Dejà-vu 26 - Draghi non usa Twitter

di Enrico Ascari (*) - 12/05/2014

Stampa Crea Pdf Invia Rss

Ancora una volta Mario Draghi utilizza con sapienza la magia della parola. A lui non servono i cinguettii di Twitter (a proposito il social media, con Tesla, 3 D System e altre società è una delle principali vittime del recente ridimensionamento di una microbolla delle tecnologie innovative creatasi all’interno dell’indice Nasdaq). Gli bastano poche parole distillate nella conferenza stampa di giovedì 8 maggio: i banchieri centrali europei sono “comfortable with acting” al prossimo incontro della BCE di giugno. Per fare che non è ancora dato sapere: riduzione ulteriore dei tassi di finanziamento, tassi negativi sui depositi degli istituti di credito presso la Banca Centrale, eventuale estensione o rinnovo dei finanziamenti a lungo termine o, infine, il tanto evocato ma ancora poco proponibile “quantitative easing”. Per ora, una volta di più, è bastata la parola per prolungare il prosciugamento degli spread obbligazionari e tirare una bastonata all’Euro, in pericoloso flirt con quota 1,40. La moneta unica ha perso una figura in pochi secondi, per poi chiudere l’ottava vicino a 1,375, in zona di maggiore sicurezza. In settimana i movimenti delle valute hanno segnalato un risveglio della volatilità a lungo sopita. Significativi quelli delle divise emergenti contro dollaro e in particolare rispetto all’euro.

Dalla metà di febbraio il recupero è stato di circa otto, dieci punti percentuali; nell’ottava si è visto un notevole ripresa anche del rublo. A questo punto, sotto la spinta di una rinnovata e inesauribile corsa alla ricerca dei rendimenti, che trova sempre meno canali di sfogo, sembra probabile la prosecuzione del recupero di obbligazioni e divise dei paesi emergenti, una delle classi di attività rimaste più indietro nell’ultimo anno. Si ricorderà che proprio lo scorso mese di maggio, con le prime allusioni di Bernanke al possibile inizio di una fase di progressiva riduzione dell’acquisto di titoli sul mercato (il “tapering”), aveva segnato l’avvio di un movimento di risalita dei tassi d’interesse a lungo termine americani e tedeschi e un parallelo montante riflusso di capitali dai paesi emergenti. Con l’inizio del 2014 i tassi a lunga sono tornati a flettere. I bund tedeschi guadagnano oltre il 5% da inizio anno, mentre i treasury ventennali Usa oltre il 9%. Ora sembrano adeguarsi anche le emissioni degli emergenti, le uniche con rendimenti a scadenza ancora appetibili. La vera sorpresa del 2014, finora, rimane infatti il ritorno dei tassi a lungo termine verso i rendimenti minimi degli ultimi 30 anni: i bund decennali rendono circa l’1,5% e i treasury Usa solo un misero decimale in più. Sono rientrati sui livelli minimi da sempre anche i tassi sui titoli governativi della periferia europea, a partire dai decennali italiani che rendono ormai meno del 3%, a testimonianza inequivocabile di due ipotesi di lavoro dei mercati: 1) la crisi della moneta Unica e dell’Unione Europea è storia vecchia, ormai sepolta. Grazie a Draghi ma anche alle tanto bistrattate istituzioni europee che tra mille difficoltà e numerosi errori sono comunque riuscite a ottenere tangibili risultati, primo tra tutti quello di rafforzare il sistema bancario e almeno parzialmente separarne le sorti da quelle dei debiti sovrani dei singoli paesi 2) è la deflazione il vero rischio da combattere in Europa, questo sì ancora presente e pervasivo. Ulteriori restringimenti degli spread alla vecchia normalità pre-crisi, rientrano a questo punto nella logica delle cose. Rimane viceversa tutta aperta e sempre piuttosto rischiosa la partita della direzione futura dei tassi d’interesse americani e, di riflesso, di quelli in Euro. Qui la posta in gioco è esiziale e le opinioni dei cosiddetti esperti continuano a contrapporsi. L’eventuale consolidarsi della ripresa economica nei paesi avanzati, necessaria per dare elementi di sostegno agli utili aziendali e di giustificazione a valutazioni borsistiche non certo in saldo, difficilmente potrebbe sposarsi con i correnti livelli dei tassi d’interesse. D’altra parte, viceversa, se la tanto evocata deriva deflazionistica dovesse rafforzare la presa, con ulteriori segnali negativi in termini di crescita attesa dei prezzi, ben lontani dagli obiettivi delle banche centrali, allora i bonds continuerebbero a rappresentare un virtuale “paradiso sicuro” ma dovrebbero essere le Borse a pagare il giusto prezzo di un’economia in stagnazione. Così racconta la narrativa tradizionale. La stessa che non ha funzionato, però, negli ultimi anni, per un motivo ormai stucchevole: più aumentano i rischi di deflazione più i padroni della moneta intervengono con immissioni di liquidità che, rimanendo nella vasca del sistema finanziario, con minime infiltrazioni verso l’economia reale, alimentano solo l’inesauribile crescita dei valori della finanza. Con buona pace della crescita economica e dell’aumento dell’occupazione. Ma questo è il terreno sul quale si frantuma, fortunatamente, aggiungo io, il mito dell’onnipotenza dei banchieri centrali.
Ancora poco mossi, in settimana, i principali mercati azionari, sempre in prossimità dei massimi storici. Sottotraccia si alimentano diverse tendenze ormai ben definite. Da inizio anno sono i settori energetici, dalle utilities elettriche ai produttori di gas e petrolio, le società della telefonia europee, i farmaceutici a livello globale e alcuni settori ciclici come quello dei materiali da costruzione a tirare la corsa. Oltre alle banche europee e in particolare quelle della periferia. Comparto, quest’ultimo, che sta però subendo da qualche settimana una notevole ridimensionamento dei precedenti eccessi. Testimoniato, ad esempio, dal segno fortemente negativo del settore bancario italiano nell’ultima ottava, in rosso di oltre il 4%. Sono qui in arrivo altri pesanti aumenti di capitale che giustificano ulteriori consolidamenti. Anche a Wall Street prosegue una fase di digestione degli eccessi del 2013, con l’indice Russell 2000 ancora debole per evidenti prese di beneficio sui titoli di minore capitalizzazione. Proprio mentre viene presentata la richiesta di quotazione di Alibaba, grande scommessa sullo sviluppo dell’e-commerce in Cina, con valutazioni comprese tra i 97 e i 121 miliardi di dollari, prosegue il ridimensionamento delle social network companies americane, da Twitter, a Linkedin, a Facebook.

