Un portafoglio solo non basta per gestire i risparmi

di Marco Liera (*) - 16/05/2014

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Quando controllate l’andamento dei vostri investimenti, online o nella rendicontazione periodica della vostra banca, potete osservare il vostro portafoglio sotto forma di “torta”, con una fetta dedicata ai titoli di Stato, una alle obbligazioni, una alle azioni, e così via. Questo è già una base di analisi, ma non basta per una buona pianificazione finanziaria. Una recente ricerca (“Behavioral finance: Finance with normal people”), di Meir Statman, professore della Santa Clara University e uno dei massimi esperti mondiali di finanza comportamentale, ha ribadito che gli individui vanno assecondati nel loro mental accounting (contabilità mentale), che prevede che i risparmi personali, anziché essere investiti in modo aggregato, vengano suddivisi in differenti conti (o portafogli), ognuno destinato al raggiungimento di un determinato obiettivo finanziario. Per chi presta consulenza finanziaria si tratta di un passaggio molto importante: occorre comprendere non solamente quali sono gli obiettivi finanziari, ma anche quali risorse destinare a ciascun obiettivo, e identificare qual è l’orizzonte temporale associato.

Ad esempio, un investitore di 50 anni con una ricchezza di 300mila euro potrebbe decidere di destinare 100mila euro alla previdenza da qui a 20 anni, 100mila all’istruzione universitaria dei figli esigibili a cinque anni, e i restanti 100mila all’eredità con un orizzonte… beh diciamo più lungo possibile. E’ chiaro che il portafoglio previdenziale e quello “eredità” possono puntare a un rendimento più alto di quello destinato all’università, e conseguentemente richiedono all’investitore una tolleranza maggiore alle perdite. Ogni portafoglio può essere ripartito in un mix liquidità-bond-azioni con un ottimizzatore media-varianza, che tenga conto del rendimento atteso, della volatilità e della correlazione delle diverse asset class. Pertanto, è importante che l’investitore sia consapevole non solamente dell’andamento della sua ricchezza finanziaria aggregata, ma anche di quello dei singoli portafogli “comportamentali” e del grado di avvicinamento ai rispettivi obiettivi, per operare gli opportuni aggiustamenti periodici.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 12 maggio 2014

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