffusa, che i supervisori nazionali impongono alle banche di non trasferire liquidità fuori dal loro Paese, per non trovarsi esposte nell'eventualità che la crisi degeneri. Siamo arrivati al paradosso di avere una moneta unica, con 17 mercati bancari e del debito pubblico segmentati dai confini nazionali, che praticano tassi di interesse diversi alla loro clientela. Una situazione del genere non può durare a lungo.”

Da allora molto è cambiato. E’ stato parzialmente reciso il cordone ombelicale tra sistemi bancari e debiti pubblici nazionali; la Banca Centrale Europea ha trovato adeguate modalità per sostenere, sia pure in modo condizionato, il debito di paesi in difficoltà  e convincere (pro tempore) i mercati che l’Euro è “irreversibile”; la supervisione bancaria sta per essere trasferita alla BCE; infine oggi Mario Draghi, grazie alla instancabile azione di corteggiamento  degli ambienti politici che contano a Berlino, può persino permettersi di discutere di “quantitative easing”. Risultati ottenuti però solo accettando di sottoscrivere un diabolico patto faustiano con la Germania  che rischia di far perdere l’anima alle periferie europee, costrette ad indossare la cintura di castità fiscale del fiscal compact e dei suoi corollari. E’ ormai noto a livello teorico e confermato dall’evidenza empirica che l’austerità fiscale in una condizione di recessione è controproducente. Provoca un ulteriore calo della domanda che, almeno nel breve periodo, fa crescere ulteriormente il debito pubblico. Secondo l’economista e ex banchiere della BCE Lorenzo Bini Smaghi tale accanimento non deriverebbe dalla “stupidità” dei burocrati europei ma  da una mancanza di alternative  dovuta al rinvio delle riforme strutturali (cfr. L'austerità non è solo figlia della stupidità | Lorenzo Bini Smaghi).  E qui torna sul banco degli imputati l’Italia, accusata da più parti di essere il paese che, tra tutti quelli più coinvolti nella crisi, meno ha fatto su questo terreno, continuando a pagare un prezzo altissimo. Testimoniato  dagli ultimi dati di crescita del PIL  che vedono il paese ancora arrancare in salita, sempre l’ultimo del gruppo.

La “frustrante incognita”

Nessuna più o meno depressa landa europea ha bisogno di buona politica più dell’Italia e l’esito delle imminenti elezioni sarà determinante. Dobbiamo capire se il paese ha davvero voglia di “cambiare verso”, o almeno di provarci, o se tornerà a rappresentare  la frustrante incognitarisolta per le vie spicce dai mercati e dalle cancellerie europee nei primi giorni di novembre di tre anni fa. Da tempo non è più una questione ideologica, un manicheo scontro tra il bene e il male, tra liberismo e socialdemocrazia, tra stato e mercato. Tutto è terribilmente più complicato. Si tratta di scegliere, in definitiva tra tre alternative. La prima esprime una volontaristica speranza di cambiamento, una visione, un progetto, forse velleitari, ma perseguibili, sia pure con infinita pazienza e determinazione. La seconda rappresenta il sogno o l’illusione dell’azzeramento della politica, il ribaltamento del tavolo da realizzare attraverso il falso mito democratico della “rete”. La terza è l’usato “sicuro”, il vecchio che avanza, il piano inclinato, il paradossale premio per il fallimento (degli altri). Tutto il resto è folcloristica noia. In una prospettiva europea, semplificando, la prima alternativa declina l’aspettativa di un’Europa da cambiare con una consapevole e attiva partecipazione; la seconda chiama le genti a un tecnicamente improponibile referendum sull’Euro; la terza esige che la BCE “stampi moneta”. Chi tra gli elettori crede che la moneta unica sia la causa principale di tutti i mali del paese può scegliere indifferentemente per la seconda o terza opzione. Che non sono ovviamente equivalenti sotto numerosi profili, ma aumentano entrambe la probabilità che il paese “troppo grande per essere salvato” possa alla fine decretare la fine dell’Euro.

