Dejà-vu 23. Draghi attraversa il Rubicone per la seconda volta

di Enrico Ascari (*) - 06/04/2014

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Mario Draghi, ancora una volta, attraversa il Rubicone. A prima vista la Banca Centrale Europea rimane immobile. Per l’ennesima volta, secondo i critici. Ma il Consiglio Direttivo della BCE, all’unanimità, dichiara di considerare la possibilità di adottare anche politiche monetarie non convenzionali, se sarà necessario, cioè se l’inflazione rimarrà troppo al di sotto degli obiettivi per un periodo prolungato di tempo. Tra le ipotesi allo studio anche il QE, cioè acquisti di titoli pubblici e privati sul mercato secondario per circa mille miliardi di euro in un anno, secondo indiscrezioni della stampa tedesca. Inoltre Draghi lascia intuire che un Euro eccessivamente forte, causa prima della riduzione dell’inflazione, non sarà ben visto dalle Autorità Monetarie. L’esperienza ci insegna che nei mondi virtuali dei signori della moneta le parole possono diventare pietre e di fatto condizionare almeno i mercati, se non, eventualmente, con ritardi non misurabili né quantificabili, l’economia reale. Basteranno ancora una volta le parole invece dei fatti?

Per ora sembrerebbe di sì, anche perché, come noto, i mercati si muovono sulle attese, più che la realtà. Lo dimostrerebbero le più recenti statistiche dell’EPFR, centro di ricerca che segue più di 35 fondi di investimento a livello globale. Nel primo trimestre dell’anno sono segnalati flussi in entrata sui fondi azionari europei per 35 miliardi di dollari contro deflussi per 41 miliardi dai prodotti che investono sui mercati azionari emergenti. Una marea di nuovi investimenti che, per ora sommerge prevalentemente le spiagge delle periferie mediterranee. Oggi il timore di una incombente crisi finanziaria e immobiliare in Cina è paragonabile a quello sul tracollo dell’Euro che paralizzava gli investitori due anni fa. C’è sempre la tendenza a sottovalutare le risposte dei policy makers, soprattutto quando i rischi sono visibili e riconosciuti. Tant’è che l’indice delle azioni cinesi quotate a Hong Kong tratta su un apparente multiplo di sette volte gli utili attesi. In Europa, viceversa, l’atteggiamento degli investitori sembra schizofrenico, simile a quello prevalente sul mercato americano negli ultimi anni, con la BCE che, a modo suo, assume il ruolo giocato per anni dalla Federal Reserve. Gli operatori tifano per l’adozione di misure non convenzionali che, peraltro, verranno assunte solo se i rischi deflattivi continueranno a montare. E’ la ben nota strategia d’investimento del “tanto peggio tanto meglio”, alimentata dall’attesa di liquidità sempre più abbondante. Nel frattempo lo spread tra i rendimenti dei titoli americani e tedeschi è arrivato ai massimi degli ultimi cinque anni, con aspettative di ulteriore allargamento. Aspettative confermate dai dati sulla disoccupazione Usa di venerdì, che hanno visto una crescita dei nuovi occupati quasi in linea con le attese e, soprattutto, dopo anni, un primo aumento del tasso di partecipazione al mercato del lavoro. Un dato molto significativo che conferma la solidità della crescita americana e certifica il progressivo “decoupling” tra la politica monetaria della Fed, avviata verso una lenta normalizzazione, e quella della BCE, indirizzata verso un ulteriore “easing”. Date queste premesse difficile pensare che l’Euro possa rimanere così forte contro il dollaro malgrado i flussi di portafoglio che continuano a puntare verso i lidi europei. Nel frattempo l’ottava al 4 aprile si è chiusa, dopo nuovi massimi assoluti, con gli indici americani in calo, in particolare nei settori di “crescita” più sopravvalutati. Venerdì l’indice Nasdaq ha lasciato sul terreno il 2,6%, con numerose vittime nei settori più speculati della tecnologia, dei social network, delle biotecnologie. Confermati, viceversa, ancora una volta i trend in impennata dei comparti esposti alla domanda interna europea, a partire dal settore bancario italiano. Ma qualcosa, come già detto non torna: il livello dei tassi in Europa certifica crescenti timori di deflazione, confermati dalle preoccupazioni di Draghi; i mercati azionari sembrano viceversa aspettarsi finalmente un miglioramento del quadro macroeconomico.

Oppure, come più verosimile, i gestori continuano a correre la cavallina della liquidità facile. Aprile e maggio saranno due mesi molto interessanti, sotto certi aspetti perfino divertenti: un buon test per verificare la solidità dei contradditorie tendenze in corso. A partire dagli ormai consolidati effetti stagionali che ormai caratterizzano il ciclo di vita annuale dei mercati. Ma, almeno in Europa, c’è molto di più in ballo per mettere alla prova la fiducia degli investitori che, per rimanere ben ancorata, deve cominciare ad estendersi a consumatori e imprenditori. Partendo dal quadro politico in Italia, ormai al centro delle interessate attese della finanza anglosassone che forte ha puntato sulle capacità affabulatorie di Matteo Renzi. Il primo appuntamento è atteso per martedì 8, con la presentazione del mai tanto atteso Documento di Economia e Finanza e, per finire, con le elezioni europee del 25 maggio. Per ora l’indicazione per tutti è quella di cominciare, per prudenza, a tirare i remi in barca. Ma senza esagerare, però. Forse, per l’Italia, è davvero la volta buona.

 

 


 

(*) Nato nella ormai universalmente nota Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.

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