David Einhorn, fondatore di Greenlight Capital, fondo hedge long-short che utilizza strategie basate sui valori fondamentali per selezionare gli investimenti, ha annunciato di avere venduto allo scoperto una lista di quindici società con un potenziale di deprezzamento che si avvicinerebbe al 90%, se e quando il mercato deciderà di rinsavire e tornasse a valutarle secondo metodi più conservativi, piuttosto che con i criteri, tornati a prevalere, tipici della bolla internet della fine degli anni ’90. La storia, ancora una volta sembra ripetersi. Gli ottimisti del venture capital e delle investment banks, sostengono, come sempre, che “questa volta è diverso”: secondo loro dai tempi della bolla TMT tutto è cambiato. La tecnologia della connettività mobile avrebbe trasformato l’industria e aumentato a dismisura l’accessibilità globale di internet. Vero, ma il ciclo di vita delle nuove tecnologie continua ad accorciarsi e proprio il fatto che internet è diventata globale aumenta la competizione nell’industria, riducendo le probabilità di mantenere a lungo eventuali vantaggi competitivi. Luigi Einaudi paragonò i “risparmiatori” a strani animali con “cuore di coniglio, gambe di lepre e memoria d’elefante”. I risparmiatori di Einaudi non esistono più da un pezzo, sostituiti da un complesso ecosistema di investitori globali, di assoluta prevalenza istituzionale, guidati dall’imperativo categorico di fare soldi, sempre e comunque, prima per loro, poi, eventualmente, per i loro clienti. I dominus della finanza moderna, delle tre caratteristiche citate hanno sicuramente perso la terza, non perché siano inconsapevoli, solo per interesse.

(*) Nato nella ormai universalmente nota Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.

Stampa Crea Pdf Invia Rss


Vuoi lasciare un commento o essere informato delle prossime novità di YouInvest? Compila questo breve form

Cognome *
Nome *
E-mail *
Il tuo giudizio su YouInvest *
Commento
Finalità  del trattamento dei dati personali
Accetto le finalità  del trattamento dei dati personali
Codice di verifica Cambia testo