I due macigni che affossano l’economia italiana sono l’enorme debito pubblico e l’inarrestabile declino della produttività, a sua volta causa ed effetto della decrescita del paese. I due fenomeni sono sicuramente correlati  e collegati da complesse  relazioni di causalità e retroazione. Certamente la loro genesi risale a tempi ben precedenti all’introduzione della moneta unica[x]. Le rigidità, soprattutto sotto il profilo della gestione  della politica economica, cioè i vincoli, o meglio il “vincolo esterno”, derivanti dall’adozione dell’Euro hanno probabilmente contribuito a peggiorare drasticamente i fondamentali della penisola ma realisticamente per responsabilità da attribuire interamente alla classe dirigente (non solo la politica) che ha guidato il paese negli ultimi venti anni. L’economia non è scienza che possa dimostrare le sue tesi con esperimenti in vitro. E’ difficile valutare gli effetti di una scelta di politica economica, perché manca una stima credibile del “controfattuale”, di quello che sarebbe successo se la scelta non fosse stata fatta. Ciò permette a tanti la pretesa di dimostrare tutto e il contrario di tutto. Malgrado ciò l’evidenza empirica conferma le responsabilità tutte “domestiche” del declino. Quanto meno di quello relativo rispetto a tutti gli altri paesi che condividono l’Euro, Grecia inclusa, visto che la nostra performance economica nell’ultimo ventennio è stata in assoluto la peggiore non solo nell’Area Euro, ma perfino a livello globale.

Come sempre le elezioni europee sono il pretesto per regolare i conti della politica anche a livello nazionale, soprattutto in Italia, patria dell’instabilità politica.  Mai come in questa occasione però il risultato delle urne italiane condizionerà il futuro dell’Europa. Ormai infatti prevale la consapevolezza che sia necessaria e probabilmente imminente una drammatica svolta che acceleri il ricambio anche generazionale della classe dirigente che ha portato il paese nelle condizioni che sappiamo. Ciò può avvenire in due modi: con un (non) indolore progressivo disarmo dei centri di potere e delle mille corporazioni grandi e piccole che hanno soffocato troppo a lungo il paese. O con un farsesco suicidio collettivo teleguidato ancora una volte da un pifferaio magico, mirabile profeta in patria di un marketing politico tutto centrato sulla manipolazione dell’opinione pubblica. Nessuna Europa diversa, in questo caso. Solo  un’Europa impossibile, almeno per l’Italia.



[i]Pensate in quale altro paese europeo potrebbe essere concepibile, proposto e respinto (!) dalla stragrande maggioranza dei cittadini un referendum  sull’introduzione di un salario minimo garantito a un livello ben superiore a quello di sussistenza.

[ii] Alzi la mano chi non confonde l’Eurogruppo con l’Ecofin o chi conosce la differenza tra le funzioni di due organi come il Consiglio Europeo e il Consiglio dell’Unione Europea. Da non confondersi con la Commissione Europea, i cui poteri, peraltro, si sovrappongono confusamente, per alcuni aspetti, a quelli del Parlamento. Troppo spesso, non ne hanno la più pallida idea nemmeno i fortunati  eletti, come sempre teleguidati dalle burocrazie partitiche.

[iii]Copyright di Matteo Salvini,  segretario della  Lega Nord.

[iv] Dalle cronache dell’epoca ricordiamo ad esempio, tra i tanti, Gavyn Davies, “Thinking the unthinkable on a Euro break up”, Financial Times, November 27, 2011. Wolfgang Munchau, “The Eurozone reallyhasonlydays to avoidcollapse”, Financial Times, November 27, 2011. NourielRoubini, “Italy’sdebt must be restructured”, Financial Times, November 29, 2011. The Economist, “Isthisreally the end?”, 26 novembre 2011.

[v] Nicholas Kaldor, “The DynamicEffects Of The Common Market” , New Statesman, 12 marzo  1971.

[vi] E’ autore, tra l’altro, di “Il tramonto dell'euro. Come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa”,  Imprimatur, 2012.

[vii] Giacomo Vaciago, “ Rileggere Delors per capire cosa manca all'euro - Il Sole24Ore - 14 aprile 2014.

[viii] Osservazione effettuata durante la conferenza stampa dell’8 maggio scorso.

[ix] Guido Tabellini, “Il Re è nudo”, Il Sole 24 Ore, 24 novembre 2011

[x] Segnaliamo in merito due divulgativi saggi di recente pubblicazione: Luigi Zingales “Europa o no. Sogno da realizzare o incubo da cui uscire”,  Rizzoli, 2014; Lorenzo Bini Smaghi, “33 false verità sull’Europa”, Il Mulino, 2014.

(*) Nato nella ormai universalmente nota Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.

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