Dejà-vu 25. La quiete dei mercati e l'attesa dell'effetto

di Enrico Ascari (*) - 05/05/2014

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Nulla. Non succede più nulla. I mercati sembrano come drogati, in stallo. I principali listini obbligazionari, da quello tedesco a quello americano esprimono prezzi e rendimenti che si muovono in ambiti estremamente ristretti. Ad esempio, i treasury decennali si sono mossi negli ultimi mesi tra rendimenti del 2,6% e il 2,8%. Nell’ultimo anno, da febbraio 2013, le variazioni sono state analoghe con solo un paio di strappi fino al 3%. Anche le valute, assorbite le tensioni su quelle emergenti, viaggiano da tempo con volatilità storicamente molto contenute. L’indice DXY, che misura il valore del dollaro contro il paniere delle principali divise, traccheggia attorno ai minimi degli ultimi anni, tra 79 e 80, senza grandi scossoni. Il petrolio, nella sua misurazione sul “brent”, continua a danzare tra le quote di 100 e 110. Stesso discorso per i principali mercati azionari che, sia pure nell’ambito di una tendenza complessiva ancora in modesta ascesa, rimangono assopiti, con qualche tremore di brevissima durata. Per ora neppure il fastidioso e crescente rumore di fondo delle vicende ucraine è riuscito a incrinare la placida sonnolenza dei mercati per più di ventiquattro ore. Anche nell’ultima ottava, che ha visto la diffusione di diversi importanti dati economici, non si è mossa una foglia. Probabilmente perché, in verità, nulla ha veramente toccato la sensibilità degli operatori. A partire dal numero sulla crescita del PIL USA del primo trimestre, di poco sopra lo zero, ampiamente giustificato però dal freddo eccezionale che ha colpito il Nord America nei primi mesi dell’anno. Tant’è che i dati di aprile sui nuovi occupati, cresciuti di 288000 unità, oltre le previsioni, e il parallelo calo del tasso di disoccupazione al 6,3%, hanno confermato il discreto trend di crescita non inflazionistica dell’economia statunitense. A proposito, il numero totale degli occupati in America è finalmente tornato a superare quello dell’ottobre del 2008. Anche in Europa gli indicatori anticipatori relativi al settore manifatturiero hanno confermato un andamento complessivo discreto e più brillante nei paesi periferici. Inoltre per la prima volta da molto tempo il primo trimestre dell’anno ha testimoniato un aumento dell’offerta netta di credito bancario. In definitiva ci si domanda ansiosamente quali siano le cause di questo apparentemente anomalo periodo di stabilità. Tante le possibili risposte; tra le più convincenti i segnali economici in arrivo da Europa e Stati Uniti che convergono verso un quadro di crescita finalmente decente, anche se tutt’altro che eccitante (meglio cosi per i mercati) e il perdurare dell’effetto anestetizzante per la volatilità che deriva dalle politiche monetarie ancora in essere. Il che permette di alimentare una corsa al rendimento che facilita la continua riduzione degli spread e il recupero dei mercati e settori azionari rimasti più indietro negli ultimi anni. Alla lunga nei prolungati periodi di bassa volatilità si alimentano i germi che alla fine ne determineranno la inevitabile drammatica fine: l’aumento dell’indebitamento e della propensione al rischio nell’ambito dell’industria finanziaria che, alla lunga, si ciba di “movimento”. Lo dimostrano i risultati delle investment banks e delle divisioni di trading delle banche commerciali nel primo trimestre dell’anno: per quasi tutte i profitti delle operazioni sui mercati obbligazionari sono calati, su base annua di oltre il 20%. Tassi d’interesse troppo bassi e spread in calo non aiutano. Viceversa ha ripreso vigore l’attività di merger e acquisition, con grandi operazioni societarie proposte e a volte realizzate, con le conseguenti ricchissime commissioni per consulenti e intermediari. Fenomeni che di solito caratterizzano l’ultima fase dei bull market azionari. Questo che stiamo vivendo forse ha ancora un po’ di strada da percorrere, soprattutto alle latitudini mediterranee. Vedremo se anche quest’anno l’effetto del sell in may and go away richiederà il suo più o meno pesante pedaggio. Possibile, ma ormai anche questo fattore sembra essere largamente scontato in anticipo ed è verosimile che la relativa stabilità degli ultimi mesi sia stata favorita anche da una certa prudenza anticipatoria del fin troppo noto citato effetto stagionale.  I rischi noti nell’orizzonte breve rimangono Ucraina, da una parte, e elezioni Europee, dall’altra. Per ora non eccitano più di tanto i bollenti spiriti.


 

(*) Nato nella ormai universalmente nota Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.

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