Dejà-vu 22. Investitori esteri ed il magic moment italiano

di Enrico Ascari (*) - 31/03/2014

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Il momento magico, a lungo atteso, alla fine è arrivato. Piazza Affari ai massimi e rendimenti dei titoli di stato ai minimi testimoniano il montante interesse degli investitori esteri: per molti di loro, da JP Morgan, a Citi, a Credit Suisse,  il “trade” del momento è sintetizzato dallo slogan “acquistare la periferia europea”, a partire dall’Italia. Fanno notizia in prima pagina i recenti acquisti da parte della Banca centrale cinese di quote  superiori  al  due  per  cento  del  capitale  di  Eni  e  Enel,  che  seguono  le  precedenti  numerose segnalazioni di cospicui interventi di diversi gestori internazionali, prevalentemente di matrice Usa.

In verità il  fenomeno    dura  ormai  da  oltre  un  anno  ed  era  stato  segnalato  in  tempi  non  sospetti  dai  pochi intermediari domestici che  “vedono”, perché intermediano, i flussi di capitale in entrata e uscita dal nostro mercato. Ancora all’inizio del   2013 la borsa italiana era considerata, da diversi punti di vista,   la più sottovalutata a livello internazionale ma anche una delle più irrilevanti. Uno stagno puzzolente, con poche multinazionali tascabili, infestato da banche in stato comatoso, acque paludose ancora ammorbate dagli stessi intrecci azionari costruiti prima della caduta del muro di Berlino, specchio di un’economia in declino apparentemente irreversibile. Non a caso è proseguito a lungo un abbrivio di   andamento finalmente positivo ma ancora debole rispetto ai principali mercati occidentali. Progressivamente però il focus si è spostato dai rischi alle opportunità. Intanto dal luglio 2012, è stato attivato il primo catalizzatore che, con il passare del tempo, è diventato sempre più potente: il famoso “faremo tutto quanto necessario” (per salvare l’Euro) di Mario Draghi. Sono seguiti lunghi mesi di farraginosi ma comunque produttivi interventi dei policy makers europei per stabilizzare il sistema finanziario e, in parallelo, i paesi periferici europei hanno bevuto l’amaro calice della restrizione fiscale. Nel frattempo i grandi flussi finanziari internazionali hanno abbandonato i paesi emergenti tradizionali e progressivamente trovato uno sbocco verso le lande europee, viste in stabilizzazione finanziaria e con una   sia pur flebile attesa di ripresa congiunturale. In questo ambito alla narrativa prevalente della “grande rotazione” (dalle sopravvalutate obbligazioni   alle azioni) è stata infine affiancata la “storia” che i veri valori “emergenti” dalla lunga notte del sottosviluppo relativo, potrebbero essere proprio quelli dei paesi mediterranei. E quale tra questi avrebbe il maggior potenziale inespresso, essendo ancora la quinta o sesta potenza manifatturiera del mondo, bloccata però dai lacci e lacciuoli dei tanti moribondi poteri  che ne hanno bloccato lo sviluppo negli ultimi trent’anni? Risposta diventata ovvia con l’improvvisa apparizione   dell’ultimo specifico catalizzatore domestico: l’irresistibile ascesa del “rottamatore” Matteo Renzi.    Va notato un ultimo importante fattore che ha agevolato la sempre meno  incerta progressione dell’indice Mibtel dal baratro di quota 12000 (che in termini nominali rappresentava lo stesso livello dei massimi del 1986!) agli attuali livelli vicini a 22000: un classico caso di offerta crea la propria domanda. Ci riferiamo al fatto che, non appena i principali centri di potere economico del paese, da Mediobanca, a Generali, a Banca Intesa, solo per citare i principali,  hanno annunciato di volere finalmente smantellare la pluridecennale ragnatela di partecipazioni incrociate che di fatto ingessavano il mercato, i più svegli tra gli investitori esteri hanno cominciato a darsi da fare. Le quote di partecipazioni in vendita sono state assorbite senza problemi; le offerte secondarie sul mercato sono state divorate in poche ore. Nelle ultime settimane i flussi dall’estero sono diventati un torrente in piena: gli imponenti “write off” di attivi bancari, meglio se affiancati da corposi aumenti di capitale, che solo pochi mesi fa avrebbero causato crolli nelle quotazioni, sono oggi accolti con entusiasmo. Vedremo già dalla prossima settimana l’andamento del Banco Popolare che affronta il mercato con un aumento di capitale pari a 1500 milioni di Euro, mentre altri sono attesi a breve per un conto complessivo di nove miliardi. Sorge, a questo punto, spontanea una domanda? Fin dove si potrà arrivare? E’ ovvio che molto dipende dai fattori globali che determinano direzione e intensità dei flussi di capitale internazionale e, in seconda battuta, dall’evoluzione del processo di riforma del paese, al quale, a parole, si vorrebbe dare una impressionante sterzata. Sul primo fronte ci concediamo una sola notazione: in settimana Jens Weidmann, Governatore della Bundesbank ha per la prima volta aperto alla possibilità che anche la Banca Centrale Europea possa in futuro, se necessario, fare ricorso ad operazioni di “quantitative easing”. Una apertura di principio che rappresenta una novità assoluta, forse dovuta alla consapevolezza che l’Euro, sotto la spinta proprio dei flussi generati dalle riallocazioni di portafoglio, si è apprezzato eccessivamente nei confronti del dollaro ma soprattutto contro tutte le divise emergenti, cominciando a diventare un freno per l’industria tedesca a livello internazionale. Per quanto riguarda il secondo aspetto, vedremo alla scadenza delle buste paga di maggio se le prime promesse saranno mantenute. In definitiva, semplificando, faccio mie le considerazioni di un caro amico che lavora sul mercato italiano da un trentennio: la borsa italiana ha sempre visto, ogni dieci, quindici anni, violente impennate delle quotazioni, di misura compresa tra il cento e il trecento per cento, seguite da  periodi di cali profondi e duraturi. Anche questa volta, sia pure in un contesto diverso e dominato dai flussi di capitale internazionale, la storia potrebbe ripetersi. La festa non è finita, soprattutto perché l’Italia è in una situazione di “interregno” nella quale il vecchio è già morto o sul punto di morire ma il nuovo non è ancora nato e mantiene inalterato il suo potenziale di narrazione positiva.

 Per chiudere poche considerazioni sulla dinamica dei mercati in settimana: Wall Street conferma una certa debolezza relativa, con un significativo indebolimento dei settori di recente più speculati e dei titoli di minore capitalizzazione.  Nasdaq e Russell 2000 hanno lasciato sul terreno dai due agli oltre tre punti percentuali, confermando l’impressione che i flussi si stiano sempre più indirizzando verso gli indici e i mercati, prevalentemente esteri, rimasti più indietro nel lungo bull market quinquennale. Da notare anche il consolidarsi della stabilizzazione nel variegato universo delle asset class dei paesi emergenti, dalle valute, alle obbligazioni, ai mercati azionari, che sembrano pronti per una fase di recupero più significativa. A maggior ragione se, come sembra, la crisi ucraina andasse verso una normalizzazione.

 

 


 

(*) Nato nella ormai universalmente nota Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.

 

 

 

 

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